Nei giorni in cui gli arabi sbarrano gli antichi portoni e la Città Vecchia si veste solo del bianco e azzurro della Stella di David, l’anziano religioso che non rinuncia al saio sa già che cosa lo aspetta nelle ore dell’orgoglio nazionalista. «Se le toppe venissero analizzate al microscopio, troverebbero il Dna di tre generazioni di israeliani», dice il frate. Da sistematica ostilità il clima si sta facendo di reiterata e impunita violenza. Al Rossing center for education and dialogue hanno fatto i conti anche per il 2025: 155 incidenti contro cristiani, chiese o simboli religiosi in Israele e Gerusalemme Est di cui 61 attacchi fisici, 52 contro proprietà ecclesiastiche, 28 molestie e 14 deturpamenti. La Cisgiordania è esclusa. Lì i coloni hanno insediato il loro far west dove la notizia, semmai, sono le giornate senza aggressioni. Le pietre bianche e lisce della Via Dolorosa salgono verso il Santo Sepolcro, tra botteghe chiuse, archi bassi incombenti, pattuglie ferme agli angoli. Vengono allontanati gli attivisti non violenti, non la marmaglia violenta che gridando «morte agli arabi», dichiara che in Israele non c’è spazio per chiunque non sia ebreo, musulmano o cristiano che sia.

Ragazzini smagriti e rabbiosi, si muovono in branco, sbarcando da centinaia di bus venuti dalle campagne depredate ai palestinesi. Le bandiere sono un vessillo. Ma le aste che le reggono sono bastoni. Nel quartiere cristiano prendono a calci i portoni, fino a quando non trovano quello che cercano. Vedono l’uomo dai capelli radi e bianchi, una veste scura e un cordiglio bianco a cui è appesa una croce. Gli passano accanto, lo circondano, lo deridono, sputano a terra facendo in modo di colpire il drappo scuro che copre i sandali del religioso. È una pratica ordinaria. Quasi mai denunciata alle autorità. Quasi mai punita.

Sputare sui sacerdoti non è solo disprezzo, è come stabilire un perimetro. Per dirla con padre Nikon Golovko, rappresentante della missione ecclesiastica dell’ortodossia russa: «È un messaggio: la città non appartiene a tutti». Non è solo una sequenza di episodi. «Affrontano punizioni minime, ammesso che la polizia intervenga», dice John Munayer, del Rossing center. «Succede in pieno giorno», aggiunge, «non più ai margini». La contabilità degli episodi racconta una parte. L’altra è nella percezione. Ma i dati misurano anche la distanza. «Entrare in chiesa è proibito», ritiene quasi metà degli ebrei israeliani intervistati dai ricercatori del Rossing. «Il cristianesimo è idolatria», risponde una quota simile. Tra gli ultraortodossi haredi, la statistica è quella dell’unanimità: «È proibito entrare in chiesa» per il 96%, e per il 79% la pratica della fede nel Nazareno «è idolatria».

Non è solo questione di ortodossia. Il risultato è una percezione diffusa: il cristianesimo è «qualcosa da tenere a distanza». Rispetto al 2008, secondo il Rossing Center, diminuisce l’apertura all’insegnamento del cristianesimo e dei suoi testi. Solo il 38% degli intervistati vorrebbe che nelle scuole se ne parlasse. Il 55% è contrario. Sullo studio del Nuovo Testamento il rifiuto sale al 74%. La maggioranza degli israeliani condanna. Non si fa, però, sentire o viene silenziata. Ma per i cristiani locali il punto è un altro. «Non ci sentiamo accettati», ripetono. A Gerusalemme Est lo dice il 54%. «Mi sento a disagio a portare simboli cristiani», afferma il 42%. Solo l’11% parla di aperta accettazione. Il quadro è quello di una doppia minoranza. Cristiani in una città contesa. Cristiani in uno spazio pubblico dove anche un segno religioso può diventare esposizione.

Poi c’è il futuro. Il 36% valuta di lasciare il Paese. Tra i più giovani si supera il 50%. Non è una decisione immediata. È una possibilità concreta. L’emigrazione non nasce solo dalla paura. Viene dalla somma di gesti, silenzi, controlli, esclusioni. E dall’indifferenza. Pochi giorni fa una suora è stata spintonata e presa a calci nella Città Santa. Poco prima erano arrivate le immagini delle profanazioni del soldati israeliani in Libano. E ieri un gruppo di una trentina di giovani si sono dati appuntamento all’ingresso del Convento della Custodia di Terra Santa, e hanno coperto di sputi la statua della Vergine. «Un gesto grave e irrispettoso. Spero nell’intervento di chi può fermare questi episodi che ostacolano ogni tentativo di costruire percorsi di pace in Terra Santa e ovunque non si rispetti la vita e la libertà degli esseri umani», ha reagito padre Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa. In circolazione c’è un altro video che dimostra il disprezzo nei confronti di segni, statue, simboli del cristianesimo nel cuore antico di Gerusalemme.

Dal Santo Sepolcro la voce sempre allegra di padre Giuseppe Gaffurrini, stavolta sempre è rotta dall’emozione. «Non mi importa che sputino addosso a me e poi mi esprimano solidarietà. Penso alla gente di Gaza – dice – , e mi chiedo quanto sia ipocrita rivolgere parole solidali a noi e poi non dire una parola su quello che succede nella Striscia o in Libano.