“Anatomia di uno schianto prolungato”. Willie Peyote – all’anagrafe Guglielmo Bruno – ha chiamato così il suo nuovo disco in uscita oggi, 15 maggio,  anticipato dai singoli “Burrasca” e “Kodak”. Un titolo da film catastrofico, ma anche il ritratto di una generazione sospesa in una crisi permanente. «Tutto sembra sul punto di finire, ma non finisce mai davvero», dice. Dentro le undici tracce del disco e nel documentario “Elegia sabauda” c’è però meno cinismo del solito. «Dopo un periodo buio, sono tornato a essere innamorato del mio mestiere». 


Willie, partiamo dal titolo. È lo schianto di una persona o di un sistema?


«Tutte e due. È il corpo che cambia dopo i quarant’anni, ma anche un sistema che sembra sempre sul punto di crollare senza farlo mai davvero. E allora questo schianto diventa necessario».


In che momento artistico si trova?


«In un momento positivo. È stato scritto durante il tour, in movimento, ma soprattutto con un’energia bella tra me, la band e i produttori».


Nel documentario dice: “Non volevo essere una pop star”. Perché?


«Mi spaventa l’idea che oggi tutti debbano fare le stesse cose. Che tu faccia pop alla Dua Lipa o rap hardcore, sembra obbligatorio fare il concerto con tre cambi d’abito, fuochi e ballerine. Io non ho iniziato questo mestiere per voler fare Dua Lipa. Anche per motivi estetici evidenti (ride, ndr)». 


E neanche Achille Lauro.


«Lui è una popstar vera. E lo stimo. Però oggi si sta perdendo il gusto della differenza. Poi vedo Kevin Parker in felpa e jeans sul palco e mi tranquillizzo».


Si sente ai margini del mainstream?


«Sono in una posizione strana: ho fatto Sanremo due volte, quindi underground non posso definirmi. Però mi sento periferico. Vivo a Torino, faccio una musica laterale. E la vivo bene. Non è la volpe con l’uva: non è necessario che tutti giochino la stessa partita».



Ha detto: “Siamo passati dall’ibridazione all’omologazione”.

«Nel 2021 era bello vedere indie, rap e pop contaminarsi. Oggi però si sta appiattendo tutto. Si fanno le cose pensando all’investimento sicuro. E si perde il gusto di fare cose diverse. Non tutti i generi musicali sono nati per fare lo stadio con mega eventi speciali».


Anche la musica è filtrata da algoritmo e marketing?

«I meccanismi esistono. Non bisogna accettarli passivamente, ma nemmeno fingere che non esistano. Io cerco di non farmi colpire».


Da Gramsci a OnlyFans, da Berlusconi a Morgan: il disco è pieno di citazioni.


«Però non ho scritto pensando al Primo Maggio o a Fazio. Volevo canzoni naturali, non brani progettati per un palco».


Quando si è innamorati si scrive meglio. Lo dice lei stesso.

«Sì, ma stavolta non c’entra una persona. Mi sono accorto che ero tornato innamorato del mio lavoro. E non succedeva da tempo. Il Covid mi ha segnato più di quanto pensassi. Il primo Sanremo era senza pubblico: a un certo punto non capisci più nemmeno per chi stai facendo musica».


In “Air B&B” parla di “sti miracolati e chi li mantiene”. Chi sono?

«Persone famose per il semplice fatto di essere famose. E la fama, da sola, non è un ruolo e non può esserci un cortocircuito».


In “Kill Tony” dice: “Sta gente è a un livello che rimpiango Silvio”.


«È una provocazione. Però continuiamo a peggiorare al punto da rivalutare quelli di prima. È successo con Andreotti, con Craxi, con Berlusconi».


Ha ancora fiducia nella politica?


«Nella politica partitica no. Però mi ha ridato speranza vedere la gente tornare in piazza. Palestina, referendum, certe piazze a Torino. Ma della politica in senso stretto, ripeto, no: per me Silvia Salis che organizza un rave in piazza, non è una speranza per niente. E’ divertente, sì. Ma non sono uno che abbocca».


E la musica politica esiste ancora?

«Fino a due anni fa avrei detto di no.

Oggi vedo di nuovo fame di quella roba lì, soprattutto tra i più giovani. “Grazie ma no grazie” è tornata a circolare durante il referendum, come Sal Da Vinci per il contrario con “Per sempre sì”. Segno che forse quella fame lì esiste ancora».

Chi è “Luigi” cui intitola il brano?

«Luigi Mangione. Mi interessava il fatto che fosse diventato insieme un meme e un simbolo di protesta. Oggi persino la rabbia deve diventare memabile. E racconta una tensione sociale verso un mondo che sembra un parco giochi per super ricchi».


Il rap ha ancora una funzione sociale?

«Sì. Il rap delle periferie e dei ragazzi di seconda generazione continua ad avere una funzione sociale enorme».


“Burrasca” è quasi una canzone d’amore.

«È una canzone sull’avere qualcuno a cui aggrapparsi quando tutto intorno fa paura».


E la citazione di Morgan dove si colloca?

«In una zona grigia. È una questione personale. C’è stato un momento in cui era un grande artista. Oggi non si tratta nemmeno più di dividere l’uomo dall’artista: lì l’arte non la vedo più».


Nel documentario dice: “Se ci mettiamo tutti insieme il pavimento viene giù”. Ci crede ancora?

«È l’unica speranza che ho. Il sistema ci vuole individualisti. Dovremmo invece riscoprire il piacere di stare insieme».


Fabri Fibra ha costruito la sua carriera sui quaderni. Lei dice di averli bruciati.

«Fibra è il motivo per cui faccio questo mestiere. Però non gli mando mai il disco: ho troppo timore reverenziale».



Nel disco ci sono Brunori Sas e Noemi.

«Con Noemi c’era una vicinanza musicale: quella radice soul e black che in fondo è anche alla base del rap. Con Brunori invece c’entra la scrittura. Io senza il cantautorato non esisterei e Dario oggi è forse quello che meglio riesce a essere contemporaneo restando legato alla tradizione italiana. Ci siamo avvicinati durante Sanremo ed era la persona che più volevo in questo disco».


Domani sera c’è la finale dell’Eurovision. 

«Io non ho nulla contro Sal Da Vinci, che è una persona bravissima. E non penso che la responsabilità debba ricadere sul singolo artista. Però credo ancora nel valore del boicottaggio quando una cosa ci sembra sbagliata. Oggi, con Israele all’Eurovision, per me l’Italia come sistema avrebbe dovuto prendere una posizione diversa. Come hanno fatto Spagna e Olanda. Facciamo ancora fatica ad allontanarci davvero da uno Stato che sta commettendo un genocidio a Gaza».


A Sanremo tornerebbe?

«Lo decide la canzone. Non voglio diventare uno di quelli che fanno un Sanremo ogni due anni. Quest’anno ho apprezzato i giovani in gara, da Sayf a Fulminacci. Sono curioso del lavoro che faranno Stefano De Martino e Fabrizio Ferraguzzo».


È più pessimista o più lucido?

«Lucido. Ma di base pessimista».


E quindi: c’è ancora speranza o stiamo andando verso lo schianto?

«Secondo me lo schianto non è per forza una cosa negativa. A volte un sistema deve crollare perché qualcosa di nuovo possa nascere. E oggi, paradossalmente, ho più speranza di prima».




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DATE TOUR


10 ottobre     NONANTOLA (MO)    VOX


20 ottobre     MILANO        FABRIQUE


23 ottobre     MOLFETTA (BA)    EREMO CLUB


24 ottobre     NAPOLI            CASA DELLA MUSICA


27 ottobre     BOLOGNA        ESTRAGON


30 ottobre     FIRENZE            TEATRO CARTIERE CARRARA


31 ottobre     ROMA            ATLANTICO


3 novembre  VENARIA REALE (TO)    TEATRO CONCORDIA


7 novembre  PADOVA         HALL




Ultimo aggiornamento: venerdì 15 maggio 2026, 05:00





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