di
Lia Capizzi
Tania Cagnotto, 41 anni, è la quarta italiana nella Hall of Fame degli sport acquatici: «Voglio fare l’allenatrice, alle mie figlie insegno ad accettare gli errori. Sinner fa bene a difendere la privacy, è la sua forza»
Un prestigioso regalo di compleanno. Il giorno dopo aver compiuto 41 anni, il 15 maggio, Tania Cagnotto entra ufficialmente nella Swimming Hall Of Fame. La quarta donna italiana dopo Novella Calligaris, Martina Grimaldi e Federica Pellegrini. A distanza di 34 anni da papà Giorgio (2 argenti e 2 bronzi olimpici) entrato nel 1992 nel gotha degli sport acquatici.
«È un onore immenso. Da anni con mio padre ci eravamo ripromessi di tornare in Florida insieme. Gli dicevo: quando entrerò nella Hall of Fame faremo un viaggio di famiglia per tornare nel Museo dove c’è già il tuo nome. Mannaggia, un vero peccato non riuscire ad andarci. La cerimonia di introduzione si è sempre tenuta a fine estate, tra agosto e settembre, ma questa volta l’hanno anticipata. Fort Lauderdale è un mio posto del cuore, ogni anno era una delle mie gare preferite».
Il coronamento di una carriera stellare: cinque Olimpiadi e otto Mondiali, 62 medaglie internazionali (due olimpiche, dieci mondiali, 29 europee con 20 ori continentali). Il primo ricordo?
«Mi raccontano di un primo tuffo casuale a tre anni, scivolata nella fontana dell’Acqua Acetosa di Roma mentre cercavo di prendere i pesci rossi. Io invece ricordo con precisione i primi tuffi nel gruppetto di Bolzano che allenava mia mamma (n.d.r. Carmen Casteiner, cinque volte campionessa italiana dalla piattaforma). A 8 anni ho vinto una gara ricevendo in premio un peluche, era un piccolo cagnolino blu, per anni è stato il mio portafortuna dentro lo zaino. Quando l’ho perso a 14 anni a Sydney, durante le qualificazioni per le prime Olimpiadi, ero disperata».
Doppia figlia d’arte, i tuffi come obbligo?
«Mai. I tuffi erano un divertimento, la mia ora di svago insieme ai coetanei. Nessuno mi metteva pressione o faceva paragoni. Non c’era il clamore mediatico che respirano le nuove generazioni di adesso».
Il riferimento è alle sue figlie, Maya di otto anni e Lisa di 5?
«Maya ha sentito la pressione, fin da piccola è stata tempestata da domande: anche tu farai i tuffi e diventerai una campionessa come la mamma? Giocoforza ha percepito la mia presenza ingombrante, le è passata la voglia a prescindere. Ha scelto la ginnastica artistica, allenata da Vladimir Barbu che era in nazionale con me».
Mai dire mai, la ginnastica artistica in fondo è propedeutica ai tuffi
«Eventualmente dovrà essere una sua scelta, senza essere influenzata. La piccolina invece ha un carattere totalmente diverso. Lisa non ha percepito niente, ho proibito ai suoi allenatori di parlarle del mio passato agonistico, si tuffa divertendosi come una matta».
È entrata nel vocabolario comune, negli scherzi tra amici o anche negli sfottò sui social quando un calciatore simula in area di rigore. Oh, ma chi sei Tania Cagnotto?
«Mi fa sorridere. E mi fa pure piacere essere riuscita a far conoscere un po’ di più i tuffi, in fin dei conti il nostro è uno sport poco conosciuto. Mi ricordo le false previsioni: dopo Tania i tuffi spariranno in Italia. Invece non c’è stato alcun buco generazionale. Maschi e femmine continuano a fare risultati, Giovanni Tocci e Lorenzo Marsaglia, Chiara Pellacani e Matteo Santoro. Un atleta forte riesce a trascinare il movimento, soprattutto i giovani. Guardate nel tennis come gli azzurri stanno crescendo anche grazie a Jannik».
A proposito di Sinner. È stato ospite a cena a casa sua a Bolzano.
«È più amico di mio marito Stefano, Alex Vittur è stato il tramite. Ha una forza mentale spaventosa ma per me prevale l’affetto nei suoi confronti, a casa giocava con le mie bimbe. Fatica a ritagliarsi sprazzi di vita normale che per lui sono importantissimi, per essere Jannik di Sesto Pusteria e non il numero uno al mondo cercato da tutti. Bisogna rispettarlo nel suo voler proteggere la privacy, la famiglia e gli amici stretti».
Cosa insegna alle sue figlie?
«Ad amare ciò che fanno, ad impegnarsi anche quando è difficile. Da mamma spero che Maya e Lisa imparino ad accettare quando sbagliano, gli errori sono un insegnamento di vita pazzesco. Dipende tutto da come uno reagisce alle delusioni».
A proposito di delusioni. Alle Olimpiadi di Londra 2012 due quarti posti cocenti, il morale a terra e la scelta di continuare senza più papà Giorgio come allenatore. La storia è piena di rapporti tormentati tra genitori allenatori e figli allievi, arrivando a rotture totali senza più parlarsi.
«La nostra decisione è stato un atto d’amore reciproco. Io non avevo bisogno di un tecnico migliore, perché lui era il meglio. Volevo togliergli un po’ di responsabilità: a Londra era stata una batosta per me, ma la cosa che mi fece più male era vedere la sofferenza nei suoi occhi. Non avrei potuto sopportare la stessa situazione una seconda volta. Ho chiesto aiuto ad Oscar Bertone (attuale d.t dell’Italia dei tuffi ndr) che era quasi un primo figlio per papà. E poi volevo sentirmi più coccolata e seguita dalla Federazione, creando un vero e proprio team, con me e Francesca, e con Tocci che era venuto ad allenarsi a Bolzano. Ho sentito il calore di una squadra, di una nuova freschezza mentale che mi ha fatto volare».
E sono arrivate due medaglie olimpiche. L’ultimo tuffo a Rio 2016, il doppio e mezzo rovesciato era il suo cavallo di battaglia. È il suo ultimo ricordo?
«Sì. Il tuffo del bronzo nel trampolino 3 metri. Ero mentalmente leggera, giorni prima avevo sfatato il tabù della medaglia olimpica vincendo l’argento nel sincro insieme a Francesca Dallapè. Prima del doppio e mezzo rovesciato mi sono concessa il lusso di guardare lo stadio per godermi il momento. Mi dicevo: Tania, è l’ultimo della carriera, fallo solo per te stessa, realizza 80 punti. Ne è uscito uno dei migliori di sempre, valutato 81 punti. Il boato del pubblico era da pelle d’oca. E poi l’abbraccio con papà: finalmente!».
Ha un ruolo istituzionale, è vicepresidente della Federazione Italiana di Nuoto. Che obiettivo si pone?
«In Italia sono solo tre le piscine funzionanti, con gli impianti di tuffi intendo. Ma ci sono tante piscine con i trampolini e le piattaforme che sono abbandonate, in disuso. Vorrei ci fosse la possibilità di farle rinascere, soprattutto al Sud. Le richieste ci sarebbero. Insieme al progetto di mandare in giro per l’Italia alcuni allenatori qualificati per fare scouting, per far nascere nuovi club. Quando le mie figlie cresceranno non mi dispiacerebbe tornare attivamente a bordovasca».
Intende un futuro da allenatrice?
«Si. Mi piacerebbe».
16 maggio 2026
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