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«Chi è più forte di noi?». Masoud Pezeshkian apre così la sua lettera a Papa Leone XIV. Non con una formula diplomatica, ma con una citazione del Corano. Il versetto è tratto dalla sura Fussilat: il popolo di ‘Ad, accecato dalla propria potenza, si domanda chi possa essere più forte di lui. Subito dopo, il presidente iraniano passa alla Bibbia, citando il Siracide: «L’inizio della superbia è allontanarsi da Dio». È in questa doppia citazione, coranica e biblica, che si trova il centro politico e simbolico del messaggio. Il presidente della Repubblica islamica dell’Iran si rivolge al capo della Chiesa cattolica usando due tradizioni sacre per parlare di guerra, arroganza, diritto internazionale e limiti del potere.
APPROFONDIMENTI
Nella lettera, Pezeshkian ringrazia Papa Leone XIV per quelle che definisce posizioni “morali, razionali ed eque” sugli attacchi militari condotti dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. Secondo il testo pubblicato dalla presidenza iraniana, Teheran considera quei raid una violazione del diritto internazionale, dei valori umani e degli insegnamenti delle religioni divine.
Il messaggio contiene anche accuse durissime. Pezeshkian sostiene che l’“aggressione” statunitense-israeliana abbia causato l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, di figure politiche e militari iraniane e di 3.468 cittadini, oltre a danni a scuole, università, ospedali, luoghi di culto, infrastrutture energetiche e siti culturali. Mehr, agenzia iraniana, riporta che il presidente definisce questi atti “crimini di guerra” e invita le nazioni a contrastare le “richieste illegali” di Washington.
Nel testo, Pezeshkian allarga poi il discorso oltre il campo militare. Richiama la convivenza storica, in Iran, tra musulmani, cristiani, ebrei e zoroastriani. Respinge l’idea che Teheran minacci i propri vicini. Sostiene che l’insicurezza nello Stretto di Hormuz derivi dagli attacchi americani e dal blocco navale, e ribadisce l’impegno iraniano per la diplomazia e per i colloqui mediati dal Pakistan.
La lettera, dunque, non è soltanto un ringraziamento al Papa. È anche un tentativo di collocare la posizione iraniana dentro una cornice morale universale: il potere che si crede assoluto, la superbia che precede la rovina, la guerra presentata come violazione non solo del diritto, ma anche di un ordine etico e religioso.
È qui che il confronto storico diventa inevitabile.
Nel 1979, durante la crisi degli ostaggi americani a Teheran, Giovanni Paolo II fece recapitare un messaggio a Ruhollah Khomeini chiedendo garanzie per la sicurezza degli ostaggi.
Gli archivi del Dipartimento di Stato americano ricordano che il nunzio apostolico in Iran, monsignor Annibale Bugnini, consegnò il messaggio papale il 9 novembre. Khomeini respinse l’appello.
Allora la scena era radicalmente diversa. La Repubblica islamica era appena nata dalla rivoluzione. L’ambasciata americana era stata occupata. Gli Stati Uniti erano il “Grande Satana” della retorica rivoluzionaria. Il Vaticano interveniva come voce morale esterna, chiedendo il rispetto degli ostaggi. Teheran rispondeva con sdegno, diffidenza e chiusura.
Quasi mezzo secolo dopo, la scena appare capovolta.
Non è più l’Iran che respinge l’intervento morale del Papa. È l’Iran che ringrazia il Papa, lo cita come riferimento e costruisce intorno alle sue parole una parte della propria argomentazione internazionale. Non significa che Teheran e Vaticano siano alleati. Non significa che il Papa abbia scelto un campo geopolitico. E non significa che le tensioni tra Iran, Stati Uniti e Occidente siano diventate meno profonde.
Significa però che il linguaggio della politica mondiale è cambiato.
Nel 1979, la frattura passava soprattutto attraverso la rivoluzione islamica contro l’ordine americano. Oggi, dentro una crisi ancora più ampia, la competizione si gioca anche sulla capacità di presentarsi come voce della legalità, della pace, della religione e della coscienza morale.
Per questo la lettera di Pezeshkian a Leone XIV va letta con attenzione. Non solo per ciò che dice sull’Iran. Ma per ciò che rivela sul mondo.
In un sistema internazionale sempre più frammentato, anche il linguaggio religioso torna a essere strumento diplomatico. Le citazioni sacre diventano parte del confronto politico. Il Papa, pur senza esercito e senza potere coercitivo, resta una figura capace di incidere sul racconto morale della guerra.
Dal rifiuto di Khomeini nel 1979 al ringraziamento di Pezeshkian nel 2026, non c’è una linea semplice. C’è piuttosto la misura di quanto siano cambiati gli equilibri, i simboli e le forme della legittimazione internazionale.
Le conseguenze di questo cambiamento sono ancora tutte da valutare.
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