di
Sara D’Ascenzo
Antony Cordier e la sottile linea tra servi e padroni. In sala anche «Mother Mary», ritratto lisergico di una diva che ricorda Taylor Swift
«La festa è finita!» di Antony Cordier
In una villa dell’Occitania, in Francia, l’estate dorata di una famiglia altoborghese prende una piega pulp per un litigio con la servitù. Il film «La festa è finita!» si potrebbe proprio riassumere così. Perché tutto ciò che succede in questa commedia nera e acida è racchiuso nel perimetro di una storia che mette in scena la più classica delle dinamiche familiari: quella tra «servo» e «padrone». I Trousselard – Élodie Bouchez e Laurent Lafitte – sono i padroni: lui è ricco da sempre, lei è la sua bellissima moglie, attrice un tempo sulla cresta dell’onda ora in cerca, senza affanni ma anzi con accenti di meditazione, di un rilancio. Gli Azizi – Laure Calamy, qua in una delle versioni meglio riuscite della sua borgatara francese incattivita e Ramzy Bedia – sono i custodi della villa e durante i tre mesi estivi lei si occupa delle pulizie, lui fa il manutentore. Ed è proprio lui a far scoppiare il casus belli. Colpa di una montagna di cacca che gli arriva addosso per uno scarico intasato. Sarà l’inizio della fine: tra le due famiglie – ci sono anche due figlie adolescenti e il ragazzo della figlia dei padroni, di estrazione popolare ma desideroso di diventare un avvocato importante – si scatena la guerra. Quanto si può essere cattivi nella rappresentazione dei conflitti di classe? Quanto si può tirare la corda da una parte all’altra facendo oscillare come un pendolo lo spettatore, prima da una parte poi dall’altra? Moltissimo. E più il regista mette in scena i dispetti e le dichiarazioni d’intenti che ogni parte fa per sostenere la sua causa, più ci si sente dentro quel giardino riarso di conflitti, dove quasi non cresce più un filo d’erba, dove l’orto è stato saccheggiato, dove tutto è sterpaglia. Metafora di ciò che siamo oggi, e delle conseguenze nefaste dell’annebbiamento dei soldi. Per tutti.
Voto: 7. Commedia amara, nerissima e godibilissima, si perde un po’ nel finale quando vuol far tornare tutto con la massima precisione. Rischiando di essere un po’ scontata. Ma dialoghi, recitazione e situazioni paradossali si lasciano guardare con un certo perfido piacere.
«In the Grey» di Guy Ritchie
La bellissima Sophia (l’attrice e cantante messicana Eiza González) ha l’innegabile pregio che in qualsiasi situazione Guy Ritchie la metta in questo film – in un bar di un’isola spagnola a rischiare la vita o in un’auto con i frammenti dell’imbottitura dell’auto ad arrivarle addosso per diverse esplosioni a pochi millimetri da lei – nulla arriva a turbare l’onda perfetta dei suoi boccoli lucidi e del rossetto adagiato su due labbra insolitamente turgide. La credibilità di un action movie dove sia proprio lei a fare l’avvocata che deve recuperare crediti per – solo – un miliardo di dollari da un lestofante latino patentato interpretato da Carlos Bardem, casca subito alla prima inquadratura, quando lei, di bianco candido vestita in mezzo a un mondo in frantumi, comincia a raccontare che è e perché si sia trovata in quella incresciosa situazione. Da lì in poi Ritchie mette in scena una serie di luoghi comuni rivisitati: la coppia di salvatori al servizio della bella – Jake Gyllenhaal ed Henry Cavill, entrambi super organizzati, ognuno nel suo settore, menatori e calcolatori e implicati in una relazione amorosa tra loro – l’avvocaticchio che deve difendere gli interessi del lestofante, il lestofante stesso. Tutti rispondono a un copione decisamente già visto, con tasso adrenalinico esagerato, che soffoca qualsiasi contradditorio, qualsiasi battuta perfino, nella seconda parte del film, che finisce per essere uno «spara-spara» o «mena-mena» che stufa e si piazza decisamente lontano dal modello dichiarato: «Ocean’s Eleven».
Voto: 5,5. Tutto molto scontato e fastidiosamente perfetto in questo meccanismo a orologeria che finisce per essere freddo e terribilmente noioso.
«Mother Mary» di David Lowery
Mother Mary (Anne Hathaway) è la versione triste di Taylor Swift e Beyonce. Quel lato B di celebrità del calibro mondiale di queste due artiste, riprese quando i riflettori si spengono e le fragilità si rivelano preminenti rispetto alla loro forza. Ma qui c’è anche molto di più e purtroppo molto meno. Il regista Lowery, in maniera decisamente pretenziosa e presuntuosa, alla fine mette in scena un dramma da camera travestito da kolossal, tra Mother Mary, cantante di straordinario successo che si porta dentro qualcosa di più di una ferita e la sua costumista storica interpretata da Michaela Coel. La quale, sicuramente, aveva proiettato sulla cantante le sue aspirazioni e la sua carica emotiva, forse anche erotica, tanto da risultare in qualche modo tossica ed essere allontanata senza un reale motivo. Salvo tornare a cercarla per chiederle un ultimo meraviglioso abito di scena. Lowery ha visto tanti film gotici, ha titillato il body horror: il risultato è un pasticcio fastidioso che fin dalla prima voce fuori campo che viene incarnata dalla costumista rende tutto insopportabile: l’incontro tra i due, le rivendicazioni della costumista, le difese della diva. L’aureola sì, l’aureola no. Giovanna d’Arco sì, Giovanna d’Arco no. Con una teoria di luoghi comuni cinematografici paurosa, compresa la seduta spiritica che finisce per espellere lo spirito di una donna in rosso. Un mescolone di temi senza capo né coda che non si vede l’ora finisca. Come le canzoni.
Voto: 4. Difficile da digerire, noioso, indulge gratuitamente in un po’ di finto splatter, con pretese autoriali non supportate da alcun tocco magico. Anzi.
«The Sea» di Shai Carmeli Pollak
Khaled è un dodicenne palestinese. Unico della sua classe viene respinto al checkpoint che sta portando i ragazzi in Israele a vedere il mare. Scornato, triste, viene riaccompagnato a casa ma al mare non rinuncia e si rimette in viaggio. Destinazione: la spiaggia di Tel-Aviv. Quanti paesaggi umani attraversa questo ragazzino che non è diverso dai ragazzini di tutto il mondo, se non per un fatto mastodontico, il classico elefante nella stanza: lui non può andare dove gli pare. E questo stigma di non poter andare dove gli pare, perché la frontiera israeliana lo respinge e anche quando supera i controlli è seguito dalla maledizione di essere palestinese, se lo porta dietro per tutto il film, con la dolenza muta di uno sguardo che interroga lo spettatore, lo fa metaforicamente cadere dalla comoda poltroncina del cinema. In un incedere quasi allucinatorio che coinvolge tutta la seconda parte, una sorta di «duello» a distanza tra lui e le autorità israeliane con l’inseguimento disperato del padre che vuole evitargli di finire ucciso, Khaled diventa grande in un lampo, eppure resta quel bambino che cocciutamente voleva mettere la maschera da sub. A una prima parte molto lenta, non favorita da un doppiaggio che appiattisce un po’ la resa, segue una seconda parte che cresce di inquadratura in inquadratura, con una piccola storia che acquisisce sul campo i contorni universali della Storia con la «s» maiuscola.
Voto: 7. Attori e incedere della storia crescono con l’andare delle inquadrature. Tra il Truffaut dei «Quattrocento colpi» e la corsa disperata che chiude «Cous Cous» di Abdellatif Kechiche
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15 maggio 2026
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