di
Luigi Ippolito
La corsa del «re del Nord» Burnham passa da una suppletiva. Le ricette: più spesa e ritorno all’Ue
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA – Tutti lo chiamano il «re del Nord» e il suo credo — da lui stesso coniato — è il «manchesterismo»: ma soprattutto Andy Burnham, al momento sindaco di Manchester, è ormai il primo ministro in pectore del Regno Unito, il candidato più accreditato a prendere il posto di Keir Starmer in tempi più o meno brevi. È questo il risultato di una settimana di psicodramma laburista, seguito alla cocente sconfitta alle elezioni amministrative del 7 maggio, che ha visto la posizione del premier gravemente indebolita: ormai la sua uscita di scena è una questione di quando, non di se.
Burnham deve però prima scavallare un ostacolo non indifferente, ossia farsi eleggere in Parlamento: perché in base alle regole della politica britannica, chi non siede a Westminster non può candidarsi alla guida del governo. E così giovedì un peone laburista dell’area di Manchester ha deciso opportunamente di farsi da parte per consentire a Burnham di correre per un seggio in una suppletiva: ma la sua elezione non è scontata, perché il partito di destra populista di Nigel Farage è andato benissimo a Manchester e dintorni e il tribuno della Brexit ha intenzione di fare di tutto per sgambettare Burnham. Ammesso dunque che il sindaco di Manchester riesca a entrare in Parlamento, a quel punto la sua strada sarebbe spianata: è di gran lunga il politico più popolare del Paese e Starmer sarebbe a mal partito per contrastare la sua sfida.
C’è pertanto una buona probabilità che per l’estate Burnham si insedi al n. 10 di Downing Street. Ma chi è Andy? Lui è il campione della sinistra laburista, ma soprattutto è visto come uno spauracchio dai mercati: già lo scorso autunno, quando aveva rese pubbliche le sue ambizioni da premier, dichiarando improvvidamente che la Gran Bretagna non deve sentirsi «in pegno ai mercati obbligazionari», aveva fatto affondare la sterlina e schizzare in alto lo spread.
La City lo considera pertanto il peggior candidato possibile alla successione di Starmer e già ieri la valuta britannica era scesa ai livelli più bassi da un anno e gli interessi sui titoli di Stato erano in salita. Questo perché Burnham ha detto che intende rompere le regole di bilancio e fare più debito per finanziare la spesa pubblica: con Londra sorvegliata speciale sui mercati a causa degli alti livelli di deficit e debito pubblico, non è il miglior viatico per la stabilità.
La filosofia del «manchesterismo» include anche nazionalizzazioni, aumento delle tasse, abolizione della Camera dei Lord, istaurazione del sistema proporzionale e riavvicinamento alla Ue più deciso di quanto non abbia fatto finora Starmer.
A favore di Burnham gioca comunque un lungo apprendistato: figlio di un tecnico telefonico e di una centralinista, laureato in Lettere a Cambridge, era entrato nel partito laburista a 15 anni sull’onda degli scioperi dei minatori contro Margaret Thatcher e dal 1997 aveva ricoperto una serie di ruoli minori nei governi di Tony Blair, fino a essere nominato ministro della Sanità da Gordon Brown nel 2009.
Già nel 2010 si era candidato una prima volta, senza successo, alla leadership laburista e poi, sotto la guida di Ed Miliband, era stato ministro-ombra per la Cultura e per la Sanità. Di nuovo nel 2015 aveva lanciato la scalata al partito, arrivando fino allo spareggio contro Jeremy Corbyn (e perdendo di nuovo). Con il leader di ultra sinistra era stato ministro-ombra degli Interni, fino a conquistare nel 2017 la poltrona di sindaco di Manchester, vincendo a mani basse con una maggioranza del 63%. Rieletto due volte, nel 2021 e nel 2024, è chiamato ora alla sfida della sua vita, quella «marcia su Londra» che da re del Nord deve portarlo alla guida del Paese.
15 maggio 2026 ( modifica il 15 maggio 2026 | 21:57)
© RIPRODUZIONE RISERVATA