Ci sono oltre 8 miliardi di esseri umani, oggi, a spasso su questo mondo e secondo le stime più aggiornate il 60% di loro usa uno smartphone. Parliamo, insomma, di quasi 5 miliardi di persone. Che cosa centra questo con l’undicesima edizione di Photo London, la fiera della fotografia d’arte che Londra ospita fino a domenica 17 maggio? Nulla, eppure centra tantissimo, perché questa statistica ci dice che quasi 5 miliardi di persone, in qualsiasi momento, anche ora, sono in condizione di scattare una fotografia. E farla vedere, mostrarla, condividerla: o almeno provare a farlo, lanciandola in gruppo Whatsapp o postandola su uno qualsiasi dei vecchi e nuovi social media. Solo su Instagram, la piattaforma nata proprio per la condivisione delle fotografie e oggi diventata molto altro, sono 53mila le fotografie postate ogni minuto. Oltre 3 milioni ogni ora. Più di mezzo miliardo la settimana. A fronte di numeri di questo genere, allora, viene da chiedersi dove stia andando la fotografia in senso assoluto. E di conseguenza dove vada, in senso relativo, il mercato di quella d’arte. La certezza è che per ora lascia le sale paludate della Somerset House per trasferirsi sotto le vetrate dell’Olympia a Kensington, il maxi-centro culturale e commerciale oggetto del restyling miliardario firmato dall’Heaterwick Studio.

«Il trasferimento crea un’esperienza unificata, ha dichiarato la direttrice della fiera, Sophie Parker, che ha suscitato un incredibile entusiasmo sia nelle gallerie nuove sia in quelle di ritorno. Ci ha dato lo spazio e la libertà di ampliare le aree più amate della fiera». In una cornice che, inutile negarlo, ricorda piuttosto da vicino il Grand Palais, quasi Photo London lanciasse una sottile sfida a distanza a Paris Photo.

Lo spostamento non ha convinto proprio tutti: non manca infatti chi vede nella grandiosità della nuova location il pericolo della dispersività, di un caos che rischia di sporcare la fruibilità della fiera. Qualcosa forse non ha funzionato al meglio nella compartimentazione delle diverse sezioni, perché se la «Discovery» dedicata agli emergenti (intesi indifferentemente come gallerie e artisti) e il «Focus» sugli espositori da Sud America e Europa orientale sono stati compattati in percorsi omogenei, la sezione «Source» curata da Tristan Lung, con stand monografici, è stata parcellizzata e disseminata nello spazio principale, risultando alla fine un po’ confusa. A farne le spese per davvero, però, è la mostra su Steven Meisel, uno tra i progetti istituzionali della fiera. L’idea è di celebrare il primo reportage londinese mai realizzato dal guru di «Vogue», che nel 1993, reduce dal successo internazionale per aver appena pubblicato insieme a Madonna il brano «Sex» (2015), atterra in riva al Tamigi e scatta tra Shoreditch e Notting Hill per catturare l’anima anarchica e irriverente del fashion system locale. L’omaggio soffre una posizione un po’ sacrificata, ma soprattutto un allestimento che non va d’accordo con la luce naturale che piove generosa dalle coperture vetrate dell’Olympia, e che in certe ore del giorno rende le opere difficilmente apprezzabili.

Dettagli, che non cambiano l’anima di una fiera che riconosce il ruolo della fotografia come entry market per nuovi collezionisti: se è vero quanto dice il report annuale di Art Basel e Ubs sul mercato dell’arte (si compra di più, ma si spende di meno: ergo si comprano pezzi meno costosi), ecco che Photo London inaugura il suo «Young Collectors Circle», provando ad agganciare chi si sta approcciando alla costruzione di una collezione.