L’elenco dei capitalisti, top manager e chief executive americani che hanno seguito Donald Trump a Pechino nei giorni scorsi, è impressionante ed è istruttivo. Erano ben rappresentati il settore BigTech con Apple Meta Cisco Tesla/SpaceX Qualcomm Micron Nvidia; la finanza con Citi Mastercard Visa Goldman Sachs; l’industria aerospaziale con Boeing e GE; i fondi d’investimento Blackrock Blackstone. Ce n’era abbastanza per esibire la forza del capitalismo americano: l’Unione europea non sarebbe in grado di schierare nulla di simile a questa potenza di fuoco. Un’altra chiave di lettura è che questa delegazione rappresentava la “lobby filocinese”, sono tutti gruppi capitalistici che hanno interesse a mantenere buoni rapporti con Xi Jinping.
Soffermarsi su quel gruppo di super-capitalisti aiuta ad aprire gli occhi sulla relazione Usa-Cina. «E’ la più importante del mondo», ha detto Xi Jinping. Qualcuno non lo sapeva? Si direbbe di sì. Un anno fa a quest’epoca circolavano delle fantasticherie. Dopo l’annuncio dei dazi nel Liberation Day, aprile 2025, era di moda in Europa teorizzare una grande alleanza Ue-Cina, per isolare l’America e castigare il suo presidente. Bruxelles e Pechino, secondo quella teoria allora in voga, sarebbero diventati l’asse centrale di un nuovo ordine globale, attirando a sé il Grande Sud globale, il Resto del mondo. Gli Stati Uniti sarebbero stati messi nell’angolo, penalizzati, ridimensionati. Quel mito si è infranto al primo contatto col mondo reale. Nessuno può fare a meno dell’America, che perfino nelle sue stagioni protezioniste (ce ne sono state tante) è sempre rimasta il mercato più ricco e generoso per le economie esportatrici. Tantomeno può farne a meno la Cina, che ha visto calare nettamente le sue vendite negli Usa e tuttavia continua a dipendere molto dall’accesso a quel mercato.
Xi come tutti i leader cinesi – in realtà come tutti gli statisti degni di questo nome – è un lucido osservatore dei rapporti di forze. L’America rimane il numero uno. La Cina insegue, è il numero due. Questi sono i fatti, il resto conta poco. I rapporti di forze a cui guarda Xi includono il dinamismo economico, il ruolo globale della moneta, la padronanza delle tecnologie più avanzate, la capacità militare, il controllo di risorse strategiche, la demografia. In tutti questi campi l’America continua ad avere un vantaggio su ogni rivale, anche se la Cina sta accorciando le distanze in molti settori. La superiorità del Pil Usa e del reddito pro capite, gli indicatori sugli investimenti e sull’occupazione, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, l’autosufficienza energetica: l’America gode di una supremazia che incute rispetto. Le sue guerre possono rivelarsi degli errori strategici, e al tempo stesso sono “vetrine” in cui viene esibita una potenza e un’efficienza che ancora non ha eguali. Se Xi continua a licenziare i suoi generali ci sarà una ragione.
Xi in cuor suo può anche pensare che Trump sia un pagliaccio o uno squilibrato. Di sicuro pensa che la politica americana è malata e che la civiltà occidentale è decadente. Lo dice spesso e volentieri nei suoi discorsi. Poi però lui giudica il presidente degli Stati Uniti dai suoi accompagnatori. Quella delegazione di capitalisti al seguito dell’Air Force One è una delle ragioni per cui l’America continua a incutere rispetto malgrado la sua instabilità politica e le sue divisioni interne. Xi vede in quel gruppo di chief executive la rappresentazione plastica di una potenza che lui vorrebbe eguagliare, se possibile superare, e con la quale nel frattempo deve negoziare. La sua economia avrà ancora bisogno di loro a lungo: come clienti, come fornitori, come investitori. In un’epoca storica segnata da una nuova rivoluzione tecnologica, l’intelligenza artificiale, Xi sa che si tratta di una gara a due, fra America e Cina, in cui l’Europa è irrilevante.
È abbastanza paradossale constatarlo, ma questa Cina governata dal più grande partito comunista della storia, è molto meno anti-capitalista della vecchia Europa. Una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente europea ha orrore per i turbo-capitalisti alla Elon Musk, e altri membri della delegazione che hanno accompagnato Trump a Pechino. Il sogno di molti a Bruxelles è di varare normative il più possibile punitive nei confronti dei giganti americani dell’economia digitale. Xi al contrario vuole che i capitalisti digitali del Big Tech cinese siano il più possibile simili ai loro rivali Usa, e un giorno siano in grado di superarli. Xi da vero maoista-leninista predica e pratica il primato della politica, per cui ha ridimensionato le velleità di autonomia di un personaggio come Jack Ma (Alibaba). Ma una volta chiarito chi comanda, lo stesso Jack Ma è stato “riabilitato” perché il regime ha bisogno di quelli come lui.
Nella sfera del mercato, e dell’innovazione, i capitalisti cinesi godono di grande libertà di azione, non sono docili strumenti della nomenclatura. Questo spiega l’eccezionale capacità innovativa della Cina, e la sua performance nella gara con l’America in tutte le tecnologie avanzate. Ma in alcuni settori il vantaggio della Silicon Valley rimane: il personaggio forse più ammirato dai cinesi in quella delegazione di capitalisti Usa è “uno di loro” (etnicamente), quel Jensen Huang che viene da Taiwan, ma ha creato in California Nvidia, leader nei microchip più avanzati, quelli che consentono le prestazioni migliori all’AI.
Questo ricorda un altro teorema molto in voga in Europa: il mito degli Oligarchi che governano l’America. Anche quello si è infranto un anno fa. I dazi, le restrizioni sull’immigrazione, i limiti all’export di certi prodotti avanzati (anche a danno di Nvidia): le politiche economiche di Trump nei primi 16 mesi di questo mandato non sono state allineate con gli interessi del grande capitalismo, globalista per eccellenza. Se davvero comandassero i cosiddetti Oligarchi, il protezionismo sarebbe bandito a Washington.
I turbo-capitalisti al seguito dell’Air Force One hanno cercato di pesare sul vertice per smussare le asperità di una relazione conflittuale. In questa fase Trump può avere interesse ad ascoltarli un po’ più che in passato e il buon esito del vertice rassicura un po’ tutti.
Pechino vede Trump come un’opportunità tattica. Non perché lo consideri filocinese, ma perché lo giudica meno aggressivo del Congresso, del Pentagono, dell’intelligence americana. Dal segretario di Stato Marco Rubio fino alla maggioranza del Congresso (in questo caso bipartisan, repubblicani e democratici), con l’inclusione delle forze armate e dell’intelligence, tutti gli altri poteri forti americani sono più ostili alla Cina rispetto a Trump e ai capitalisti che lo hanno accompagnato. Se Trump vede l’intesa con Xi come un successo personale, è incline ad accettare cose che un’amministrazione più tradizionale eviterebbe.
La relazione fra America e Cina continuerà ad essere segnata da tregue precarie, compromessi provvisori. Sarà sempre un equilibrio instabile per l’impossibilità di eliminare la rivalità di fondo. Ma gli uni e gli altri hanno ben chiara la centralità di questa relazione, da cui dipendono i destini del mondo. Chi ha coltivato il sogno di prescindere dall’America e di offrirsi alla Cina come partner alternativo, non ha capito la spietata lucidità di Xi, e ha perso i contatti con il mondo reale.
16 maggio 2026
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