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Paolo Mereghetti

Prova attoriale superlativa per l’attore spagnolo protagonista di «El ser querido» dello spagnolo Rodrigo Sorogoyen. Kore-Eda torna a esplorare la famiglia in «Sheep in the Box»

La perdita di un figlio, reale per Kore-eda, metaforica per Sorogoyen, è al centro di due film che confermano i loro registi tra i più sensibili narratori della forza degli affetti.

La coppia protagonista del giapponese Sheep in the Box (La pecora nella scatola, titolo che cita un disegno infantile che si vedrà nel film) un figlio l’ha perso davvero, forse rapito da un maniaco, lasciando una scia di dolore e di recriminazioni (il padre si sente responsabile per non essere arrivato in orario all’appuntamento col bambino) che il tempo non riesce a cancellare.



















































E quando la madre scopre che — siamo in «un futuro non molto lontano» come dice la didascalia iniziale — una società può creare copie esatte dei defunti, i dubbi del padre sono presto superarti.

Così arriva Kakeru, copia perfetta del piccolo scomparso a sette anni, programmato per avere solo i ricordi positivi della vita passata. Il che è sicuramente funzionale ai genitori, un po’ meno all’interessato che comincia a fare i conti con una realtà dove non esistono solo sorrisi e belle maniere, oltre a scoprire che, se le cose non andassero come mamma e papà avevano previsto, può sempre essere restituito.

Da sempre interessato al tema della famiglia — vera, scambiata, irregolare, felice, addolorata —, Hirokazu Kore-eda salta a piè pari le implicazioni scientifiche di chi nasce grazie all’Intelligenza Artificiale (quando vediamo l’interno per una riparazione, scopriamo che i meccanismi ricordano l’anatomia umana) per chiedere allo spettatore di mettersi dalla parte del piccolo «automa» e capire il suo bisogno di indipendenza, di affetto, di autodeterminazione: una vita umana non si può disegnare come fa la mamma architetto con la casa dei suoi clienti spostando a piacimento le stanze e i balconi, ha bisogno di quel rischio che solo chi conosce il prezzo che si è disposti a pagare per la libertà può davvero sperimentare.

Il padre di El ser querido (Essere amato) dello spagnolo Rodrigo Sorogoyen invece una figlia ce l’ha, ma non la vede da tredici anni (a New York si è ricostruito una famiglia) e anche prima non era mai stato molto presente.

Fino al giorno in cui Esteban (Javier Bardem), che scopriamo essere un regista di successo, torna a Madrid e chiede alla figlia «dimenticata» Emilia (Victorie Luengo), attrice di serie televisive, di essere la protagonista del suo nuovo film.

Da parte di lui c’è evidentemente il bisogno di recuperare un rapporto e forse di offrire un qualche risarcimento; da parte di lei la necessità di fare i conti con sé stessa (è comunque una grande occasione professionale) e i propri risentimenti.

Dopo il primo incontro in un ristorante, la sceneggiatura (del regista e di Isabel Peña) racconta le riprese del film con tutti i problemi che comporta (per altro con una veridicità vista raramente al cinema) ma ogni scena è funzionale a scavare nei rapporti tra padre e figlia.

Scegliendo di riprendere i due protagonisti in primo e in primissimo piano (perché come si spiega, citando Liv Ullmann, è solo nel primo piano che le persone lasciano cadere tutte le loro maschere), a volte usando il bianco e nero per far capire che Esteban e Emilia stanno svelando qualcosa di privato, Sorogoyen si conferma straordinario esploratore dell’animo umano, dei suoi grumi, dei suoi sottintesi, delle sue difese e delle sue fragilità, che la prova gigantesca di Bardem (da Palma) evidenzia ed esalta.

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16 maggio 2026 ( modifica il 16 maggio 2026 | 22:37)