di Aldo Cazzullo

Dalla bruciante sconfitta di Adua, alla «vendetta» di Mussolini, fino alla caduta dell’Impero: un reportage per raccontare in «Una giornata particolare» (mercoledì 27 maggio e mercoledì 3 giugno su La7) il prezzo delle ambizioni espansionistiche italiane. Con una conferma: la vocazione di noi italiani è la pace

IN ERITREA ED ETIOPIA «Il maresciallo Badoglio telegrafa: oggi, 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba». Mi sono sempre chiesto cos’abbiano pensato i nostri nonni quando il Duce – novant’anni fa, in questi stessi giorni – diede trionfalmente l’annuncio della presa di Addis Abeba, dal balcone di piazza Venezia. Quasi nessuno tra i nostri nonni era un antifascista militante, ma tanti non erano fascisti. Eppure quelle parole di Mussolini segnarono il culmine del consenso al regime. Indicavano una rivincita storica. E nello stesso tempo rappresentarono l’inizio della fine. «Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni. Ora basta!» aveva detto, anzi gridato il Duce dal balcone il 2 ottobre del 1935, proclamando la guerra. Quasi quarant’anni erano passati dal primo marzo 1896: Adua. La prima guerra perduta da una potenza europea contro una potenza africana. Da un esercito bianco contro un esercito nero. Gli inglesi avevano perduto battaglie; ma poi la guerra alla fine l’avevano sempre vinta. Quell’umiliazione pesava sulla coscienza e sull’orgoglio degli italiani. Adua non divenne un nome da cancellare, ma un nome da ricordare. Non una ferita da suturare, ma da lasciare aperta.

Nacquero i cinema Adua, le vie Adua, financo molte bambine chiamate Adua. Un modo per tener vivo il ricordo, dei caduti e della necessaria rivincita. Quella che il Duce ora prometteva, e manteneva. A prezzo però di migliaia di morti. Quattromila i caduti italiani. Molti, molti di più quelli africani. Ascari eritrei, libici, somali, nostri alleati. E etiopi, nostri nemici. Contro i quali Mussolini ordinò di usare i gas vietati dalle convenzioni internazionali. E la morte per gas era terribile. Sulle rive del lago Ascianghi il Negus Neghesti, il re dei re, l’imperatore Hailé Selassié, vide centinaia di suoi soldati morti tra atroci tormenti: avevano bevuto l’acqua avvelenata. 
La guerra d’Etiopia del 1936 fu un crimine contro l’umanità. 
Però le navi italiane trasportarono in Africa in quell’anno novecentomila persone. Quasi mezzo milione di soldati, più la logistica, più i civili. Tra la fine dell’Ottocento e il 1941, l’anno della caduta dell’impero, andarono nel Corno d’Africa milioni di italiani. Erano tutti criminali? Certo che no. 



















































«Partì per l’Abissinia chiunque avesse in corpo qualcosa. Per la mia generazione fu come il Far West e il Sessantotto insieme» ha scritto Indro Montanelli nella sua autobiografia. Salvo poi riconoscere che quell’impresa antistorica aveva avuto un effetto deleterio per l’Italia: avvicinarla alla Germania di Hitler, sino alla vergogna delle leggi razziali e alla tragedia della Seconda guerra mondiale. Il più grande giornalista italiano divenne famoso proprio durante quella guerra. Sottotenente di un battaglione di ascari, scriveva a casa lettere e storie, che il padre a sua insaputa fece raccogliere in un libro: XX battaglione eritreo. Un giorno lo raggiunse in Etiopia un ufficiale appena arrivato dall’Italia: «Montanelli? Parente di Indro?». «Sono io Indro». «Allora siete voi l’autore di XX battaglione eritreo?!». Proprio quel libro, il primo di Montanelli, farà un po’ da guida al nostro viaggio. 

Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la “nostra” Africa

Avevo preparato tutto vent’anni fa, nel 2005. Ero da poco arrivato al Corriere, e con il direttore Stefano Folli concordai un servizio sulle orme di Montanelli, da Massaua ad Addis Abeba, passando per Asmara, Adua, Axum. E poi le montagne del Tigré, dove si erano combattute tre guerre: quella del 1896, conclusa dalla sconfitta di Adua; quella del 1936, finita – almeno all’apparenza – con l’ingresso delle «truppe vittoriose» in Addis Abeba; e quella del 1941, quando gli inglesi conquistarono quell’Etiopia che Mussolini aveva definito irrevocabilmente italiana, anzi i-ta-lia-na. L’Amba Alagi, l’Amba Aradam, Gondar: nomi consueti nella toponomastica delle città italiane, che però per molti di noi non significano più nulla. E poi Debra Libànos, la città conventuale, che per gli etiopi è come per noi Assisi o Montecassino, e fu violata dalle truppe di Graziani che massacrarono centinaia, forse migliaia di monaci innocenti. 

Poi quel viaggio non lo feci. Cambiò direttore, arrivò Paolo Mieli, che mi chiedeva di fare un’intervista al giorno, e non osai proporgli di stare via un mese per rievocare una storia di tanto tempo prima, per non metterlo in imbarazzo e magari indurlo a dirmi di sì controvoglia. Così misi quel progetto da parte. Non è andata male. Nel 2005 Rossana, mia figlia, aveva cinque anni. Adesso ne ha quasi ventisei, e ha preso un master a Cambridge sulla storia del colonialismo italiano (non c’è niente di meglio nella vita che vedere i nostri figli fare cose che noi non abbiamo mai fatto, vedere che sono migliori di noi). Nel frattempo mi è successa questa cosa bellissima che è Una giornata particolare: non soltanto un programma televisivo dai risultati sorprendenti, ma un gruppo di amici. Così siamo partiti. A girare due puntate speciali sulla guerra d’Africa e sul colonialismo italiano. 

MASSAUA La città è distrutta e bellissima. I primi italiani arrivarono da queste parti, sulla sponda meridionale del Mar Rosso, nel 1869, l’anno del canale di Suez. Un lembo dimenticato del pianeta diventava all’improvviso strategico, ora che si poteva passare dall’oceano Indiano al Mediterraneo senza fare il periplo dell’Africa. Asia ed Europa erano più vicine. E l’Italia, appena divenuta uno Stato, sognava di espandersi. 
La baia di Assab fu comprata da un missionario, don Giuseppe Sapeto, per conto di un armatore genovese, Raffaele Rubattino. Ma dietro c’era il governo. Un po’ con i soldi, un po’ con le armi, gli italiani si conquistarono la prima colonia. Restava da darle un nome. Eritros in greco significa rosso. Siccome quella terra si affacciava sul Mar Rosso, fu chiamata Eritrea. Inghiottita dall’Etiopia dopo la Seconda guerra mondiale, si è battuta a lungo per l’indipendenza, conquistata nel 1991. 
Massaua è un posto pazzesco. Gli italiani la ricostruirono dopo il terremoto del 1921, usando il corallo della barriera, che fu irreparabilmente danneggiata. Rispettarono però lo stile originario, quello degli antichi dominatori ottomani ed egiziani, aggiungendo qualche trifora veneziana; così a Massaua pare di essere ora a Istanbul, ora al Cairo, ora a Venezia.
Gli etiopi l’hanno bombardata duramente, molti edifici, come quello che un tempo fu la Banca d’Italia, sono in rovina. 
Di giorno la città vecchia è deserta: fa troppo caldo. Devo girare con il giubbotto addosso, così impongono le regole del programma, devo essere sempre vestito allo stesso modo; e il regista non conosce pietà. Claudio Pisano lo chiamiamo Steven, come Spielberg, per la professionalità, il rigore e l’ambizione con cui è diventato uno degli artefici del successo del programma. Mi fa rifare le scene anche cinque volte, come Spielberg, quello vero; io però non sono Tom Hanks, e un po’ ne soffro. Con il suo calore siciliano, Claudio è anche un collante del gruppo, dove non ci sono gerarchie: nessuno comanda, ognuno ha il suo ruolo, che viene rispettato dagli altri. I film-maker, Tommaso Del Croce e Fabrizio Acampora, il bello della squadra, sono più perfezionisti ancora, volteggiano con ronin (la versione moderna della telecamera) pesantissimi, e si divertono un sacco. L’albergo è terrificante, Rossana e io prendiamo le cimici dei letti: qualche grattatina, qualche antistaminico, e passa. La sera la città piomba nel buio, e si anima di vita. 

Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la “nostra” Africa

Ceniamo in un ristorante dove il menu consiste di due voci: pane e pesce. Da bere solo acqua: lo chef è musulmano. Nel forno di terracotta cuoce le focacce e le cernie appena pescate. Il conto è di pochi euro; per fortuna, perché in Eritrea si può pagare solo in contanti. Non esiste Internet, non c’è connessione, quindi neppure le carte di credito. L’assenza più drammati- ca è quella di Whatsapp. Per una settimana potremo chiamare in Italia una sola volta al giorno, dal cellulare della guida, Yohana. Il suo nome vuol dire gioia, letizia, festa: è nato nel 1991, l’anno dell’indipendenza. Il giorno dopo si va alle isole Dahlak. È un arcipelago di sabbia e corallo: delfini – uno ci salta praticamente sulla barca –, pellicani, pesci tropicali; pochissimi uomini. Una di queste isole, Nocra, fu trasformata dagli italiani in prigione per i patrioti eritrei. Sembra brutto tuffarsi in un luogo dove si è sedimentata tanta sofferenza; ma sarà l’unico bagno del viaggio. Domani si sale sull’altopiano, e il mare non lo rivedremo più. 

DOGALI Il mattino si parte per Dogali. Si passa sul ponte costruito dalle truppe del generale Menabrea, che fece scrivere in dialetto piemontese: «Ca custa l’on ca custa», costi quel che costi. I primi soldati avevano il coraggio dei pionieri, e spesso facevano la stessa fine. Dogali è un’altura su cui un pugno di italiani si trovò di fronte migliaia di soldati abissini, guidati da ras Alula. I caduti furono 430, ma sono passati alla storia come i Cinquecento di Dogali. Piazza dei Cinquecento, di fronte alla stazione Termini a Roma, si chiama così in loro onore; anche se Gabriele D’Annunzio, ne Il piacere, li definisce «bruti morti brutalmente». Quando nel 1936 le «truppe vittoriose» entrarono in Addis Abeba, presero la statua del leone di Giuda, simbolo della dinastia imperiale – poi vi dirò perché –, e la portarono a Roma. Mussolini volle che ornasse la stele di piazza dei Cinquecento, come a dire: alla fine abbiamo vinto noi. Un giovane eritreo, Zerai Deres, che a Roma faceva l’interprete, si inginocchiò davanti al leone. Tentarono di trascinarlo via, si difese con una scimitarra. Gli italiani lo considerarono pazzo, e lo chiusero in manicomio, dove morì. Ora gli eritrei e gli etiopi lo considerano un patriota. 

Dogali è un luogo molto suggestivo. Alcuni caduti riposano qui, sotto il tricolore. Lo sguardo spazia sull’altopiano e sulla strada che da Massaua sale ad Asmara, la capitale. Qui sono passate le truppe italiane che si spingevano nell’entroterra. È la strada dei soldati e dei coloni. Accanto alla strada c’è la ferrovia, ora in disuso. Ogni tanto si incrocia un contadino che cammina sui binari. Gli altri salgono a dorso d’asino, sul cammello, o in bicicletta. A un tratto la strada è sbarrata da un gruppo di babbuini, con i piccoli aggrappati alle mamme: rinunciamo volentieri alle banane per darle a loro, purtroppo non bastano per tutti. 
Arrivati ai 2.325 metri di Asmara, sotto di noi appare un mare di nebbia. Nella stazione c’è ancora la littorina che portò qui, il 29 novembre 1935, il comandante della guerra d’Etiopia: il maresciallo Pietro Badoglio. In un primo tempo Mussolini si era affidato a Emilio De Bono, uno dei quadrumviri della marcia su Roma, per dare un carattere fascista alla guerra. Poi, dopo i primi rovesci, si spaventò. Temette una seconda Adua. E si rivolse a un professionista: Badoglio. Farinacci e i più estremisti tra i gerarchi non lo volevano: «Duce, ricorda che quello nel ’22 voleva farci sparare addosso!». Ma un sottosegretario lo convinse con un argomentazione impeccabile: «Se per fascista si intende squadrista, Badoglio non è fascista. Ma se per fascista si intende un cittadino disposto a servirvi, Duce, allora Badoglio è fascista».

Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la “nostra” Africa

ASMARA Asmara pare la Garbatella. Un quartiere della Roma razionalista. Diciamo pure fascista. Il cinema Impero è ancora lì, anche se non danno un film ma una partita del Manchester City. Ci sono il bar Crispi e il bar Gianna, che porta il nome dell’antica titolare, una tipa un po’ strana e irascibile: ancora adesso una persona un po’ strana e irascibile in Eritrea si chiama “gianna”. Tutte le parole della tecnologia vengono dall’italiano: marcia indietro si dice marcia indietro; forchetta, forchetta; cucchiaio, “manca”. Accadde che un giorno una padrona di casa disse «manca la forchetta», la cameriera portò una forchetta e un cucchiaio, che da allora si chiama appunto manca. La via principale, già intitolata alla regina, poi al Duce, quindi dopo l’arrivo degli inglesi a Queen Elizabeth, ora si chiama Harnet: libertà. Prima solo i bianchi vi potevano passeggiare. I neri no, tranne cuochi e camerieri. In un primo tempo, per attrarre coloni, l’Italia liberale, crispina, giolittiana stampava cartoline con donne a seno nudo. Le africane erano presentate come sensuali e disponibili. Faccetta nera nasce così. Una canzone che oggi suona insopportabilmente paternalista: «Faccetta nera, sarai romana, la tua bandiera sarà sol quella italiana…». Ma al Duce parve un inno all’inclusione e alla mescolanza, e la proibì. Venne scritta così un’altra versione: «Faccetta nera, per carità! Solo la bianca è la regina di beltà…». Nelle colonie il regime introdusse l’apartheid. Severamente vietata la promiscuità sui mezzi di trasporto e nei locali pubblici. C’erano scuole per i bianchi e scuole per i neri, che comunque non potevano andare oltre la quarta elementare: dovevano restare manodopera sottomessa a una classe dirigente bianca. Giriamo in alberghi e ristoranti rimasti identici a cent’anni fa, in compagnia dell’ambasciatore, Alfonso Di Riso. Fino alla scorsa generazione, i bambini chiamavano i bianchi «italiani». Ora ci chiamano «china». I negozi sono miniere di modernariato: Federico Chitarin, il producer della trasmissione, e Simone Passarella, il più giovane tra gli autori – per me un figlio d’anima, Rossana infatti ne è un po’ gelosa – fanno incetta di quaderni delle elementari degli Anni 20. Le figure sono in parte colorate, in parte no: la figlia di Federico, Ludovica, che ha quattro anni, potrà finire il lavoro di un suo coetaneo di cent’anni prima. 

CHEREN La strada che da Asmara porta verso la frontiera etiope passa da Cheren. Oggi è lunedì, e vi si tiene il più grande mercato di cammelli dell’intera Africa. Qui nel 1941 gli italiani tentarono di fermare gli inglesi. Invano. Dichiarando guerra all’impero britannico, il Duce doveva sapere che l’impero sarebbe stato indifendibile: i nemici erano a Nord, in Sudan, e a Sud, in Kenya. Eppure i nostri soldati lo difesero, e a Cheren arrivarono vicini a fermare un’armata troppo più grande e più forte, composta da indiani, neozelandesi, sudafricani, i soldati accorsi da mezzo mondo agli ordini di Sua Maestà. Federico D’Urso, il mago dei droni – i droni sono la mia croce, ma sono la fissa del regista – ha una delle poche occasioni di volare su dirupi, gole, altipiani. Simone ha trovato il diario di guerra di un soldato italiano, che racconta l’ultima notte prima dell’assalto nemico: viene portato il cognac, segno che l’indomani ci sarà da combattere; gli alpini cantano le loro canzoni, i napoletani rispondono con Reginella. Gli inglesi finiranno per passare. Molti di quei soldati che cantavano in quella notte riposano oggi nel cimitero di Cheren, fiorito di bouganville. 
Al tramonto i cammellieri, rinchiusi gli animali nel recinto, si inginocchiano verso La Mecca per pregare. I monaci cristiani, le vesti bianche fino ai piedi, recitano i vespri.

Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la “nostra” Africa

ADUA L’Etiopia è dall’altra parte delle montagne, ma per andarci bisogna tornare ad Asmara, volare a Dubai, poi ad Addis Abeba, infine all’aeroporto di Axum-Adua. Tre aerei per fare pochi chilometri. Ma la frontiera tra Eritrea ed Etiopia è chiusa, voli diretti non ne esistono. I due Paesi non si stanno più combattendo, ma non sono in pace. Si sono uniti solo contro i tigrini, che chiedono l’indipendenza. Per questo il Tigré non è sicuro, a volte si spara. L’ambasciatore ad Addis Abeba, un caro amico, Sem Fabrizi – nome biblico: Sem, Cam e Iafet, i figli di Noè –, è molto preoccupato per noi. Ma non ci accadrà nulla. Anzi, in tre settimane di Africa, tra cui due settimane di Etiopia, non incontreremo un solo sguardo ostile, un solo gesto sgarbato. Non esiste un sentimento anti-italiano. Nonostante quello che abbiamo fatto agli etiopi. Le montagne di Adua hanno un profilo particolarmente sinistro. Mi chiedo come debbano essere apparse agli uomini del generale Oreste Baratieri, che all’alba del primo marzo 1896 si trovarono circondati dalle truppe dell’imperatore Menelik II, che assisteva alla battaglia dall’alto di una di queste cime. Baratieri stava per essere sostituito; volle dare battaglia in cerca di un riscatto. Trovò un disastro. A un tratto perse gli occhiali in un cespuglio, e si dovette aggrappare al braccio del suo attendente. Gli italiani si batterono bene, e stavano per uscire dalla morsa quando l’imperatrice Taitù spronò il marito a contrattaccare. Per questo l’Etiopia è piena di statue della sovrana: particolarmente imperiosa, a braccio teso, quella all’ingresso dell’Adua Memorial di Addis Abeba, monumento all’orgoglio panafricano costruito dai cinesi. Adua è una tappa fondativa dell’identità dell’intero continente: molte bandiere africane hanno i colori e la stella della bandiera etiope, e Addis Abeba è la sede dell’Unione africana. Il disastro per l’Italia fu totale. Tra 4 e 7 mila morti. Tremila prigionieri. Gli abissini – li chiamavamo così – mutilarono della mano destra e del piede sinistro 800 ascari eritrei, considerati traditori. Nel centro del paese di Adua, seminascosta nel traffico, una grande croce indica la fossa comune degli italiani. La scritta dice: “Non dobbiamo dimenticare”. 

AXUM Per secoli, i missionari sono arrivati qui a evangelizzare gli etiopi, per poi scoprire che erano già cristiani. Fin dal quarto secolo. L’Etiopia ha tremila anni di storia, e non è mai stata colonizzata: quella italiana è considerata un’occupazione, per giunta provvisoria.
Il cuore della civiltà etiope è ad Axum. L’obelisco che nel 1937 Mussolini in segno di vittoria fece prelevare ed erigere a Roma davanti al ministero delle Colonie, oggi sede della Fao, è stato riportato a casa, in segno di riconciliazione. Visto qui, al suo posto, fa tutto un altro effetto: un raggio di sole pietrificato sullo sfondo di un cielo blu cobalto. È ad Axum anche la piccola chiesa che, secondo la tradizione, custodisce l’Arca dell’Alleanza. Quella del film di Spielberg. L’avrebbe rubata Menelik I, il figlio dell’amore tra Salomone e la regina di Saba. Nessuno può entrare, tranne il custode. Soltanto due viaggiatori occidentali affermano di averla vista, uno nel ’700, l’altro nell’800: ma ne danno descrizioni molto diverse. Forse hanno visto solo una copia dell’Arca; proprio come nel film di Spielberg, in cui la vera Arca giace nascosta in un magazzino di casse tutte uguali.
Da Axum la strada risale verso le montagne del Tigré, dove si combatterono le battaglie decisive della guerra del 1936. L’imperatore Hailé Selassié, il Negus, avrebbe avuto interesse a evitare lo scontro frontale, a logorare gli italiani con la guerriglia; ma il codice d’onore gli imponeva di schierare l’esercito. Badoglio accettò battaglia sull’Amba Aradam, attese l’urto etiope, lo fermò, e poi fece inseguire i fuggiaschi dall’aviazione, per sterminarli. Molti clan cambiarono fronte, a volte corrotti dal denaro degli italiani, a volte per accorrere in soccorso del vincitore. La confusione, aggravata dalla nebbia, fu tale che ancora oggi si dice “un ambaradam” per indicare il caos.
Da Axum la strada risale verso le montagne del Tigré, dove si combatterono le battaglie decisive della guerra del 1936. L’imperatore Hailé Selassié, il Negus, avrebbe avuto interesse a evitare lo scontro frontale, a logorare gli italiani con la guerriglia; ma il codice d’onore gli imponeva di schierare l’esercito. Badoglio accettò battaglia sull’Amba Aradam, attese l’urto etiope, lo fermò, e poi fece inseguire i fuggiaschi dall’aviazione, per sterminarli. Molti clan cambiarono fronte, a volte corrotti dal denaro degli italiani, a volte per accorrere in soccorso del vincitore. La confusione, aggravata dalla nebbia, fu tale che ancora oggi si dice “un ambaradam” per indicare il caos. Il Negus tentò un’ultima disperata resistenza sulle rive del lago Ascianghi, ma Badoglio usò i gas. Iprite, vietata dalle convenzioni internazionali. Scrive Hailé Selassié: «Ogni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aerei, che aveva bevuto l’acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi per morirvi. C’erano cadaveri dappertutto». Purtroppo le immagini dell’Istituto Luce confermano questa testimonianza.
A lungo, Indro Montanelli negò che l’Italia avesse usato i gas in Etiopia. Lui in effetti non li aveva visti: era tornato ad Asmara per curare una piaga tropicale. Ma quando Angelo Del Boca riuscì a fare aprire gli archivi militari, Montanelli riconobbe di essersi sbagliato. Non fece mai autocritica invece su un episodio che gli venne rimproverato anche in vita: il madamato, il matrimonio temporaneo con una dodicenne, Destà, che avrebbe poi sposato il suo sciumbasci, l’attendente eritreo di Montanelli. Un’usanza diffusa, ma che ai nostri occhi appare oggi inaccettabile. Nella nostra trasmissione discuteremo anche di questo, mettendo visioni diverse a confronto.

Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la “nostra” Africa

GONDAR L’Etiopia è un Paese stupendo. Nel Tigré mi arrampico a piedi nudi, sfidando le vertigini, per vedere una chiesa rupestre con affreschi antichissimi. Ma il capolavoro è Lalibela, nell’Amhara. Quando il Saladino riconquistò Gerusalemme all’Islam, l’imperatore etiope Lalibela – la città prende il nome da lui – pensò di costruire una Gerusalemme africana, e fece scavare nella roccia undici chiese. Una evoca l’arca di Noé, un’altra la basilica della natività di Betlemme, un’altra ancora il Santo Sepolcro. Passiamo sul lago Tana, che ispirò una canzone divenuta una hit al tempo del Duce: «Sul lago Tana, si fa il saluto alla romana…». Arriviamo a Gondar, l’antica capitale, dove ogni imperatore ha fatto costruire il suo castello. I castelli di Gondar furono l’ultimo presidio su cui sventolò il tricolore, nel novembre del 1941, quando i nostri reparti si arresero agli inglesi. Il duca d’Aosta aveva tentato un’estrema difesa sull’Amba Alagi, la montagna simbolo del colonialismo italiano, che mezzo secolo prima aveva visto il sacrificio del maggiore Toselli. Storie di resistenze eroiche e vane. 

ADDIS ABEBA La marcia su Addis Abeba, ai primi di maggio del 1936, fu una lunga carovana di auto, camion, cavalli, cammelli. L’esercito del Negus era a pezzi, ma l’Etiopia non era conquistata. Cominciava la resistenza. Il primo convoglio italiano diretto ad Addis Abeba fu distrutto. Badoglio torna in patria rapidamente, a godersi gli onori. Viceré diventa il generale Rodolfo Graziani. Due eritrei tentano di ucciderlo, lo feriscono. La reazione è brutale. I soldati sparano sulla folla. Si scatena la caccia all’abissino. 
La città è piena di indovini e cantastorie: Graziani li considera complici degli attentatori, e incoraggiato dal Duce li fa massacrare. Poi manda il generale Pietro Maletti a fare strage dei monaci di Debra Libànos: i morti sono almeno 449, ma secondo le ricerche più recenti potrebbero essere migliaia.
Addis Abeba oggi è una città all’apparenza occidentale, con i grattacieli, dove ogni tanto spunta un avvoltoio o una iena. Andiamo a girare la trasmissione nel palazzo del presidente, che viene a salutarci, amabile, e poi sul luogo dell’attentato a Graziani. Vediamo la statua del leone di Giuda, quella che il Duce aveva fatto portare davanti alla stazione Termini e ora si innalza di fronte alla stazione di Addis Abeba, e raccontiamo perché è il simbolo della dinastia etiope: nella Genesi, prima di morire Giacobbe benedice i suoi dodici figli, e paragona ognuno a un animale; Giuda è accostato a un leone, che in Africa da sempre è il simbolo della forza e del potere. Davide e Salomone discendono da Giuda. Anche la stella di Davide è un simbolo dell’impero etiope. 

Eritrea ed Etiopia un secolo dopo: le tre guerre, i coloni: la “nostra” Africa

All’alba ci uniamo ai monaci che pregano sulla tomba di Hailé Selassié, nella cattedrale della Santissima Trinità. Gli inglesi l’avevano rimesso sul trono; il colonnello Menghistu lo spodestò, lo uccise e lo seppellì sotto il suo ufficio, per poter calpestare ogni giorno i resti del nemico. Ora finalmente riposa in pace, accanto all’imperatrice. Nell’ultima cena di gruppo, discutiamo tutti insieme quale titolo dare alle due puntate speciali di Una giornata particolare in cui – mercoledì 27 maggio e mercoledì 3 giugno, su La7 – mostreremo tutte le immagini che abbiamo girato e racconteremo questa storia. Il fulcro è la guerra d’Etiopia, di cui ricorrono i novant’anni. Ma lo spettro è molto più ampio, comprende altre due guerre, affronta l’intera avventura del colonialismo italiano. 

Il capo della produzione, Fabrizio Forner, che con me è l’anziano del gruppo, propone sorridendo: Faccetta nera. Sta scherzando; ma mi pare un’ottima idea. Un titolo critico, ovviamente: Faccetta nera. Gli italiani in Africa.

Racconteremo pagine oscure. Veri e propri crimini. Ma nello stesso tempo cercheremo di restituire anche lo slancio di tanti italiani che in Africa andarono in buona fede, per costruire un futuro migliore. Erano stati ingannati; ma accanto a coloro che si macchiarono di stragi e delitti, ci furono tanti italiani – sacerdoti e medici, imprenditori e operai – che hanno rispettato gli africani, e a volte africani sono diventati. Luci e ombre: la storia è fatta così. Anche se in questa storia le ombre prevalgono. Noi non arretreremo di fronte a nulla. E racconteremo tutto. Consapevoli che anche la guerra d’Africa conferma che la vocazione di noi italiani è la pace.

15 maggio 2026