Il vertice di Pechino ha dato la sveglia a quegli europei che un anno fa fantasticavano di improbabili alleanze Ue-Cina per isolare e castigare l’America, costruendo un nuovo ordine internazionale a partire da un asse Bruxelles-Pechino. Come si è visto, per Xi Jinping esiste una sola superpotenza rivale, l’America, e questa è anche il metro di paragone su cui la Cina misura la propria competitività. La ragione per cui Xi «prende sul serio» un Trump di cui può avere la massima disistima personale, è che dietro di lui vede una delegazione di capitalisti che rappresentano la punta avanzata dell’innovazione tecnologica: quella è l’America che conta, a prescindere dai presidenti di turno.
L’ultimo intervento di Mario Draghi ha confermato che l’Europa deve darsi una sveglia, anziché trastullarsi in favole e illusioni come l’asse con la Cina. La buona notizia è che gli imprenditori europei questo lo sanno benissimo. Non hanno mai creduto che gli Stati Uniti dovessero venire isolati e castigati. Al contrario, le imprese europee sono in prima fila nell’opera di… reindustrializzare l’America. Investendo in un paese che giudicano all’avanguardia, proprio come lo giudica Xi Jinping. Questa paradossale corsa a investire negli Stati Uniti avviene in coincidenza con una crisi nelle relazioni politiche tra le due sponde dell’Atlantico, e un tormento esistenziale per la Nato. Ma le imprese europee guardano oltre la congiuntura geopolitica. Lo dimostra questa analisi di Martin Kaspar, top manager dell’industria automobilistica tedesca, decisamente originale. Lui la intitola in modo volutamente positivo: «Le aziende europee stanno vincendo la corsa della reindustrializzazione americana». E rovescia così in senso ottimistico ciò che altri potrebbero descrivere banalmente come la solita fuga di capitali dall’Europa verso gli Stati Uniti: «Le nostre imprese sfruttano il risveglio manifatturiero oltre Atlantico per ottenere vantaggi strategici». Senza dubbio questo è più vero per le imprese tedesche – più grandi e capitalizzate, in media, rispetto a quelle italiane – ma la sua analisi merita comunque attenzione. Va precisato che il top manager tedesco abbraccia un periodo che include sia l’Amministrazione Biden (generosa di sussidi agli investitori stranieri) sia quella attuale. Eccone una sintesi.
La rinascita industriale degli Stati Uniti – scrive Kaspar – viene di solito raccontata come una storia di trionfo domestico. Washington riscopre la politica industriale e le fabbriche americane tornano a ruggire. È una narrazione politicamente utile ed emotivamente appagante, ma nel migliore dei casi fuorviante. La vera storia è più complessa. La reindustrializzazione americana è in larga misura finanziata, costruita e resa operativa da multinazionali europee. I dati del governo americano mostrano che le imprese europee rappresentano il 37 per cento dello stock di investimenti diretti esteri negli Stati Uniti. Un forte aumento di 332 miliardi di dollari nello stock complessivo di investimenti esteri è stato trainato dalla manifattura europea.
Nel settore chimico, BASF ha investito miliardi nelle sue attività americane. Lo stabilimento della BMW a Spartanburg, nella Carolina del Sud, è il più grande impianto produttivo del gruppo a livello mondiale. Siemens, Airbus e Stellantis stanno tutte ampliando la loro presenza negli Stati Uniti.
Le aziende americane restano la principale fonte di investimenti manifatturieri sul territorio nazionale. Ma la verità per chi vuole dipingere la reindustrializzazione come un risveglio esclusivamente americano è che si tratta di un fenomeno spinto dall’Europa.
I critici europei sostengono che questo flusso di capitali equivalga a un silenzioso svuotamento del mercato interno del continente. Temono che l’Europa stia perdendo centri di ricerca e sviluppo, talenti e attenzione manageriale proprio mentre affronta crescita debole, prezzi elevati dell’energia e mercati dei capitali frammentati.
C’è una parte di verità in queste preoccupazioni. La decisione di BASF di ridimensionare alcune attività in Germania mentre investe miliardi negli Stati Uniti è un esempio emblematico di come i costi di produzione e la semplicità normativa stiano influenzando le decisioni aziendali.
Eppure l’idea che investire all’estero generi declino in patria riflette una visione troppo «a somma zero». Gli ecosistemi produttivi sono per definizione transnazionali. «La resilienza delle imprese – conclude Kaspar – dipende in larga misura dalla diversificazione geografica. Per le aziende europee la reindustrializzazione americana rappresenta un’opportunità di arbitraggio strategico. Gli Stati Uniti offrono dimensioni, profondità dei mercati finanziari e generosi incentivi industriali».
15 maggio 2026
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