Padiglione Santa Sede – Foto David Levene
Padiglione Santa Sede – Foto David Levene
I Padiglioni Nazionali alla Biennale di Venezia rappresentano, senza ombra di dubbio, una formula unica nel panorama delle grandi esposizioni d’arte. Quest’anno poi sono salite all’onore delle cronache soprattutto per la spinosa questione della partecipazione russa con cui si è resa ancora più evidente il peso politico che hanno queste esposizioni artistiche. Una particolarità che permette di rappresentare un panorama vastissimo, quest’anno ha segnato il record di adesioni con ben 100 partecipazioni nazionali.
Questo peculiare formato invita a seguire il tema proposto dal direttore della Biennale, ma spesso questo legame è evanescente se non addirittura inesistente. L’idea dei toni bassi e contemplativi della Mostra di Koyo Kouoh, ad esempio, si scontra in modo fragoroso con le opere del Padiglione Austria, il più chiacchierato e condiviso all’apertura della manifestazione che ha proposto invece forme d’arte più in linea con l’idea di provocazione e shock.
Padiglione Francia – Foto Jacopo La Forgia
Padiglione Francia – Foto Jacopo La Forgia
Dunque, navigare in questo arcipelago artistico si rivela un’impresa, non solo per la moltitudine di linguaggi proposti—dalle performance (Austria Belgio) alla video arte (Polonia), dalla scultura contemporanea (Italia) alle esperienze sonore (Santa Sede) e digitali (Grecia)—ma anche per la disorientante assenza di indicazioni della giuria. Anche i temi trattati sono assolutamente eterogenei dall’artigianato (Uzbekistan), alla genitorialità (Giappone) passando per la cosmologia (Francia). Una sorta di grande luna park dove oltre ogni portone si possono incontrare mondi in grado di stupire, indignare, divertire o anche, come vorrebbe il tema di questa edizione, invitare alla contemplazione.