di
Valerio Cappelli e Aldo Cazzullo

L’attore e regista compie 80 anni: «Da bimbo volevo diventare santo, oggi vado in chiesa a leggere i copioni»

Intervistare Michele Placido per i suoi ottant’anni è come andare a teatro e salire sul palcoscenico accanto a lui. Il suo pensiero non lo esprime: lo interpreta. «La mano che trema? Sono come lo sceriffo a cui magari trema la mano ma quando deve sparare, bang!, spara dritto». E sembra che nel salotto di casa rimbombi davvero uno sparo.

Qual è il suo primo ricordo?
«Vivevo ad Ascoli Satriano, un paesino quasi sulle montagne in provincia di Foggia. Ero affascinato da mio zio missionario, padre Alessandro Iassetti, che predicava in Paraguay».



















































Mission.
«A Natale, quando veniva a trovarci, ci raccontava degli indios. Poi andò in India. Era il 1955, avevo 9 anni. Gli dissi, zio, portami con te. Mi portò al collegio dei padri redentoristi a Scifelli, un paesino della Ciociaria».

Voleva farsi prete?
«Di più: volevo diventare santo. Da bambino ero abitato da un forte misticismo. Mi suggestionavano le figurine di Gerardo Maiella, che fu beatificato alla fine dell’800, un mezzo pazzo che scappò di casa calandosi dalla finestra con un lenzuolo lasciando un biglietto alla madre, “mamma, perdonami, vado a farmi santo”».

Com’era il collegio?
«Eravamo 600 ragazzini. Io ero molto curioso. Da chierichetto aiutavo a servire messa, la fantasia mi esplodeva quando durante la comunione sentivo il parroco dire “Corpus Christi”. Mi faceva un’impressione incredibile il corpo di Cristo ricevuto dai fedeli in ricordo dell’Ultima Cena, sotto forma di ostia. E una notte…».

Cosa accadde?
«Una notte non riuscivo a dormire. Scesi in Cappella, sapevo dov’era il tabernacolo che conteneva le ostie consacrate. Tremando, ne presi alcune e cominciai a masticarle come fossero il corpo di Cristo. Ebbi un senso di colpa. Rimisi tutto in ordine, ma il capo della camerata, un ragazzo di 16 anni, insospettito, fece un’indagine e mi scoprì. Così mi cacciarono dal collegio».

Lei però una volta disse che fu mandato via per un filarino con una suora.
«Quello era prima. Il piccolo amore con suor Antonietta fu antecedente e si risolse con una ramanzina. Avevo dieci anni, la notte di Natale ce ne andammo al campo sportivo all’aperto a mangiare i dolci che mi avevano spedito i miei genitori. Antonietta era un po’ più grandicella. Lei con la tonaca, io con i pantaloni alla zuava. Ci abbracciammo, qualche bacetto, la cosa finì lì».

La sua prima fidanzata?
«Era soprannominata Trascendente, perché ti guardava con gli occhi azzurri verso l’alto. Ci si vedeva d’estate alle feste in casa, a ballare lenti che erano veri e propri corpo a corpo, a noi ragazzi piaceva sentire la fisicità del corpo femminile, il sudore, gli odori, loro ti mettevano il gomito sulla gola per non farti avvicinare, quando andava bene si finiva al muretto o nelle costruzioni abbandonate in periferia, dove era più facile baciarsi».

Fu la prima volta?
«No. Dopo il collegio, a 13 anni, non riuscivo a tornare alla normalità. Vivevo la religiosità in modo esasperato. La settimana della Passione era di una forza teatrale straordinaria, il lavaggio dei piedi, Ponzio Pilato, la condanna a morte. Come vedere un film».

Suo padre Beniamino che lavoro faceva?
«Era geometra, soldi a casa pochi, a mamma confidava di aspettare una “tremarella” per fare un po’ di soldi, si riferiva a una piccola scossa di terremoto. Eravamo otto fratelli, a tavola ci si trovava in dodici, come gli apostoli, c’erano anche la nonna e una zia un po’ strana, che rideva sempre. Nonno Vincenzo, il padre di mio padre, nel 1913 era emigrato negli Stati Uniti, lasciando la moglie incinta».

Come mai?
«Nei vicoli stretti di paese, aveva avuto una zuffa con un tipo su chi doveva avere la precedenza a passare con i muli. Finì male. Tornò in Italia dopo 50 anni. Era un omone con i capelli biondi. Vide mio padre, era la prima volta che erano uno di fronte all’altro. Mio nonno disse: “E tu saresti mio figlio? Vieni qua”. Lo abbracciò. Mio padre, che era molto emotivo, svenne dall’emozione».

Esordio a teatro?
«La cieca di Sorrento, al mio paese. A scuola ero un somaro iperattivo e poco attento, ma uno dei miei fratelli leggeva Shakespeare. Una notte recitai un monologo dall’Amleto, nella piazza di Ascoli Satriano. I miei coetanei mi prendevano in giro, io dicevo “essere o non essere” e loro mi gridavano ma ‘ndo vai, che vuoi fa’, l’attore? Mi tiravano di tutto».

Continuò a recitare?
«Mio padre disse a mamma, “Maria, ‘sto ragazzino non farà nulla nella vita”. Telefonò a zio Gerardo per presentare la domanda come poliziotto. A 18 anni mi ritrovai alla caserma di Castro Pretorio, a Roma. L’ambiente era militaresco e certo non di sinistra. Un giorno si accorsero che avevo Paese Sera sotto braccio: mi diedero tre giorni di consegna. Un giorno ci chiamarono a sgomberare la facoltà occupata di Architettura a Valle Giulia, è una scena che ho messo nel film Il grande sogno».

Primo marzo 1968.
«Suonarono la tromba della carica nel momento di maggior tensione, quando eravamo tutti esasperati dagli insulti e dagli sputi degli studenti. Strinsi il manganello e rincorsi la persona che mi dileggiava di più. Era una ragazza. La rincorsi fino a un bar, che c’è tuttora, la presi per i capelli, la gente mi urlava “che fai, nun vedi che è ‘na regazzina?”. Uscii piangendo dalla vergogna. La ragazza mi venne dietro: “Ho visto che hai sofferto di questa cosa. Ma quanto sei bello… me lo dai il tuo numero di telefono?”. Ci frequentammo per una settimana. Poi lei lo disse alla sorella, e non mi rispose più. Era una famiglia borghese, stava ai Parioli, e io un povero poliziotto del Sud».

Un poliziotto che scoprì Pirandello.
«Mi rifugiavo nella biblioteca della caserma. Mentre recitavo a memoria L’uomo dal fiore in bocca, entrò un colonnello: “Allora vuoi fare l’attore? Domattina in ufficio da me!”. Io avevo il cuore in gola. Mi chiese di recitare davanti a tutti i colleghi la poesia per San Michele Arcangelo, santo protettore della polizia. Riuscii a entrare all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Subito la occupammo».

Chi era il capo della protesta?
«Gian Maria Volonté, un gigante. Contestavo tutto, anche I giganti della montagna messo in scena da Giorgio Strehler: mi pareva una rottura di scatole; divenne il mio maestro, mi prese come protagonista de La Tempesta. Strehler mi chiamava lo zingaro, per la vita che conducevo».

Nella prima Repubblica per chi votava?
«In Puglia, da adolescente, ero di destra; a Roma diventai di sinistra. Ho sempre votato fieramente socialista».

Come trova Giorgia Meloni?
«La incontrai una volta per caso, quando aveva il 3,5 per cento, ci salutammo, mi fece una buona impressione. Mi sono ritrovato di recente a una cena con molti intellettuali di teatro. Ho detto: avete visto la ragazza che sbeffeggiavate per il suo accento romanesco quanta strada ha fatto? Un collega mi ha gridato con tutta la forza che aveva, la gola gli stava scoppiando: fascista! Venimmo quasi alle mani».

Ma le piace Meloni?
«È una con i piedi per terra. E quando Trump ha esagerato, gliel’ha detto».

Elly Schlein?
«Mi fa piacere che sia una donna a guidare il Pd, ma lei è anche un po’ fuffa».

Giuseppe Conte?
«Non mi dispiace, ha un suo essere meridionale, è pugliese come me. Ma Giorgia Meloni ha qualcosa in più».

Suo nipote è in politica.
«Sì, Alessandro Onorato, figlio di mia sorella Rita. Era con la destra, poi è passato al centro che guarda a sinistra. Il sindaco Gualtieri lo porta sul palmo della mano».

Beniamino Placido, il critico televisivo di Repubblica, era suo cugino.
«Fu lui a raccomandarmi Nanni Moretti. Arrivò a casa mia in Vespa, allora stavo sulla Cassia. Voleva conoscermi, era affascinato da me, mi diede il copione del suo primo film, “Io sono un autarchico”. Mi comportai da cialtrone, presi il copione e lo misi da parte. Ma ho fatto la sua fortuna. Il personaggio che voleva propormi si chiama come me, Michele. Impersonato da Nanni, divenne il suo feticcio».

Lei fa la parte del cialtrone nel Caimano.
«Nanni è furbo, sapeva che mi sarei divertito a fare un personaggio spiazzante, con una parlantina un po’ alla Berlusconi. Moretti è famoso per girare 50 ciak per ogni scena. Gli dissi: io ne te ne faccio una, eh? E andò così. Buona la prima. Ci ritrovammo nel 2006 alla cerimonia dei David di Donatello».

Lei aveva «Romanzo criminale».
«Presi otto statuette. Mano a mano che nel corso della serata ne vincevo una, Nanni cominciò a non guardarmi più. Ma i due premi maggiori, miglior regista e miglior film, li diedero a lui, per Il Caimano. La mia interpretazione fu ignorata. Gli dissi, ironico: ma io allora cosa ho fatto nel tuo film? Non mi ha mai risposto».

Romanzo criminale è straordinario.
«Lanciò una intera generazione di attori, Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Riccardo Scamarcio, Stefano Accorsi, Elio Germano…».

Kim Rossi Stuart per lei divenne anche Vallanzasca.
«Andammo a trovarlo in carcere, a Opera. Cominciò a dare consigli a Kim su come interpretarlo. Poi d’improvviso si calò i pantaloni dandoci la schiena: voleva mostrarci le natiche sforacchiate dalle pallottole della polizia».

Lei ha affrontato anche il caso Moro. Che idea si è fatto?
«Ambienti della malavita raccontano di essere stati usati dai servizi segreti americani, preoccupati per il compromesso storico e l’apertura di Moro ai comunisti. E’ il contesto in cui è maturato anche l’assassinio di Piersanti Mattarella».

La fede ha ancora posto nella sua vita?
«Ha accompagnato tutta la mia adolescenza. Con i miei genitori, noleggiando un’auto, andavamo a trovare Padre Pio a San Giovanni Rotondo. Accarezzava tutti, parlava dialetto, a noi bambini diceva “che belli ’sti guaglioncelli”, per ognuno di noi spendeva due parole che erano quasi sempre le stesse: tu dici solo bugie».

Lei ha interpretato Padre Pio in un film.
«Nella scena delle stimmate Giulio Base, il regista, si raccomandò che avrei dovuto inginocchiarmi. La folgorazione, il lampo… Rocco Papaleo, che faceva fra Nicola, mi disse scettico: ma tu ti sei mai inginocchiato? Conoscete gli artisti, così presi da sé, non entra nelle loro teste ’sto concetto… Ve lo vedete, che so, Sorrentino che si inginocchia?».

Cosa accadde?
«Mentre cercavo di addormentarmi mi venne in mente mio padre che mi recitava la preghiera della buonanotte, in latino: Pater noster, qui es in caelis… Scesi dal letto, mi inginocchiai e mi scorsero le lacrime. La mattina dopo Giulio Base mi chiese: ma che hai fatto stanotte? Avevo la faccia stravolta. Sul set, al primo ciak sulle stimmate mi inginocchiai e piansi. Pensavo a papà, a quando aveva visto per la prima volta suo padre. Volete sapere qual è il cruccio della mia vita?».

Quale?
«Mio padre non mi ha mai visto recitare. Quando morì, molto giovane, a 54 anni, cominciavo a diventare famoso, avevo già lavorato per Marco Bellocchio. Mia madre mi disse che lei e le sorelle più piccole dovevano vivere vicino a me, a Roma. Aveva solo un desiderio: quello di una casa modesta accanto a un mercato, perché le piace fare la spesa col carrello. Alle cinque del pomeriggio recitava il rosario. Io già non credevo più, ero l’intellettuale di famiglia che leggeva Shakespeare. Ma alle cinque del pomeriggio, cascasse il mondo, dicevo il rosario con mamma».

Ma lei crede in Dio?
«In chiesa ci vado, a leggere i copioni».

Legge i copioni in chiesa?
«Sì, mi dà serenità, concentrazione, forza spirituale. Ora faccio un film su Celestino V, l’eremita eletto nel 1294, a 84 anni, era più vecchio di me… A Roma mancava un Papa da 27 mesi. Elessero lui con il pensiero che sarebbe morto presto. Cambiò tutti, preferiva stare a Napoli che a Roma, nominò tredici cardinali quasi tutti francescani, fu costretto a rifugiarsi nelle montagne. Il suo nemico era Bonifacio VIII. Celestino mi affascina anche più di Padre Pio, siamo anche nati lo stesso giorno, il 19 maggio. Un collega mi ha detto che non mi libererò mai dalle chiamate. Sono rimasto colpito quando ho seguito una messa a Londra».

Perché?
«Officiava una donna, i chierichetti erano i suoi figli. La Chiesa cattolica andrebbe modernizzata».

Cosa c’è nell’aldilà?
«È la domanda che facevo a quell’ateo di Mario Monicelli. Mi rispondeva: “E che ce deve sta’? Niente, ce sta’”. Penso a Bergman, il cavaliere delle Crociate interpretato da Max von Sydow che sfida la Morte a scacchi per prendere tempo. Bergman pone la questione: dove sta Dio? Ma non dà la risposta. Lo stesso vale per me. Resto impressionato all’idea dell’anima che rimane mentre il corpo se ne va. Mi viene in mente Pirandello».

Perché?
«“Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare africano”. Pirandello non era credente, però queste parole possiedono qualcosa di soprannaturale, che non riusciamo a capire».

Come fu la sua prima volta?
«Nella giornata libera uscivamo dalla caserma e andavamo a vestirci in borghese in una camera di una casa di tolleranza. La prima volta fu con una prostituta. Ma non funzionò. I colleghi poliziotti mi prendevano in giro: ma che, non ti piacciono le femmine?».

Il successo arrivò con La Piovra, dall’84 al 2001. La morte del commissario Cattani ebbe 17 milioni di spettatori.
«Sembra brutto oggi dirlo, ma dovevo scappare dalle donne. Mi inseguivano negli hotel, bussavano di notte alla mia stanza, si intrufolavano nei camerini. Una volta una mi seguì nel bagno di un locale pubblico. Poi, quello che succedeva non lo so».

Quante donne ha avuto?
«Non ho mai tradito le mie mogli».

Dalla prima, Simonetta Stefanelli, ebbe Violante, la primogenita.
«Simonetta veniva dal Padrino II, era di una bellezza unica. Quando ci separammo, scelse di andare a vivere a Londra. Tutti e cinque i miei figli sono cresciuti sui set. Violante è attrice, Brenno attore, Michelangelo vuol diventare sceneggiatore, Inigo…».

Un nome basco.
«Sì, ma la madre, Virginie, è belga. Inigo lavora nella pubblicità. Gabriele, che ho avuto da Federica, è tecnico a teatro».

Federica Vincenti ha detto che vi siete lasciati.
«Siamo separati, ognuno vive a casa sua, è la passione per il cinema e il teatro a legarci ancora, a unirci. È produttrice, attrice, fa tante cose. Non riesco a portare avanti un progetto senza di lei. E’ finito l’amore per l’età. Mi sono addolorato, ’sta ragazzina è stata la donna della mia vita. Ci sposammo che io avevo 55 anni e Federica 19. Troppa differenza. L’affinità elettiva rimane; il corpo invecchia. Ancora oggi le mando i fiori ogni giorno».

Avete vissuto un grande dolore.
«Federica incinta di sette mesi ha dovuto avere un aborto terapeutico. Alla bambina mancava un pezzo di cervello. Nostra figlia sarebbe stata cieca e sorda. Dopo quel giorno, negli anni, qualcosa tra noi cambiò. Forse pensò che ero troppo vecchio».

La Piovra fu un caso in tutto il mondo.
«Girai in Tagikistan e Afghanistan una produzione russa, fui scelto dal sindacato attori che mi avevano visto nella Piovra. Dovevo interpretare un maggiore russo, il film è Afghan Breakdown. Durante la guerra a Kabul ho vissuto per sette mesi con l’Armata rossa. Ci furono rivolte, assalti contro le caserme. Sulla strada verso l’aeroporto ero dentro il carro armato. I guerriglieri afghani ci bloccarono, ci tirarono delle pietre. Faceva un caldo tremendo. Esasperato, uscii dal mezzo. Cominciarono a gridarmi: Cattania! Cattania!».

Avevano riconosciuto il commissario Cattani.
«Me la cavai firmando l’autografo a tutti. Cattani mi aveva già salvato un’altra volta».

Quando?
«A Torre Annunziata recitavo a teatro “Beffe della vita e della morte”, una raccolta di novelle di Pirandello. Usciti dal ristorante dopo la recita, in un vicolo buio fummo assaliti da banditi, armi in pugno: Mani in alto! Poi mi riconobbero: ma tu sei Placido? Cattani? E mi abbracciarono. Ho un terzo aneddoto, un po’ diverso».

Dica.
«Raissa Gorbaciov, la moglie dell’ex presidente sovietico, era anche lei accanita spettatrice della Piovra. Il marito era in visita con la moglie al Quirinale, c’era Cossiga presidente, Raissa chiese di potermi invitare alla cena ufficiale. Sull’invito era scritto: cravatta nera. Pensavo bastasse una cravatta, non sapevo che indicasse l’obbligo dello smoking. Il cerimoniale del Quirinale fu irremovibile: lei non può entrare. “Ma mi ha invitato Gorbaciov…”. Non ci fu verso. Me ne andai imprecando e mi infilai in pizzeria con la mia cravatta nera.

Ha paura della morte?
«Non sono Woody Allen che ha la battuta pronta: “Non è che ho paura di morire, solo che non voglio esserci quando accadrà”. Sono stato un privilegiato, ho avuto tutto, la passione, l’arte. Devo solo ringraziare».

Ma ha paura?
«Non ho diritto di averla. Ripeto, sono stato un privilegiato, penso alle emozioni che sto avendo da questa chiamata di Celestino V, da quelle avute dal film sul giudice Livatino. Papa Francesco, che ritengo il più grande, mi convocò dopo aver visto la mia serie tv “Il giudice e i suoi assassini”, sulla vita e il martirio del magistrato».

Cosa vi siete detti?
«Il colloquio doveva durare mezz’ora e siamo stati a parlare un’ora e mezza. A un certo punto disse: chi non ha sbagliato? Secondo me si riferiva ai suoi anni in Argentina, quando fu costretto a subire qualche piccolo compromesso con la dittatura. Poi parlammo di Livatino, il laico fatto beato che applicava non la giustizia degli uomini ma la giustizia di Dio. Diceva: non basta essere credenti, bisogna essere credibili».

In quali chiese va a leggere i copioni?
«Ne abbiamo di meravigliose, pensi a quelle che custodiscono i capolavori di Caravaggio. Ma a Pasqua sono andato nella chiesa a Piazza Cola di Rienzo per un omaggio a mia madre, che era molto religiosa. Erano quasi tutti stranieri. Mi sono messo in fila per la comunione, il parroco mi ha bisbigliato all’orecchio: ma tu non sei miscredente?».

E lei cos’ha risposto?
«Mi dia l’ostia, mamma ne sarà contenta»

16 maggio 2026 ( modifica il 16 maggio 2026 | 07:37)