Tutto è relativo, dipende sempre dai punti di vista: le colline marchigiane sono l’emblema della pace e della dolcezza, ma in bicicletta sanno diventare cattive e odiose. Perchè da colline diventano muri. E affrontati dopo i 250 chilometri con finale sul Blockhaus, peggio ancora: un vero incubo, un maledetto grattacapo da farsi venire l’emicrania a grappolo.
Fermo? Fermo sarà lei. Non la Uae. Ma certo, si riparla della squadra mutilata: dopo poche ore di Giro erano diventati cinque (da otto), decapitati del capitano, eppure sembrano cinquanta. Sbucano da tutte le parti, non appena capita l’occasione sono lì accalcati a fare ressa in testa.
Sui muri, fuga a tre e loro sono in due. Sessantasei per cento, percentuale da elezioni nella repubblica delle banane. Casuale? Naaaaaa. Al mattino, nel paddock di Chieti, il boss Matxin non fa il democristiano, nessuna chiacchiera in ciclistese: “Oggi vinciamo noi”. E’ sicuro, deciso, Fermo. E difatti.
In cinque, contabilizzano già tre tappe (su otto tappe corse, porca pupazza!). La verità di questa fase iniziale, chiamiamola pure le doglie del Giro, è molto semplice e lineare: Vinge fa la sua corsa a parte (anche se ha tutta l’aria di un buon allenamento), il resto se non è Astana è Uae, se non è Uae è Astana (capitolo a parte lo sprint, appaltato a Magnier).
Quale la morale di Fermo? Più che altro, una lezioncina per tanti super-team ufficialmente presenti al Giro, ma finora misteriosamente presenti allo stato gassoso, aleatori ed impalpabili come fantasmi. La Uae, che come noto mi passa giornalmente una adeguata borsina di petrodollari per dire questo, sta diventando un mega spot. Il messaggio che passa, buono per bambini e bisnonni: non conta il numero, conta il peso. Non la quantità, la qualità. Non la forma, la sostanza. Ci sono squadre che sono qui a pieno organico e stanno pesando come pulviscoli. Torno a dire, perchè trovo sommamente giusto dirlo: hanno Pogacar, potrebbero viverci sopra di rendita, invece vogliono essere sempre squadra. Non la squadra del migliore: la squadra migliore. Anche menomata, anche sinistrata, comunque la migliore.
Già si ode in lontananza l’eco dei rosiconi: sono i soldi a farli così forti. Sono i soldi? Di soldi ne hanno tanti in tanti, qui da queste parti. Eppure. Fanno più loro in cinque che certi squadroni a organico pieno messi assieme. Ma ammettiamolo senza tanti ma, se, però: è una pura e semplice questione di spirito. E’ lo spirito che fa fruttare i soldi, non viceversa.
La Uae avrebbe tutti gli alibi giusti per mettersi comoda e completare una simpatica gita sociale, in Giro per l’Italia. Hanno perso capitano e altri due compagni (forti) subitissimo, abbandoni pesanti che in altri ambienti alimenterebbero il più classico piagnisteo, genere martirio vittimista che fa sempre simpatia. Invece. Invece tutti i giorni è un nuovo giorno, nessuno si piange addosso e via pedalare. Non c’è più l’uomo da classifica, vorrà dire che ci adatteremo a fare saccheggio di tappe. Tre su otto, in cinque, è primato stratosferico, ma prima ancora si chiama in un altro modo: io direi che si chiama onorare il Giro, i tifosi, l’Italia. Altri sono qui a pettinare le bambole, non la Uae. Pogacar è Pogacar, la sua squadra è qualcosa anche senza Pogacar. Spende tanti soldi, ma in cassaforte ha valori.