Il lungo ed erratico viaggio nel Mar Baltico si è concluso in modo fatale. Dopo settimane di incertezze, tentativi di salvataggio estremi e un aspro dibattito internazionale, le autorità hanno confermato che il corpo senza vita avvistato al largo della Danimarca appartiene a Timmy, la giovane megattera di dieci metri diventata un caso mediatico in tutta Europa. Il disperato tentativo di ricollocarla nel Mare del Nord, costato 1,5 milioni di euro, non è bastato a sconfiggere le gravi condizioni cliniche in cui il cetaceo versava da mesi.
Il ritrovamento nel Kattegat e la conferma ufficiale
La carcassa è stata individuata giovedì scorso nei pressi dell’isola danese di Anholt, nello stretto del Kattegat, circa 70 chilometri a sud del punto in cui l’animale era stato liberato lo scorso 2 maggio. La conferma definitiva, anticipata dall’emittente TV 2 e dall’agenzia di stampa Ritzau, è arrivata dopo il recupero del dispositivo di tracciamento. “Possiamo ora confermare che la megattera arenata al largo di Anholt è lo stesso esemplare che in precedenza si era arenato in Germania ed era stata oggetto di tentativi di salvataggio”, ha dichiarato in una nota ufficiale Jane Hansen, direttrice di divisione presso l’Agenzia danese per la protezione dell’ambiente (Miljøstyrelsen). La funzionaria ha precisato che un dipendente dell’Agenzia per la natura ha recuperato il localizzatore, fugando ogni dubbio: “La posizione e l’aspetto del dispositivo confermano che si tratta della stessa balena precedentemente osservata e presa in carico nelle acque tedesche”. L’identificazione è stata supportata anche dall’analisi delle cicatrici presenti sulla pelle e sulla pinna caudale. Il decesso è stato confermato pubblicamente anche da Till Backhaus, ministro dell’Ambiente del Meclemburgo-Pomerania Anteriore.
Dallo smarrimento al salvataggio milionario
La vicenda di Timmy era iniziata a marzo, quando la megattera, probabilmente disorientata durante la migrazione o all’inseguimento di banchi di aringhe, era comparsa nel porto di Wismar, in Germania. Il 23 marzo il primo incaglio a Timmendorfer Strand (da cui il soprannome). Nelle settimane successive, l’animale si è arenato ripetutamente nei fondali bassi del Baltico, un ambiente a bassa salinità inadatto alla sua specie. Le sue condizioni sono precipitate: respirazione irregolare, estese lesioni cutanee e parti della bocca impigliate in reti da pesca.
Quando le autorità tedesche stavano per sospendere le operazioni, i due imprenditori Karin Walter-Mommert e Walter Gunz hanno finanziato un salvataggio privato da 1,5 milioni di euro, caricando la balena su una chiatta piena d’acqua per trainarla in acque profonde. “Soffiava attraverso lo sfiatatoio e nuotava liberamente nella giusta direzione”, aveva dichiarato Walter-Mommert subito dopo il rilascio. Poche ore dopo, però, il tracciatore GPS ha smesso di trasmettere.
Il conflitto tra emotività pubblica e scienza
Il caso ha generato una pressione mediatica senza precedenti. Durante le operazioni, le squadre di soccorso sono state bersaglio di minacce di morte, rendendo necessario il presidio della polizia per allontanare folle di curiosi. Un furore popolare che si è scontrato duramente con i pareri della comunità scientifica. La Commissione baleniera internazionale aveva definito il piano “sconsigliabile”, giudicando l’animale “gravemente compromesso”. Burkard Baschek, direttore del Museo oceanografico di Stralsund, si era spinto oltre, definendo il salvataggio “pura crudeltà verso gli animali”. Sulla stessa linea il biologo marino Thilo Maack di Greenpeace, che durante i soccorsi aveva predetto l’epilogo: “Credo che la balena morirà molto presto. E vorrei anche porre una domanda: cosa c’è di così terribile in questo? Gli animali vivono, gli animali muoiono. Questo animale è davvero molto, molto malato. E ha deciso di cercare riposo”. Di tutt’altro avviso il ministro Till Backhaus, che aveva autorizzato l’operazione: “Penso che sia assolutamente umano sfruttare anche la più piccola possibilità quando una vita è in pericolo”.
Un impiego di risorse che ha sollevato forti perplessità anche in ambito accademico. Amy Dickman, docente di conservazione della fauna selvatica all’Università di Oxford, ha analizzato l’impatto etico ed economico della vicenda: “È davvero sorprendente che ci sia stata una tale attenzione verso questo singolo animale con costi così elevati in un momento di grande crisi dei finanziamenti per la fauna selvatica nel mondo. È molto discutibile che sia stato un buon uso delle risorse, soprattutto se confrontato con problemi che colpiscono numeri molto maggiori di balene, come le collisioni con le navi e l’intrappolamento negli attrezzi da pesca”.
Nessuna necroscopia: rischio esplosione
Attualmente, la carcassa di Timmy rimarrà nelle acque danesi. Jane Hansen ha confermato che non vi sono piani per la rimozione o per effettuare una necroscopia, poiché “attualmente non si ritiene che rappresenti un problema per l’area“. L’Agenzia ha tuttavia diramato un severo monito alla popolazione, invitando a non avvicinarsi ai resti: il corpo “potrebbe essere portatore di malattie trasmissibili all’uomo” e, a causa dei gas generati dalla decomposizione interna, “sussiste inoltre un rischio di esplosione”.