di
Edoardo De Biasi
Più di altri, il ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, ha vestito i panni di Cassandra avvertendo dei rischi che corrono i mercati di tutto il mondo. Cosa potrebbe provocare la miscela micidiale di inflazione e finanze pubbliche in disordine
«Non c’è niente di più rischioso della percezione diffusa che non esista alcun rischio». Howard Marks, il finanziere americano di Oaktree Capital ha pronunciato un aforisma che calza anche con l’attuale situazione dei mercati. Le Borse, compresa Piazza Affari, sono vicine ai massimi e le banche centrali (Fed 3,5-3,75% e Bce 2%) non hanno toccato i tassi. Certo le guerre in corso, l’andamento del greggio, un rialzo dell’inflazione in Europa e le elezioni americane del midterm sono un fattore di incertezza. La tastiera dei mercati è diventata sempre più delicata e inevitabilmente gli analisti si dividono. A trainare la corsa dei listini, come spesso accade, sono le borse americane: S&P 500 e Nasdaq continuano ad aggiornare livelli record e anche il Dow Jones corre sulla loro scia. Sul perché il mercato stia di fatto snobbando le guerre si è interrogato il Wall Street Journal che ha individuato varie cause
Le cause e le possibili problematiche
Due in particolare: da una parte il fatto che il trading sempre più automatizzato, con lo strapotere degli Etf passivi, tende ad affidarsi ad algoritmi che inseguono il cosiddetto «momentum» delle borse (cioè il trend di crescita), «il quale si allontana dalla realtà e tende a ignorare le cattive notizie». Dall’altro lato c’è il ruolo del nuovo market mover per antonomasia: Donald Trump. Wall Street, scrive il Wsj, «è convinta che i mercati rappresentino un freno per il presidente americano che farà di tutto per invertire qualsiasi tendenza negativa». Dopo un aprile da record, gli investitori cominciano però a fare i conti con una realtà meno rosea: gli acquirenti potrebbero scarseggiare. Almeno questo è quanto emerge tra i grandi gestori. Dopo miliardi riversati sull’azionario durante la migliore corsa dell’S&P500 dal 2020, lo slancio sta rallentando.
Le mosse di hedge fund e grandi gestori, l’allarme di Jamie Dimon
Gli hedge fund stanno riducendo gli acquisti e Goldman Sachs, guidata da David Solomon, segnala un raffreddamento delle posizioni, tra i più elevati degli ultimi cinque anni. «Pensiamo che nel breve il mercato possa sgonfiarsi, eliminando l’eccesso accumulato durante la corsa ai massimi» scrivono in una nota gli strategist di Goldman. Preoccupazione viene anche da Berkshire Hathaway di Warren Buffett che nel primo trimestre del 2026 ha raggiunto un nuovo record di liquidità. In questo mondo opaco, Jamie Dimon, ceo di JP Morgan, continua a lanciare i suoi allarmi. Il primo era arrivato per i debiti privati. Alla fine dello scorso febbraio temeva potesse arrivare un grande crack come nel 2008. I segnali di allarme includevano la sospensione dei riscatti di un fondo Blue Owl e il default nel credito subprime.
I precedenti e i nuovi timori
Le prime avvisaglie sulla crisi del credito erano emerse a metà 2006 e sono passati quasi vent’anni. Nell’estate del 2007 il bubbone dei mutui subprime esplose facendo crollare Wall Street, fallire a settembre 2008 Lehman Brothers e mandare al tappeto tutte le borse. Il banchiere era stato interpellato da un gruppo di investitori sulla salute attuale della finanza dopo che Blue Owl Capital, società di gestione patrimoniale alternativa, aveva deciso di sospendere in modo permanente i riscatti del fondo Obdc II. «Purtroppo abbiamo già visto qualcosa di simile nel 2006 e 2007», aveva risposto Dimon. Il ceo di JP Morgan ha spiegato che la banca non è disposta a concedere prestiti più rischiosi per aumentare il margine di interesse netto, ma «vedo un paio di operatori fare solo cose stupide». Ha poi aggiunto di aspettarsi che il ciclo del credito peggiorasse di nuovo. Ma questo non è l’unico timore.
I rischi del mondo obbligazionario
Qualche preoccupazione solleva anche il mondo obbligazionario a causa dell’inflazione. «Se le cose dovessero continuare così, è probabile che ci troveremo di fronte anche a una crisi obbligazionaria». Durante la conferenza di Norges Bank Investment, il banchiere ha avvertito che l’aumento del debito sovrano delle economie avanzate, non ultimi gli Stati Uniti, potrebbe innescare una crisi di questo mercato. Per evitarla, è necessario che i policymaker intervengano prima che la situazione li costringa a farlo. «Con l’andamento attuale, ci sarà una sorta di crisi obbligazionaria e poi dovremo affrontarla», ha affermato Dimon aggiungendo però «non sono così preoccupato da non essere in grado di gestirla. Credo semplicemente che la maturità imponga di intervenire piuttosto che lasciare che accada».
Debito pubblico, stagflazione e non solo: che cosa preoccupa
Alla base del rischio c’è innanzitutto l’espansione del debito pubblico, destinato a crescere nei prossimi anni insieme ai deficit. A questo si aggiunge l’inflazione che potrebbe riaccelerare, alimentata da spesa pubblica, riarmo globale e investimenti infrastrutturali. Lo scenario più temuto resta quello della stagflazione, una combinazione che renderebbe più difficile per le banche centrali gestire la stabilità dei prezzi senza destabilizzare i mercati. Ma Dimon teme un’altra «bolla»: le regole introdotte, dopo la crisi del 2008, hanno ridotto la capacità delle banche di assorbire vendite massicce di titoli. Il risultato è un mercato obbligazionario più esposto a movimenti bruschi: se molti investitori vendono contemporaneamente, i rendimenti possono impennarsi rapidamente, costringendo le banche centrali a intervenire.
17 maggio 2026
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