Ottant’anni portati come un copione che si riscrive in continuazione: Michele Placido, attore e regista nato ad Ascoli Satriano, in provincia di Foggia, non racconta la sua vita — la recita. Seduto nel salotto di casa, la mano che «trema come quella di uno sceriffo, ma quando deve sparare, bang!, spara dritto». In una lunga intervista al Corriere della Sera ripercorre tutto: l’infanzia mistica in Ciociaria, la divisa da poliziotto che diventa costume da scena, le mogli, i figli, la fede intermittente. E qualche giudizio politico che non risparmia nessuno.



Il bambino che voleva farsi santo

Prima ancora di volere il palcoscenico, Michele Placido voleva la santità. L’ispirazione arrivava da uno zio missionario che tornava dal Paraguay a Natale con storie di indios, e dalle figurine di Gerardo Maiella, un «mezzo pazzo» capace di calarsi dalla finestra con un lenzuolo lasciando scritto alla madre: «Mamma, perdonami, vado a farmi santo». «Da bambino ero abitato da un forte misticismo», racconta. Così nel 1955, a nove anni, finì al collegio dei padri redentoristi a Scifelli, in Ciociaria. Seicento ragazzini, messe in latino, il «Corpus Christi» del parroco che gli faceva «un’impressione incredibile».


L’avventura si chiuse di notte: incapace di dormire, scese in cappella, prese alcune ostie consacrate dal tabernacolo e cominciò a masticarle. Tremando, dice. Il capo camerata lo scoprì e lo fece espellere. Prima, però, c’era stata suor Antonietta — una storia che si era chiusa con una semplice ramanzina. La notte di Natale, i due erano scivolati al campo sportivo all’aperto a mangiare i dolci spediti dai suoi genitori: lei con la tonaca, lui coi pantaloni alla zuava. «Ci abbracciammo, qualche bacetto, la cosa finì lì». Lui aveva dieci anni. Il misticismo e l’eros, già allora, camminavano insieme.



Dalla divisa al palcoscenico

A scuola era «un somaro iperattivo e poco attento», ma uno dei fratelli leggeva Shakespeare e il contagio fu inevitabile: una notte recitò un monologo dell’Amleto nella piazza di Ascoli Satriano, mentre i coetanei gli tiravano di tutto gridandogli «ma ‘ndo vai, che vuoi fa’, l’attore?». Il padre Beniamino, geometra con pochi soldi in casa e otto figli a tavola, sentenziò alla moglie: «Maria, sto ragazzino non farà nulla nella vita». Poi telefonò a uno zio per presentare domanda da poliziotto. A diciotto anni Placido si ritrovò alla caserma di Castro Pretorio, a Roma — tre giorni di consegna per essersi fatto sorprendere con Paese Sera sotto il braccio.


La salvezza arrivò dalla biblioteca della caserma: un colonnello lo sorprese a recitare Pirandello a memoria, lo convocò in ufficio e invece di punirlo lo incoraggiò.

Placido riuscì a entrare all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. La carriera crebbe — Bellocchio, Strehler, poi La Piovra con diciassette milioni di spettatori alla morte del commissario Cattani — ma il padre Beniamino non visse per vederla. Morì a 54 anni, quando il figlio cominciava appena a diventare famoso. «Volete sapere qual è il cruccio della mia vita?», chiede. È quello: suo padre non l’ha mai visto recitare.

Le donne, i figli, i fiori ogni giorno

«Non ho mai tradito le mie mogli», afferma con una semplicità quasi sfidante. Dalla prima, Simonetta Stefanelli — «veniva dal Padrino II, era di una bellezza unica» — ha avuto Violante, oggi attrice. Ha cinque figli in tutto: Violante, Brenno (attore), Michelangelo (aspirante sceneggiatore), Inigo (pubblicità) e Gabriele, avuto da Federica Vincenti, tecnico a teatro. Con Federica la storia è la più lunga e la più dolorosa. Si sposarono che lui aveva 55 anni e lei 19. «Troppa differenza», ammette. Hanno vissuto un lutto che ha incrinato qualcosa di irreparabile: Federica era incinta di sette mesi quando una diagnosi costrinse a un aborto terapeutico — alla bambina mancava un pezzo di cervello, sarebbe stata cieca e sorda. «Dopo quel giorno, negli anni, qualcosa tra noi cambiò. Forse pensò che ero troppo vecchio». Oggi vivono separati, ma il legame non si è reciso: lei produce, lui non riesce a portare avanti un progetto senza di lei. «È finito l’amore per l’età», dice. «Mi sono addolorato, ‘sta ragazzina è stata la donna della mia vita». Ogni giorno le manda i fiori.



L’incontro con Giorgia Meloni 

Sul fronte politico, Placido ha una traiettoria curiosa: «In Puglia, da adolescente, ero di destra; a Roma diventai di sinistra. Ho sempre votato fieramente socialista». La premier Giorgia Meloni la conobbe per caso quando aveva il 3,5 per cento. «Mi fece una buona impressione. È una con i piedi per terra. E quando Trump ha esagerato, gliel’ha detto». Di recente, a una cena con intellettuali di teatro, ha difeso la sua ascesa: un collega ha reagito gridandogli «fascista!» a squarciagola, e per poco non sono venuti alle mani. Su Elly Schlein è più sbrigativo: «Mi fa piacere che sia una donna a guidare il Pd, ma lei è anche un po’ fuffa». Giuseppe Conte «non mi dispiace, ha un suo essere meridionale, è pugliese come me. Ma Giorgia Meloni ha qualcosa in più».




Ultimo aggiornamento: sabato 16 maggio 2026, 12:47





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