Diciamolo con onestà intellettuale, la paura fa audience. In un mondo dominato dai clic, la serenità è una ‘merce’ che non produce traffico. Un titolo che recita «Nessun rischio concreto» attira infinitamente meno l’attenzione di uno che urla al «Nuovo virus letale che corre tra gli uomini». È una regola editoriale cinica, ma oggi più che mai rischia di diventare pericolosa. Soprattutto in questi giorni dominati dall’informazione sull’Hantavirus, ultimo protagonista di questa narrazione, ribattezzato da alcuni sciagurati il virus della paura.
Tuttavia, come ci ha spiegato anche Claudia Balotta, l’infettivologa cremonese che insieme al suo team ha isolato per prima il virus del Covid-19 in Italia, è fondamentale fermarsi e analizzare la situazione con la lente della razionalità, distinguendo tra il pericolo reale e quello immaginato da una società ancora profondamente segnata dal trauma collettivo del Covid-19. «La paura ha creato gli dei», scriveva Tito Lucrezio Caro, intuendo con due millenni di anticipo come il timore dell’ignoto sia in grado di plasmare la realtà, costruire miti e, purtroppo, alimentare mostri. Oggi, nel maggio del 2026, quegli dei hanno assunto le sembianze di titoli allarmistici e notifiche push, cioè l’invio automatico di informazioni via web senza che l’utente ne abbia fatto richiesta, che lampeggiano sui nostri smartphone.
I casi di Hantavirus e le conseguenti reazioni psicologiche vedono la paura collettiva prevalere sulla reale minaccia sanitaria. Sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità consideri il rischio di pandemia globale molto basso a causa delle modalità di trasmissione legate ai roditori, il ricordo del Covid-19 alimenta una forte ansia.
Certo sensazionalismo, spinto soprattutto attraverso i nuovi media, rischia di trasformare un focolaio isolato in un allarme sociale, ignorando le rassicurazioni istituzionali e la reale natura scientifica del virus. È evidente a questo punto riflettere sulla necessità di una comunicazione responsabile per evitare che il panico e il monitoraggio ossessivo dei sintomi prendano il sopravvento sulla realtà dei fatti. Vediamoli, in breve sintesi, questi fatti.
La mappa del mondo, nonostante i focolai segnalati su una nave da crociera o in singoli Paesi, rimane quasi del tutto vuota: 11 casi segnalati, di cui otto confermati e tre decessi.
In Italia, la situazione è definita dalle autorità sanitarie di «assoluta tranquillità». Le persone entrate in contatto con soggetti infetti sono oggetto di sorveglianza attiva puramente precauzionale. Come ha ribadito l’assessore regionale lombardo alla Sanità, Guido Bertolaso, il sistema è sotto controllo e segue protocolli già rodati. Per disinnescare la paura, è essenziale capire con cosa abbiamo effettivamente a che fare. L’Hantavirus non è il Covid-19.
La sua trasmissione principale avviene dall’animale all’uomo, in particolare attraverso il contatto con urina, saliva o escrementi di roditori infetti. La trasmissione da uomo a uomo è estremamente limitata e legata a contatti molto stretti; non è un virus che si contrae semplicemente incrociando qualcuno che tossisce al supermercato.
L’incubazione va da una a otto settimane, i sintomi iniziali sono febbre, forti dolori muscolari, mal di testa, nausea e vomito. Il virus colpisce le cellule dei vasi sanguigni endoteliali, rendendoli più permeabili. Questo può portare a un accumulo di liquido nei polmoni con edema. Nonostante la severità delle possibili varianti, la scienza sta facendo passi avanti: studi indicano che farmaci come la Rapamicina potrebbero aiutare a stabilizzare i vasi sanguigni, sebbene siano necessari ulteriori dati clinici.
Maneggiare correttamente le informazioni è parte della prevenzione sociale. E lo si può fare affidandosi a fonti ufficiali, seguendo le indicazioni del Ministero della Salute o dell’Oms. L’esposizione costante a notizie allarmistiche alimenta l’ansia anticipatoria, creando una percezione del rischio superiore alla realtà.
Si tratta, come spiegano gli specialisti, di una forma di disagio psicologico legata all’aspettativa di eventi futuri negativi o catastrofici. Si manifesta molto prima delle circostanze temute ed è alimentata spesso da esperienze passate traumatiche, come il ricordo della pandemia di Covid-19. Chi ne soffre vive una tensione emotiva costante e tende a monitorare ossessivamente il proprio corpo, scambiando sintomi influenzali comuni per segnali di un pericolo reale. Questa condizione trasforma l’incertezza in minaccia, portando la mente a vivere scenari immaginari come se fossero già realtà, rendendo difficile il controllo emotivo e la concentrazione. Con il conseguente rischio di trasformarsi in moltiplicatori di paure nel momento delle proprie, inevitabili e quotidiane, relazioni sociali.
Maneggiare le parole con responsabilità significa riconoscere che il linguaggio ha il potere di costruire o distruggere, ferire o guarire, e che ogni espressione porta con sé conseguenze. Nell’era della comunicazione rapida e spesso sconsiderata, scegliere le parole giuste non è un atto di debolezza, ma di sensibilità e rispetto verso l’interlocutore.
Adottare una responsabilità comunicazionale, sia sui media che nella vita quotidiana di ognuno di noi, significa prendersi cura delle proprie espressioni, specialmente in contesti fragili o complessi, per promuovere un dialogo costruttivo e rispettoso. E soprattutto legato alla realtà dei fatti.
Il rischio è anche quello paventato dal filosofo e sociologo tedesco Thoedor Adorno in una delle sue opere più note, ‘Minima Moralia, meditazioni della vita offesa’: «Quel che temiamo più di ogni cosa, ha una proterva tendenza a succedere realmente». Un rischio che, stando alle considerazioni degli scienziati, nel caso dell’Hantavirus non si dovrebbe correre.
Più significativo è il fatto delle conseguenze che l’insorgere di una fobia genera nell’equilibrio di ognuno di noi. Un’ossessione che induce a vivere in uno stato mentale in cui la mania diventa un pensiero fisso, intrusivo e incontrollabile. Una condizione dolorosa che, in casi estremi porta all’annullamento della propria vita sociale e personale. Non assegniamo tanto potere su di noi a un virus conosciuto da tempo e contro il quale esistono adeguati protocolli. Non diamogliela vinta.
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