di
Salvatore Mannino

La famiglia del «Ciclone» si ritrova dopo trent’anni in un «compleanno» organizzato dal Comune di Laterina. La cittadinanza onoraria a Pieraccioni: «Eravamo tutti più giovani»

La famiglia del Ciclone si ritrova dopo trent’anni. Sì, ci sono tutti alla festa per i trent’anni del film campione di incassi che segnò un’epoca della commedia leggera, organizzata dal Comune di Laterina, nel cui territorio si trova il casale teatro di buona parte delle riprese. Ma innanzitutto c’è lui, il mattatore Leonardo Pieraccioni, protagonista e regista di quella che è forse la sua opera più riuscita, Levante Querini, il ragionierino in motorino innamorato della bella ballerina di flamenco Lorena Forteza. 

Accanto, sul palco che domina la piazza del paese gremita all’impossibile, Massimo Ceccherini, il fratello di Libero. E poi: Barbara Enrichi, Selvaggia, la sorella cui piacciono le donne, e babbo Osvaldo, che coltiva la marijuana nell’orto.



















































C’è anche, sempre sul palco, la bara in cui, nel film dorme Ceccherini-Libero. Dove, ad un certo punto, Ceccherini entra.

Ma, inutile dirlo, a dominare la scena è Pieraccioni, regista non solo della pellicola ma anche di questa rimpatriata che ha il sapore della nostalgia: «Eravamo tutti più giovani», sospira e ammicca Leonardo al pubblico che lo ascolta. E’ lui che spara battute a ripetizione, è lui che racconta come nacque Il Ciclone e persino come furono coniati i nomi di scena, che sembrano così estemporanei: «Abbiamo tirato un po’ a caso. Ancora non c’era Renzi, altrimenti ci avremmo messo di sicuro un Matteo».

Mancano invece le ballerine spagnole, non solo la Forteza ma anche Natalia Estrada, che stordirono la famiglia Querini, approdando per caso nella Leopoldina che nella realtà sta sulla strada fra Laterina e Castiglion Fibocchi, vicino alla Tenuta del Borro, in pieno Valdarno aretino (le scene di paese sono invece girate a Stia, in Casentino). E manca soprattutto lui, Nonno Gino, di cui nel film si sente solo la voce, quella di Mario Monicelli, uno dei grandi della Commedia all’Italiana, morto ormai da tanti anni. 

È appunto Pieraccioni a raccontare come lo convinsero a prestarsi a questa avventura: la proiezione privata, organizzata da Vittorio Cecchi Gori, cui partecipò anche Carlo Conti. Il gigante Monicelli guardò tutto davanti a un Pieraccioni intimidito e poi disse: «Si può fare».

Ma di aneddoti sul film ce ne sono tanti, a cominciare da quello sulla sceneggiatura che Leonardo andava preparando e sulla quale Rita Rusic, allora moglie di Vittorio Cecchi Gori, si informava ansiosamente, con lui che la rassicurava: «Siamo alla fine». E lei: «Di già?».

Prima della rimpatriata sul palco, la cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria a Pieraccioni, nella piccola sala del consiglio comunale di Laterina-Pergine, col sindaco Jacopo Tassini che consegna la pergamena. 

Leonardo non smette mai di scherzare e chiama sul palco gli altri attori, a partire dall’amico più amico, Ceccherini: «Lui in realtà non doveva esserci, perchè il sabato insegna catechismo», con l’altro che gli fa volentieri da spalla.

Insomma, un pomeriggio che è un fuoco d’artificio di battute e un bagno di folla, baciato infine da un timido sole dopo una giornata che aveva fatto temere il peggio. «Se piove – aveva scherzato Pieraccioni alla vigilia – non si fa la festa, (“L’arsumiglio”, l’aveva chiamato lui, all’aretina), si sta tutti a casa a rivedere il Ciclone». 

Non ce n’è stato bisogno, per la replica del film ci saranno altre occasioni.


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16 maggio 2026