In superficie, è stato prodotto un linguaggio rassicurante: dialogo, migliori pratiche, sicurezza, prevenzione dell’accesso ai modelli avanzati da parte di attori non statali. In realtà si tratta di una cooperazione minima, ben lontana da una distensione tecnologica. Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, lo ha detto con chiarezza: gli Stati Uniti possono discutere di AI con la Cina perché “sono in vantaggio” e perché vogliono definire un protocollo sulle migliori pratiche per impedire che modelli avanzati finiscano nelle mani di attori non statali.
L’obiettivo reale è impedire che capacità troppo potenti escano dal controllo statale o para-statale. In altre parole, l’AI viene trattata come tecnologia dual use, paragonabile per sensibilità strategica ai semiconduttori avanzati, alla crittografia, alla cyberintelligence e, in prospettiva, ad alcune categorie di armamenti. Lo scopo è dunque non tanto trovare un accordo quadro o favorire una “democratizzazione dell’AI”, quanto evitare che la competizione tech tra le due potenze finisca fuori controllo.
La risposta cinese e il contropiede di Anthropic
La Cina ha risposto in modo molto più vago. Quando il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun è stato interrogato sui risultati concreti del vertice in materia di AI, non ha confermato dettagli sostanziali. Ha ripetuto la formula cinese secondo cui lo sviluppo dell’intelligenza artificiale dovrebbe essere “aperto, inclusivo, vantaggioso e benefico per tutti”. È una risposta volutamente elastica. Da un lato consente a Pechino di non respingere il dialogo, dall’altro evita di accettare pubblicamente un’agenda statunitense centrata su contenimento, sicurezza, accesso selettivo e gerarchia tecnologica. La Cina vuole sì sedersi al tavolo della governance globale dell’AI, ma non vuole farlo in una posizione di apparente subalternità rispetto a Washington.
Mentre a Pechino andava in scena il vertice, si è mossa anche Anthropic, la benefit corporation statunitense di intelligenza artificiale fondata dai fratelli Amodei, lanciando un avvertimento sulla necessità per gli Stati Uniti di conservare un vantaggio strategico sulla Cina, sostenendo controlli più stretti su microchip e intelligenza artificiale. Contestualmente, l’azienza con sede a San Francisco ha annunciato che sta valutando la partecipazione a un consorzio giapponese per la difesa informatica, mettendo a disposizione capacità avanzate per proteggere infrastrutture, reti governative e sistemi industriali. Si tratta di uno sviluppo non banale, visto che Tokyo è un avversario regionale di Pechino.
L’avventuroso viaggio di Jensen Huang
Oltre a Kratsios, a Pechino c’era anche Jensen Huang. L’amministratore delegato di Nvidia, un habitué in Cina, era stato inizialmente escluso dalla lista dei manager. Il suo reinserimento in extremis ha trasformato Huang in una sorta di personaggio narrativo del summit. Sui social cinesi, il suo arrivo quasi rocambolesco ha alimentato meme, aspettative e letture di mercato.