di
Rosanna Scardi

Ospite di Giorgia Surina, che con lui condivise l’esperienza a Mtv, racconta: «Quando sono stato lasciato da mia moglie – afferma -, mi ha detto “Io non ti lascio, ti libero”. In effetti, mi ha lasciato e non abbandonato, l’ho vissuto come un atto d’amore che continua, anche se allora ne avevo sofferto».

Paolo Ruffini, che già a fine aprile è stato in città con «Il Babysitter», tornerà a Brescia il 3 luglio per portare in scena il suo nuovo spettacolo «Din Don Down» con la Compagnia Mayor Von Frinzius formata da attori con
disabilità. L’evento si terrà alle 21.30 all’Arena Campo Marte, all’interno del
cartellone estivo della città. Proprio dello spettacolo l’attore ha parlato al podcast «Vita Futura» di Giorgia Surina nella puntata dal titolo «Il futuro delle nuove generazioni è a rischio?». 

«“Din Don Down” è stato una follia – dichiara Ruffini –, lo pensavano all’inizio le persone che mi stavano vicino, compreso Lamberto Giannini,
il regista; poi, a un certo punto volevamo chiamarlo “Apocalypse Down”. Invece, abbiamo scelto di buttarci in mezzo Dio e, non so se per coraggio o incoscienza, è uscito bene. E’ uno spettacolo che parla di spiritualità. E oggi persone che fino a 50 anni fa sarebbero state legate a un termosifone in manicomio vivono esibendosi in grossi spazi, come rock star».



















































Per Ruffini e Surina è stato un deja vu, essendo stati colleghi, oltre vent’anni fa, ai tempi di Mtv Italia, in particolare a «Trl». Quando lei gli ha chiesto quando è iniziata la sua vita futura, Ruffini ha risposto: «Quando è morto mio padre, il 22-2-2022, è stato il momento in cui ho voltato pagina, che mi ha fatto crescere. Lui era del ‘36, un comandante di capitaneria, era autoritario; io cerco di essere autorevole». Lui di figli non ne ha. «Chissà, non so se vorrei essere padre – sono le sue parole -, ci penso spesso; in realtà, tutto quello che faccio è figlio mio. Mi prendo cura di tante
cose, di tante persone, mi sento acciudente. Riguardo i bambini, li definisce esseri «umani bassi, in divenire». «E’ più facile fare amicizia con un bambino – ammette – che non ha preconcetti, se non il fatto che tu sia adulto. Un bambino ha sensibilità ed emotività che gli consentono di arrivare attraverso strade piu interessanti. Bambini, come anziani o disabili, sono scevri da etichette. Pensi che una persona Down non possa rispondere alla domanda “chi è Dio”. Invece, l’intelligenza emotiva è più importante di quella scolastica».

Il raffronto dell’attualità è con i momenti di grande crisi del passato, come la seconda guerra mondiale. «Il patrimonio culturale si è arricchito – dice – con “Il grande dittatore” di Chaplin, i Fratelli Marx, le parodie e, nonostante in Italia ci fosse una dittatura pesantissima, si producevano film, anche se controllati dallo Stato, musica, resistenza, canti dei partigiani. Il nostro livello culturale si è assotigliato. Ci ricorderemo Lol, Pintus che chiede: hai cag***? Le repliche di “Ciao Darwin”. Robe che non lasciano nulla. Non un “Bella ciao”». 

Sull’intelligenza artificiale riporta un dato significativo: «Ci sono adolescenti che hanno avuto la prima fidanzata grazie all’intelligenza artificiale, 3 o 4 bambini su 10 non credono a Babbo Natale perché l’AI ha detto che non esiste. Io vorrei che chiedessero a Babbo Natale se l’AI esiste o no».

Il suo mito era «Corrado Mantoni, che faceva i veri reality, prendeva le persone dalla provincia e stava in silenzio, come faccio io». E alla domanda su quale sia la sua paura, risponde «l’abbandono», mentre su cosa l’abbia fatto soffrire, non ha esitazioni: «Quando sono stato lasciato da mia moglie –
afferma -, mi ha detto “Io non ti lascio, ti libero”. In effetti, mi ha lasciato e non abbandonato, l’ho vissuto come un atto d’amore che continua, anche se allora ne avevo sofferto».


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16 maggio 2026