Raid nelle feste private, aggressioni e vittime trasformate in colpevoli: l’inchiesta della Bbc racconta i raid dei vigilanti tollerati dal potere

C’è un gruppo in Russia che si chiama Russkaya Obshina (Comunità Russa)  e che negli ultimi anni è diventato una specie di milizia morale informale del putinismo. Ultraconservatori, ultranazionalisti, vicini alla Chiesa ortodossa e perfettamente allineati alla retorica del Cremlino sui «valori tradizionali», girano per locali, feste private e spazi culturali a caccia di quella che definiscono «propaganda Lgbtq+».
  Il loro metodo è sempre lo stesso: arrivano in gruppo, spesso mascherati o vestiti in modo paramilitare, irrompono negli eventi, filmano tutto con i cellulari, intimidiscono le persone presenti e cercano qualunque dettaglio possa essere usato come prova di «devianza» o «offesa ai valori tradizionali». In teoria sarebbero semplici attivisti. In pratica agiscono come squadre punitive. 
La cosa più inquietante è che non solo vengono tollerati dalle autorità russe, ma spesso riescono addirittura a far incriminare o multare le persone che prendono di mira. 

L’inchiesta della Bbc racconta uno di questi casi, che sembra assurdo perfino per gli standard ormai sempre più repressivi della Russia contemporanea. Una donna, Katya, stava festeggiando il suo trentesimo compleanno in un locale insieme agli amici quando uomini mascherati hanno fatto irruzione alla festa. Urla, insulti omofobi, aggressioni verbali e fisiche: «Ci chiamavano froci e lesbiche», racconta. Persino sua madre sarebbe stata costretta a mettersi carponi durante il raid. Dietro l’azione c’era proprio Russkaya Obshina. E qui arriva il dettaglio che rende tutto ancora più grottesco: alla fine non sono stati puniti gli aggressori. È stata lei a ricevere una multa. Tra gli elementi considerati offensivi dalle autorità c’era perfino un crocifisso viola presente alla festa, ritenuto «irrispettoso». In altre parole: un gruppo di vigilanti irrompe violentemente in una festa privata, terrorizza gli invitati, devasta l’evento e la persona sanzionata è la vittima.
  Ma non è un’eccezione. È il risultato di un clima politico costruito scientemente negli ultimi anni. Dal 2013, con la legge contro la cosiddetta «propaganda gay», la Russia ha progressivamente trasformato qualsiasi visibilità delle persone Lgbtq+ in qualcosa di sospetto, illegittimo o apertamente criminalizzato. All’inizio la norma riguardava formalmente i minori; poi è stata estesa fino a colpire praticamente qualsiasi rappresentazione pubblica dell’omosessualità o delle identità queer. Libri, film, eventi, simboli, post online: tutto può diventare materiale perseguibile.
   Nel 2023 la Corte Suprema russa ha compiuto un ulteriore salto dichiarando «estremista» il cosiddetto «movimento Lgbt internazionale», una formula volutamente vaga che permette repressioni arbitrarie praticamente contro chiunque. Da allora sono aumentati raid nei club, arresti, chiusure di locali e denunce anche per dettagli minimi: una bandiera arcobaleno, una foto, un riferimento considerato ambiguo.
  In questo contesto gruppi come Russkaya Obshina funzionano quasi come una polizia parallela. Fanno il lavoro sporco dell’intimidazione sociale e culturale, sapendo di muoversi dentro un sistema politico che li considera utili. 
La parte più agghiacciante della vicenda non è nemmeno il fanatismo dei vigilantes. È la normalizzazione istituzionale della persecuzione. Quando uno Stato permette a bande di fanatici di entrare nelle feste private per cercare «prove» di dissenso morale, e poi finisce per punire le vittime invece degli aggressori, il messaggio è chiarissimo: la violenza ideologica non è un abuso del sistema. È il sistema.



















































15 maggio 2026