È una Vienna divisa quella che ospita la settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest, a poche ore dalla finale. Una festa a metà. Dentro il Wiener Stadthalle, durante le serate della manifestazione, canzone dopo canzone trionfa il clima di pacificazione imposto dagli organizzatori, forzato e un po’ posticcio, per cui nel segno della fratellanza europea «sono vietati tutti i simboli politici», solo pace-amore-inclusione, generici. Una sorta di utopia, si capisce guardando poi fuori, irrealizzabile. All’esterno dell’arena, infatti, i tanti riferimenti alla manifestazione in corso – se ne trova traccia ovunque: negli hotel, in aeroporto, nei discorsi nei bari, nelle varie attrazioni a tema sparse per la capitale austriaca – si scontrano con le potreste contro la presenza di Israele, la cui presenza in gara è il vero nervo scoperto di quest’edizione.

In centinaia da tutta Europa, per questa settimana, sono arrivati a Vienna per dimostrare sostegno alla Palestina, tra cortei e raduni. La prima manifestazione risale a martedì, il giorno della prima semifinale, quando degli attivisti hanno deposto piccole delle bare bianche a Schwedenplatz, in pieno centro. Su un pulmino, lì davanti, era appeso un lenzuolo con l’accusa: «Eurovision celebra il genocidio». Stesso clima venerdì, nel concerto-raduno dal titolo No Stage For Genocide, una maratona «contro il genocidio» promossa anche da Roger Waters, che ha visto sfilare sul palco diversi artisti palestinesi e non solo. «Invitare Israele su un palco così prestigioso come è un affronto a tutte le persone che credono nell’umanità, nell’amore e nella solidarietà», ha detto l’artista congolese-austriaco Patrick Bongola, uno degli organizzatori. Sabato pomeriggio, poco prima della finale, tremila manifestanti sono invece passati fuori dallo stesso Wiener Stadthalle, con bandiere e striscioni, ancora protestando in maniera pacifica – le misure di sicurezza sono comunque altissime, alcune strade sono rimaste bloccate, ma nessun disordine – contro la presenza di Israele.

Sul banco degli imputati, appunto, c’è la partecipazione di Tel Aviv alla rassegna, nonostante la tragica situazione umanitaria della striscia di Gaza e a fronte invece dell’esclusione della Russia dalla kermesse, avvenuta subito l’inizio della guerra in Ucraina, nel 2022, e non più revocata. Ma a colpire l’organizzazione di ESC non sono state, è noto, solo le manifestazioni popolari: cinque Paesi hanno scelto di boicottare l’edizione 2026 in segno di protesta, ovvero Spagna (che, insieme tra gli altri all’Italia, è una delle cinque teste di serie della competizione), Islanda, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia.

Tornando alla finale, i controlli per accedere all’arena, per chi ha un biglietto, sono serrati e vietano l’accesso a ogni sorta di simbolo politico. Durante la prima semifinale, si sono alzati fischi e un grido di «stop al genocidio» contro il concorrente in gara per Israele, Noam Bettan, che rivedremo stasera per la finale, che si è detto «scioccato dalla reazione» e che da una settimana vive con misure di sicurezza altissime intorno. La regia è stata abbastanza trasparente durante la diretta, lasciando sentire chiaramente i rumori di protesta provenienti della platea (catturati tramite microfoni ambientali), al contrario di come aveva fatto nel 2025, quando si era deciso di glissare in merito. In tanto, però, fanno notare come l’audio dell’esibizione in questione caricato online dal profilo ufficiale dell’Eurovision Song Contest, dopo la prima serata, sia più pulito rispetto all’originale, segno forse di un intervento in post-produzione per ridimensionare i fischi. Si vedrà tra poche ore, quando Bettan canterà di nuovo, cosa succederà.