di
Andrea Laffranchi, nostro inviato a Vienna
Il sistema di voto e il reportage del New York Times
VIENNA – Il grande balzo non è riuscito. All’Eurovision Song Contest, Israele si è fermato davanti al «Bangaranga» bulgaro. Dara ha vinto sia nelle giurie nazionali che nel televoto. Si è fermata al secondo posto la rimonta di Noam Bettan che partiva dall’ottavo posto delle giurie di esperti e si è piazzato terzo negli sms: 343 punti in totale, 123 dalle giurie e 220 dal pubblico, contro i 204 e 312 della Bulgaria.
A partire dall’anno delle manovre militari a Gaza, la presenza di Israele è diventato elemento divisivo all’interno di EBU, l’ente che riunisce le tv pubbliche del continente e che organizza ESC. Sabato sera all’annuncio dell’exploit nel televoto di Israele sono partiti boati e fischi in un’edizione che ha visto anche il boicottaggio di cinque nazioni: Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia hanno deciso di non partecipare al concorso azzoppando lo slogan della manifestazione: «United by music», uniti dalla musica. L’EBU ha dovuto lavorare per evitare che i comportamenti di Israele, non quelli geopolitici e militari, ma le manovre per influenzare il risultato della gara non allargassero il contagio. Tutto parte dai sospetti sulla trasparenza del televoto. Un reportage pubblicato nei giorni scorsi dal New York Times, basato su documenti ufficiali riservati, mostra come alcune campagne di Israele «avrebbero potuto cambiare facilmente il risultato della competizione» e come ESC, uno dei programmi televisivi più seguiti al mondo, venga usato come strumento di soft power e veicolo di propaganda dal governo Netanyahu.
Gli israeliani dominano anche dove, è il caso della Spagna con Yuval che ha avuto il 33% dei televoti nel 2025, l’opinione pubblica è ProPal. Vero che l’architettura del televoto premia l’appartenenza rispetto all’odio, ma il NYTimes ha scoperto che il governo israeliano dal 2024 investe fra gli 800mila e il milione di dollari l’anno per sostenere i suoi rappresentanti. Nulla di illecito, non ci sono bot coinvolti in un traffico digitale di preferenze, ma è un comportamento che non rispetta il fair play eurovisivo.
Dopo l’exploit dello scorso anno con il recupero di dodici posti grazie al televoto, i sospetti erano stati alimentati dal silenzio di EBU alle domande di alcuni soci, dalla Spagna alla Slovenia, che chiedevano trasparenza sui dati.
Al crescere delle tensioni in vista dell’edizione di quest’anno, il compromesso per scongiurare un voto sull’esclusione di Israele, è stato quello di cambiare il regolamento per ridurre i voti a disposizione di ogni fan (da 20 a un massimo di 10) e considerare le campagne di massa fuori dallo spirito della competizione. Sempre secondo il Times, in un Paese come la Spagna lo scorso anno sarebbero bastati 500 fan per portare a casa i 12 points. Figuriamoci in Paesi più piccoli. Queste misure non hanno evitato il boicottaggio, ma il risultato della finale lascia intuire che i comportamenti di Israele non siano cambiati. Gli organizzatori hanno rimarcato in ogni occasione che il televoto è un divertimento e che sostenere solo un candidato sarebbe come «vestirsi ogni giorno con lo stesso abito e la stessa cravatta» ma evidentemente la fan base israeliana non ammette distrazioni.
Anche sul versante pubblico, Israele non si è fermato. All’inizio della manifestazione nella settimana eurovisiva EBU ha notato una campagna social contraria allo spirito e ha chiesto a KAN, la rete israeliana, di fermarla.
Politica, propaganda e musica. In settimana il premier spagnolo Pedro Sanchez aveva rivendicato il boicottaggio: «È una questione di coerenza, responsabilità e umanità. Siamo dalla parte giusta della storia». Gli ha risposto ieri Israel Katz, il ministro della Difesa israeliano che ha espresso le congratulazioni a Bettan per il risultato «nonostante la campagna di incitamento e diffamazione orchestrata da Pedro Sanchez: ti sei comportato da eroe».
17 maggio 2026
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