di
Alessio Di Sauro

Il viaggio a passo d’uomo del bus con i campioni è durato cinque ore, con sottofondo di cori e mortaretti

L’aria è densa della nebbia dei fumogeni quando intorno a San Siro scende la cappa dell’irriverenza. Ritornello: «E chi non salta insieme a noi cos’è?». È un milanista, e si ometta il resto. Il giorno più lungo dell’interismo comincia da lì, dal Meazza. Dentro, l’abbraccio degli ottantamila durante la sfida al Verona; fuori il pasillo de honor dei trecentomila a scortare la squadra di Chivu lungo le due ali di folla della Milano nerazzurra fino in una piazza Duomo in delirio, come nemmeno la curva Nord.

 La festa ha il sapore dei fiumi di birra e dei panini salamella e peperoni, la colonna sonora è quella di trombe e mortaretti. La fotografia è quella della signora in corso Sempione con indosso una maglia oversize di Nicolino Berti («Me la regalò lui»), capostipite di un caleidoscopio d’antan dove il nerazzurro d’ordinanza si fonde con il bianco e il giallo di seconde e terze maglie. Di sponsor ripescati dalla soffitta della memoria – Pirelli, Misura –, di numeri di maglia 32 sormontati talora dal nome di Dimarco, talora da quello di Vieri. Il dileggio, pur indirizzato quasi integralmente verso i cugini rossoneri («interista campione, milanista chiacchierone», si legge su uno dei pochi cartelli di cui si possa riferire il contenuto), talvolta cambia ritornello e destinatario. «Napoletà, pensa alla mozzarella e lascia stare la tabella» su uno striscione con Conte e McTominay bardati alla moda di Pulcinella.



















































E ancora: «Sarà per la prossima volta», la didascalia a margine di una bandiera di uno scudetto del Milan con due stelle (i rossoneri sono fermi a 19). Le linee telefoniche saltano, internet nemmeno a parlarne, per avere aggiornamenti sulla posizione del pullman si ricorre all’antica, al passaparola, chiedendo lumi a coloro che si sono arrampicati sugli alberi davanti all’Ippodromo e sul tetto in plexiglass della biglietteria nord. Tal Francesco, bandierone in una mano e Peroni nell’altra, è agghindato dalla cintola in su della sola sciarpa nerazzurra, prudenzialmente attorcigliata in testa a mò di bandana causa temperatura bollente, in senso sia figurato che letterale. «Sono venuto da Trieste – grida – L’Inter è la mia unica religione».

 C’è chi è più coperto: come chi indossa la maglia numero 21 di Ciriaco Sforza consacrata dal genio di Aldo Giovanni e Giacomo, scelta giustificata da un cartello in cui si legge che «quella di Ronaldo era finita», a completare la rievocazione cinematografica. Alle 19 finalmente il pullman avvia la marcia, a passo d’uomo, un’ora per percorrere i primi 150 metri, prima dell’esplosione a tarda sera della gioia in piazza Duomo. La folla è oceanica, si lanciano magliette nella speranza di farsele rispedire autografate, c’è finanche chi raccoglie gli avanzi del panino che Barella lancia in favor di popolo e se li intasca a mo’ di reliquia. Prossimamente su ebay.


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18 maggio 2026