Un molare con un foro scoperto in una grotta siberiana rappresenta la prova più antica di un intervento dentale invasivo. Il paziente è sopravvissuto

Un dente ritrovato sul pavimento di una grotta nei monti Altaj, in Siberia, ha rivelato che i Neanderthal utilizzavano trapani di pietra per curare le carie quasi 60.000 anni fa, in quella che rappresenta la più antica testimonianza conosciuta di trattamento dentale invasivo. Il dente, catalogato come Chagyrskaya 64, secondo molare inferiore sinistro di un adulto Neanderthal, presenta un foro profondo che sembra essere stato creato con uno strumento sottile e affilato. Secondo gli archeologi dell’Accademia delle Scienze Russa, che hanno pubblicato lo studio sulla rivista Plos One, la scoperta fornisce importanti informazioni sul fatto che i Neanderthal fossero una popolazione sofisticata, capace di compiere anche interventi medici. 

La devitalizzazione preistorica

Non si tratta infatti di una cura istintiva, come quella che si osserva negli scimpanzé quando masticano piante medicinali, ma di una procedura tecnica e pianificata: un «dentista» preistorico ha preso in mano uno strumento di diaspro appuntito (roccia formata da silice e quarzo) e lo ha ruotato tra le dite per oltre mezz’ora, scavando dentro un dente cariato di un altro individuo fino a raggiungere la camera pulpare, la cavità interna del dente che contiene nervi e vasi sanguigni, mettendo in atto una sorta di devitalizzazione preistorica. 



















































Il dentista di 59.000 anni fa: i Neanderthal trapanavano le carie con strumenti di pietra (e senza anestesia)

Una carie con distruzione della polpa

Quando i ricercatori hanno ritrovato il dente nella grotta di Chagyrskaya, sito in cui i  Neanderthal vissero tra 49.000 e 70.000 anni fa, si sono subito resi conto che aveva qualcosa di anomalo. La sua superficie masticatoria mostrava una grande cavità irregolare con bordi levigati, che si spingeva fino al fondo della camera pulpare. Intorno al foro, profondo 2,6 millimetri, microtracce di graffi. Le analisi al microscopio elettronico e alla micro-tomografia computerizzata hanno escluso sia la frattura traumatica (i bordi non erano taglienti) sia la semplice usura per abrasione, che non avrebbe potuto produrre un allargamento della cavità. Un altro esame, la spettrometria Raman ha invece rilevato demineralizzazione profonda della dentina, coerente con una carie di grado 4-5 su scala Downer. La diagnosi è stata inequivocabile: carie grave, con distruzione della polpa.

Il dentista di 59.000 anni fa: i Neanderthal trapanavano le carie con strumenti di pietra (e senza anestesia)

La procedura replicata su molari moderni

Per chiarire se quella cavità fosse naturale o creata intenzionalmente, la ricercatrice Lydia Zotkina dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia della Sezione Siberiana dell’Accademia delle Scienze Russa, ha replicato la procedura su tre molari umani moderni. Ha usato uno strumento appuntito ricavato da diaspro locale, lo stesso materiale rinvenuto in abbondanza nella grotta, ruotandolo manualmente sulla superficie del dente con piccole aggiunte d’acqua per simulare l’ambiente orale. In meno di un’ora ha ottenuto una cavità morfologicamente identica a quella di Chagyrskaya 64, con le stesse microstriature concentriche sulle pareti, la stessa forma a tre depressioni parzialmente sovrapposte. «Quando Lydia ha replicato sperimentalmente la procedura su denti umani moderni, aveva bisogno di concentrazione e controllo motorio fine», ha dichiarato la coordinatrice dello studio, la dottoressa Ksenia Kolobova alla Cnn. «Nella realtà, il dente era in bocca, e l’infiammazione e il gonfiore avrebbero creato difficoltà aggiuntive. Eppure un Neanderthal di 59.000 anni fa ha ottenuto essenzialmente lo stesso risultato con uno strumento di pietra e senza anestesia».

Intervento riuscito

Justin Durham, professore di dolore orofacciale all’Università di Newcastle e consulente scientifico della British Dental Association, ha visionato le immagini del dente pur non facendo parte dello studio. «Se dovessi dare un voto a uno studente di odontoiatria non gli darei un voto eccellente – ha detto al Guardian – ma date le circostanze è piuttosto impressionante». Dal punto di vista clinico, l’intervento aveva una logica precisa: «Il dente è una scatola chiusa. La pressione che si accumula durante un’infezione è ciò che causa il mal di denti pulsante e intenso. Se fai un buco grande nel dente come ha fatto questo dentista Neanderthal, quella pressione viene alleviata».

Il dentista di 59.000 anni fa: i Neanderthal trapanavano le carie con strumenti di pietra (e senza anestesia)

Il paziente non solo è sopravvissuto alla procedura ma ha continuato per un po’ ad usare quel dente che mostra chiari segni di usura post-operatoria all’interno della cavità.

Medicina consapevole

Ciò che rende eccezionale questa scoperta non è solo la sua antichità,  supera di oltre 40.000 anni il precedente record, un caso di raschiatura di carie su un Homo sapiens vissuto circa 14.000 anni fa a Ripari Villabruna, nel Veneto,  ma la qualità cognitiva che implica. «Ciò che mi ha stupito, e continua a stupirmi, è quanto dovesse essere straordinariamente forte di volontà questa persona», ha dichiarato la dottoressa Zotkina alla Cnn. «Doveva aver capito che, sebbene il dolore della procedura fosse maggiore del dolore dell’infiammazione, era temporaneo e andava sopportato». Una riflessione che appartiene alla sfera della coscienza, non dell’istinto. «Ogni volta che vado dal dentista- dice  Zotkina, penso a quell’uomo». 

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16 maggio 2026 ( modifica il 16 maggio 2026 | 13:47)