Roggero definisce la dipendenza da algoritmi e navigazioni, sviluppatasi e aumentata in sei mesi, “come una malattia fulminante“, davanti ai quali lei e il marito si sono trovati “senza armi”. I genitori, aggiunge la donna al quotidiano piemontese, “non dovrebbero essere dei carcerieri”, ma degli “educatori che accompagnano i figli nel percorso della vita”. Ma anche chi conosce bene la rete e i computer, come la coppia, non sempre riesce a trovare il modo di evitare i rischi dell’uso distorto della tecnologia e della rete sociale virtuale. La preoccupazione più grande della donna, afferma, è “che i genitori si ritrovino soli, incapaci di mettere un freno all’uso ossessivo di smartphone e applicazioni. Rossella sembrava drogata dai social. E quando era senza, magari a seguito di una punizione, si comportava come un tossico in crisi di astinenza. Ed è in questa fase che i genitori restano impotenti”.