di
Gaia Piccardi
Jannik vola in finale ma restano le domande su cosa abbia provocato la crisi fisica accusata con il russo prima della sospensione per pioggia. I social parlano di attacco di panico. Pennetta: «Mi è parsa ansia»
Jannik, cosa hai avuto? «Non riesco a rispondere a questa domanda». Passata la paura, finito il lavoro con la letale intramuscolare iniettata ieri a Daniil Medvedev tra una nuvola e l’altra — 19 punti in 17 minuti per un totale di 2h37’ spalmate su due giorni: 6-2, 5-7, 6-4 —, restano le domande. I tremori, la nausea, il fiato spezzato in gola, la rigidità muscolare: il lungo stato di malessere che ha attraversato il numero uno durante la semifinale degli Internazionali non è riuscito a sgretolare la roccia Sinner. Però il sintomo sembra seguire uno schema ripetitivo. E a Roma, in una notte bagnata di pioggia e fresca per la stagione, è mancato l’elemento ritenuto scatenante: il caldo, soprattutto se umido.
Wimbledon 2024, proprio con Medvedev («L’ho visto in difficoltà, ho pensato fosse dovuto al match molto fisico che stavamo giocando, non so se c’è dietro altro» il commento del russo ieri), Melbourne 2025 (Rune) e 2026 (Spizzirri), Cincinnati l’anno scorso (Alcaraz), venerdì sera qui al Foro. Il tribunale dei social ha emesso il verdetto: attacco di panico. «A me è parsa ansia, però è stato bravo a tenerla a bada» è l’opinione di una spettatrice oculare, Flavia Pennetta, ex campionessa che di dinamiche tennistiche s’intende, oggi talent di Sky. L’argomento è delicato. E, riguardando la sfera medica, coperto dalla privacy a cui il giocatore — qualsiasi giocatore — ha diritto. Però non è proibito parlarne, anche con Jannik, per capire.
Il giorno dopo, Sinner non ha nessuna voglia di tornare sul tema. «Mi sono tirato fuori da una situazione complicata» fa, evasivo. Poi, però, offre elementi importanti: «C’è tanta tensione, qui a Roma. Mi sono detto di restare calmo e lucido: conoscermi sempre meglio e l’esperienza mi hanno aiutato a gestire». Chiara la necessità di non dare vantaggi agli avversari: qualcosa, magari un disagio interiore che gli monta dentro quando nemmeno lui, di solito sprezzante del pericolo, se lo aspetta, c’è. Non a caso, al capezzale del migliore che oggi cercherà di ricucire uno strappo con la storia del torneo di casa che dura dal 1976, è comparso Riccardo Ceccarelli, che nel board della Sinner Corporation riveste il ruolo ufficiale di mental coach.
Se il tennis è lo sport del diavolo, come ama definirlo Adriano Panatta, un motivo c’è. Passata la nottata («Dormendo poco e male: quando sei in mezzo a una partita, sul 4-2 del terzo set, non è facile. E poi non mi ero mai trovato in una situazione così» ha detto), Jannik ha ripreso le sue abitudini: non c’è nulla di più confortante del rientrare nella propria routine. Il riscaldamento con lo sparring, gli esercizi di abilità con la palla medica a ridosso del match, l’ultima messa a punto con i due coach, Vagnozzi e Cahill, un attimo prima della ripresa della semifinale contro Medvedev. Il campo è sempre stato la sua comfort zone, anche nel terribile periodo del caso Clostebol. «Adesso mi sento più libero» ha confessato ieri. E al mondo non c’è niente di più organico di Jannik Sinner nelle condizioni di poter fare ciò per cui è venuto al mondo. Giocare e vincere.
17 maggio 2026 ( modifica il 17 maggio 2026 | 07:08)
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