L’americano James Gray non è il solo a tornare sui propri passi. In “Paper Tiger“, suo nono film, ricompaiono il Queens e la mafia russa, il legame fraterno, l’ineluttabile destino tragico di chi persegue a ogni costo il sogno americano; ma “Little Odessa“ e “The Yards“ rimangono modelli insuperati. Anni Ottanta, un ex poliziotto traffichino coinvolge il fratello ingegnere in un losco progetto. Come in una tragedia greca tutto li separa ma il vincolo di sangue è più forte di ogni considerazione: le porte dell’inferno sono sempre spalancate. Il cinema di Gray è sempre efficace, Adam Driver e Scarlett Johansson aiutano; tuttavia, in “Paper Tiger“ forza e splendore di uno dei registi Usa più grandi sono un ricordo.
Anche il giapponese Hirokazu Kore-eda (qui pluripremiato) sembra ispirarsi ai temi del passato, pur raccontando un prossimo futuro. In “The Sheep in the Box“ (vedi “Il piccolo principe“) una giovane coppia acquista un robot dalle fattezze umane, fornito da una società specializzata, identico al loro figlio da poco scomparso. Che l’umanoide appaia più scaltro del previsto, che dica le verità indicibili, che si ribelli cercando i suoi simili è scontato. Fortunatamente il racconto s’avvale della consueta delicatezza e sottigliezza ma anche in questo caso il regista torna ai temi e alle atmosfere familiari che l’hanno imposto all’attenzione in tempi lontani.
Accostato ad autori celebri non sfigura lo spagnolo Rodrigo Sorogoyen (“As bestas“) che in “El ser querido“ propone un rapporto padre-figlia che a molti ricorderà quello di “Sentimental Value“. Un regista celebrato (Javier Bardem) offre il primo ruolo femminile alla figlia che non vede da tredici anni. Il set non è il luogo migliore per colmare dei vuoti, casomai per esacerbare lo scontro. Anche se non ci saranno né vinti né vincitori la progressione drammatica dà sfrutti insperati. A cominciare da un’energia che molte delle opere in Concorso non hanno.