Per chiunque ami il ticchettio di una macchina da scrivere o il fumo denso di un ufficio di polizia degli anni ’40, be’, il 17 maggio profuma di ricordi videoludici. E anche un po’ di sogni infranti, diciamolo. Sono infatti passati quindici anni dall’approdo di L.A. Noire sul mercato; quindici anni da quando Cole Phelps ha calpestato per la prima volta i pericolosi marciapiedi di una Los Angeles del 1947, a caccia della verità dietro le menzogne di scaltri criminali e vedove inconsolabili.
Ma proprio proprio mentre ci preparavamo a soffiare sulle candeline, è arrivato lui, Strauss Zelnick, amministratore delegato di Take-Two, che, recentemente interpellato sul possibile arrivo di un sequel, si è lasciato andare a un laconico “Sì” che ha rimesso in discussione la rassegnazione dei fan.
A questa festa di compleanno, dunque, c’è già chi si è presentato con un bel regalo (che, va detto, è ancora tutto da scartare), ma noi cerchiamo intanto di capire meglio cosa ha reso speciale l’opera del Team Bondi, tanto da farci sbavare al solo pensiero di un seguito.
Un tuffo nel 1947
Proviamo innanzitutto a fare un po’ di ordine: cosa ha dichiarato Zelnick? Be’, chi si aspettava l’annuncio ufficiale di L.A. Noire 2, è rimasto deluso. In sostanza, in risposta alla domanda sull’esistenza di eventuali piani futuri per il marchio L.A. Noire, il CEO di Take-Two ha risposto di sì, salvo poi allargare il discorso spiegando come la compagnia cerchi sempre di espandere le proprietà intellettuali in suo possesso.

Cole Phelps impegnato in un’indagine
Al momento, quindi, non c’è nulla da annunciare, ma va comunque riconosciuto che una risposta affermativa non era da dare per scontata; anziché giocare a nascondino dietro supercazzole e risposte fumose, Zelnick ha infatti confermato che l’interesse dell’azienda attorno al detective game del 2011 non è morto e sepolto.
Per capire perché un sequel oggi sia così atteso, dobbiamo però tornare a quel maggio di tre lustri fa. Sviluppato da Team Bondi (capitanato da Brendan McNamara) e pubblicato sotto l’egida di Rockstar Games, L.A. Noire era qualcosa di più di un “GTA col cappello”; era un esperimento radicale, un noir interattivo che metteva al centro dell’esperienza la profondità dello sguardo più che i proiettili.

Un cadavere equivale a una verità da portare a galla in L.A. Noire
Come anticipato, l’avventura ci metteva nell’uniforme da poliziotto di pattuglia prima e nel completo da detective poi, di Cole Phelps, un reduce della Seconda Guerra Mondiale impegnato a scalare i ranghi dell’LAPD, partendo da incarichi ordinari fino ad approdare alla narcotici e alla sezione omicidi.
A fare da sfondo alla vicenda c’era una ricostruzione della Los Angeles post-bellica davvero strabiliante: una città in bilico tra il fascino dorato di Hollywood e il marcio della corruzione, dove ogni auto d’epoca e ogni jingle radiofonico contribuiva a creare un’atmosfera densa e credibile.
Azione e riflessione
Tuttavia, il vero protagonista di L.A. Noire non era Phelps, ma la tecnologia MotionScan. Questa tecnica, sviluppata da Depth Analysis, utilizzava ben 32 telecamere ad alta definizione per catturare ogni singolo movimento muscolare dei volti degli attori, registrandone le espressioni da più angolazioni. Un sistema, questo, legato a doppio filo con la meccanica degli interrogatori, che nel corso dell’avventura abbondavano e che ci chiedevano dunque di osservare un tic nervoso, un abbassamento delle palpebre o un movimento innaturale delle labbra per capire se un sospettato stesse mentendo.

In L.A. Noire c’era un sacco di gente da far cantare nelle sessioni di interrogatorio
Le operazioni sul campo e sulle scene del crimine avevano il loro bel peso nell’economia dell’esperienza ed è così che il gameplay di L.A. Noire si trasformava in una dosata alternanza di riflessione e azione: da un lato c’era infatti la ricerca metodica delle prove, dall’altro i colloqui con i testimoni o le persone coinvolte, che servivano a incrociare le informazioni raccolte per arrivare alla verità.
Chiaro, le sbavature in un sistema così ambizioso non mancavano, specie a causa dei limiti logici, ma stiamo comunque parlando di una formula che, al netto di alcuni momenti ripetitivi e una storia che magari non riusciva a esplodere appieno, regalava una tensione psicologica davvero unica. Ad ogni modo, nonostante la cura certosina degli sviluppatori nella ricostruzione dello scenario e di un’atmosfera suggestiva – anche grazie all’utilizzo di mappe, foto e video dell’epoca -, va comunque ricordato che, al momento della pubblicazione, molti criticarono l’open world di L.A. Noire definendolo “vuoto”.

In L.A. Noire la libertà d’azione non è minimamente paragonabile a quella di GTA
Rispetto alle avventure a marchio GTA, non c’erano infatti attività secondarie fuori di testa o caos gratuito da scatenare; tuttavia, quella di Team Bondi era una scelta consapevole: Los Angeles era infatti più che altro un palcoscenico, un enorme diorama storico volto a contestualizzare la solitudine e il senso di giustizia di Phelps.
A questo proposito, il titolo non risparmiava nemmeno riferimenti narrativi più o meno espliciti ai più famosi film e romanzi ambientati in quel periodo, tra cui spiccano Chinatown, L.A. Confidential e The Black Dahlia.
Quale futuro?
Arriviamo ai giorni nostri, con le dichiarazioni di Zelnick che hanno aperto uno spiraglio sul possibile ritorno del brand. Già ma in che veste? Sotto quale forma? Innanzitutto cominciamo col ricordare due dettagli. Come molti sapranno, L.A. Noire è passato alla storia per il suo sviluppo lungo e tribolato, culminato con la chiusura di Team Bondi in seguito alla pubblicazione del titolo, prosciugato da una lavorazione che non gli ha lasciato scampo.
In secondo luogo, appena un anno fa Rockstar Games ha annunciato di aver acquisito Video Games Deluxe. Chi sono costoro? Be’, lo studio che ha curato la versione VR di L.A. Noire fondato indovinate da chi? Proprio da quel Brendan McNamara responsabile del gioco originale.

Per chi non lo sapesse, dietro L.A. Noire: The VR Case Files c’è sempre Brendan McNamara
Ora, due indizi non bastano a fare una prova, ma se un nuovo capitolo dovesse davvero vedere la luce, quali scenari potremmo aspettarci? Tornare nella città degli angeli non ci dispiacerebbe, certo, e per alcuni aspetti potrebbe rappresentare la scommessa più sicura per chi si farà carico del progetto, ma dobbiamo ammettere che cambiare città, magari costa degli Stati Uniti, avrebbe il suo bel fascino.
Ambientare un eventuale sequel (o prequel, perché no?) a New York, tanto per dirne una, permetterebbe infatti di esplorare il periodo d’oro del crimine organizzato, quello in cui le famigerate Cinque Famiglie si danno da fare per stringere la loro morsa sulla città. Investigare tra le luci di Times Square e i moli nebbiosi di Brooklyn, con le nuove tecnologie di illuminazione odierne, renderebbe il concetto di “noir” ancora più fedele all’idea che ne abbiamo tutti.

Un possibile seguito di L.A. Noire potrebbe funzionare fuori da Los Angeles?
Se volessimo invece restare in California, San Francisco offrirebbe un’atmosfera culturale del tutto differente rispetto a Los Angeles e New York, ma anche una topografia peculiare se parliamo di inseguimenti, con l’arcinota verticalità della città che sarebbe il banco di prova ideale per un’ipotetica, rinnovata, meccanica di caccia ai delinquenti.
Non dimentichiamo però che, in seguito alla liquidazione di Team Bondi, gran parte del suo personale è finito per confluire in KMM Interactive Entertainment, studio australiano che aveva iniziato a lavorare su un progetto chiamato Whore of the Orient, considerato l’erede spirituale di L.A. Noire, appunto.

Uno scorcio dell’ormai cancellato Whore of the Orient
Il titolo avrebbe dovuto essere un open world ambientato nella Shanghai del 1936 previsto in uscita nel 2015, salvo poi andare incontro alla cancellazione. Ebbene, se un’idea simile venisse recuperata (ossia quella di spostare la formula di gioco al di fuori degli Stati Uniti, non per forza in oriente), chissà, magari quello che potremmo ritrovarci tra le mani potrebbe essere un noir internazionale, con spie, fazioni politiche e un’estetica capace di esplorare una nuova cultura. Che ne dite?
Metahuman e oltre
Sul versante tecnico, quindici anni fa il MotionScan appariva come un’autentica rivoluzione; oggi, però, con l’avvento di strumenti come Unreal Engine 5 e il sistema MetaHuman, le possibilità creative sarebbero vertiginose. Sognare, si sa, non costa nulla, ma un ipotetico L.A. Noire 2 potrebbe compiere un balzo in avanti impressionante in termini di realismo e resa dei volti; senza contare che le moderne intelligenze artificiali potrebbero davvero farci divertire, generando sul momento micro-espressioni sui volti dei sospettati in grado di portare l’investigazione su livelli finora inesplorati.

Cosa potrebbero fare le tecnologie moderne con i visi dei personaggi di L.A. Noire? Riuscite a immaginarlo?
Il fatto è che ancora oggi, con il mercato che si è spostato su altri tipi di esperienze videoludiche, alcune delle quali decisamente più frenetiche, L.A. Noire resta a suo modo un unicum; un gioco che ti chiedeva di rallentare, di pensare, di dubitare e infine di avanzare ipotesi.
Che dire, se, come speriamo, le parole di Strauss Zelnick si tradurranno in un annuncio ufficiale, potremmo trovarci davanti al ritorno di uno dei titoli più maturi e sofisticati della scuderia Rockstar. Per il momento, non ci rimane che prendere nota di tutte le informazioni che abbiamo sul nostro taccuino e attendere fiduciosi.
Questo contenuto potrebbe includere link affiliati che generano commissioni.
Per conoscere i dettagli della nostra policy editoriale, è disponibile la pagina etica.