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Francesco Bertolino e Daniela Polizzi

Il conflitto in Medio Oriente accelera la diversificazione dei fondi sovrani locali che gestiscono oltre 5000 miliardi: i videogame di Ea Sports, i film di Warner Bros, i limoni di Sicilia. Ecco a cosa puntano

Hamad bin Jassim è un cliente abituale del lussuoso Four Seasons di via Gesù, nel pieno centro di Milano. L’ex premier del Qatar viene spesso in città, dove vive una parte della sua famiglia. Forse ammaliato dalle vetrine del Quadrilatero della moda, poche settimane fa Hamad Bin Jassim ha comprato per 1,1 miliardi l’80% dell’edificio di via Monte Napoleone 8 dal gruppo francese Kering, concludendo attraverso il suo family office Al-Mirqab l’operazione immobiliare più costosa nella storia d’Italia. Follie da sceicco? Non proprio: il palazzo d’oro di Montenapo è solo il pezzo più scintillante di una collezione di investimenti che si arricchisce di mese in mese. Persino in queste settimane di guerra in Iran che sta sconvolgendo il Medio Oriente e tagliando i ricavi da petrolio e gas su cui questi Paesi hanno costruito le loro fortune.

La spinta alla diversificazione

«Molti pensavano che il conflitto e la strozzatura dello stretto di Hormuz avrebbero spinto gli investitori del Golfo a ripiegare sulle loro economie», spiega un banchiere d’affari che lavora nell’area. «Al contrario, la guerra li sta spingendo ad aumentare gli investimenti all’estero, accelerando una tendenza in atto da anni — prosegue —. Il conflitto rende infatti ancor più necessario diversificare il rischio, al di là dei Paesi di origine, e le fonti di rendimento, al di là dei giacimenti di idrocarburi».



















































Il boom degli investimenti

L’anno scorso, stando ai dati forniti al Corriere da Global Swf, i sette fondi sovrani mediorientali (Adia, Adq, Icd, Mubadala per gli Emirati, Kia per il Kuwait, Pif per l’Arabia Saudita, e Qia per il Qatar) hanno investito quasi 120 miliardi di dollari per acquisizioni in giro per il mondo, il 43% in più del 2024. E, se il ritmo del primo trimestre si confermerà nei prossimi, il 2026 si preannuncia un altro anno da record: fra gennaio e marzo, a dispetto della guerra in Iran, i sette fratelli del Golfo hanno speso 25,9 miliardi, il doppio rispetto allo stesso periodo del 2025. 

Le punta negli Usa e in Italia

Ovviamente, la parte più consistente di questa mole di denaro va verso gli Stati Uniti: il flusso di rientro dei petrodollari ha per esempio contribuito a finanziare la scalata da 55 miliardi allo sviluppatore di videogame Ea Sports, l’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount-Skydance, i mega-progetti sull’intelligenza artificiale delle startup Usa. Gli investitori del Golfo hanno però un occhio di riguardo anche per l’Europa e, in particolare, per l’Italia. Dal 2024 a marzo del 2026, calcola infatti Kpmg, hanno concluso 35 acquisizioni nel Paese, spendendo circa 3,2 miliardi di euro.

Le aziende nazionali con soci mediorientali

Il numero di aziende italiane con soci mediorientali è così salito a oltre 3.900, di cui circa 780 sono a partecipazione israeliana. Un elenco che include imprese di ogni genere: catene alberghiere, gruppi infrastrutturali, complessi immobiliari, case di moda e importatori di frutta. L’Abu Dhabi Investment Authority, il primo fondo sovrano di Abu Dhabi, è per esempio azionista dell’ex rete Tim Fibercop, del big dei software gestionali Teamsystem e di quello dei software sanitari Dedalus. Il più piccolo Adq, sempre con sede negli Emirati, detiene invece il controllo di Unifrutti, importatore e distributore siciliano di frutta contro-stagione che ha appena comprato Fondaco Nuovo, uno dei maggiori produttori di limoni della Trinacria. 

Le puntate immobiliari

Nel tempo, poi, il fondo sovrano del Qatar, Qia, ha investito oltre 5 miliardi in Italia, principalmente nell’immobiliare milanese — rilevando per esempio i grattacieli di Porta Nuova e l’hotel Gallia — e si appresta a staccare un assegno da centinaia di milioni per entrare nel capitale del produttore di sneaker di lusso Golden Goose. Mayhoola, veicolo privato della famiglia reale qatarina, è invece socio di maggioranza con il 70% di Valentino e ha il controllo del marchio Pal Zileri. Quanto a Pif, il mega-fondo sovrano dell’Arabia Saudita ha il pallino per il lusso italiano come dimostrano gli investimenti negli alberghi Rocco Forte, negli yacht Azimut Benetti e nei bolidi Pagani.

I piani di rigenerazione urbana

«Il Medio Oriente ha una lunga storia di investimenti nell’immobiliare, soprattutto in Italia, sempre con un’ottica di lungo periodo», dice Maurizio Nitrati, partner di Kpmg dove è responsabile del settore real estate. «Ma in questo momento stanno lanciando un ulteriore segnale, quello di voler partecipare a progetti più complessi, come per esempio la rigenerazione urbana — aggiunge Nitrati — ampliando le asset class da offrire ai propri coinvestitori», utili per accrescere la redditività sul lungo termine. Milano resta una delle città più interessanti su cui investire perché è al pari di altre metropoli europee, ma ha maggiori possibilità di crescita. 

La rotta su Roma

Ora nel mirino è entrata anche Roma, come dimostra l’investimento di Eagle Hills — società di sviluppo immobiliare con sede ad Abu Dhabi — che parteciperà al processo di rigenerazione della Caserma Guido Reni. In progetti così complessi non si avventurano da soli. Nel caso della caserma romana hanno trovato una sponda in Coima, partnership collaudata dopo i lavori sullo storico Hotel Des Bains di Venezia. Nei piani di rigenerazione urbana di grandi complessi italiani era già entrata Cale Street, società di investimento immobiliare sostenuta dal Kuwait Investment Authority, che in alleanza con Hines aveva firmato un accordo quadro per l’acquisizione e lo sviluppo di “Unione Zero”, primo lotto realizzato nell’ambito del progetto MilanoSesto sui terreni delle ex acciaierie Falck.

Abu Dhabi e Kuwait nel Piano casa

Negli ultimi tempi, l’attenzione degli investitori del Medio Oriente si sta insomma allargando dai cosiddetti trophy asset a partecipazioni in aziende e progetti di più ampio respiro, utili anche in ottica di trasferimento tecnologico, o, più in generale, di soft power. Il fondo emiratino Mubadala avrebbe per esempio assicurato un impegno di circa un miliardo a sostegno del Piano Casa del governo che potrebbe ricevere un sostegno significativo anche dal fondo sovrano del Kuwait (Kia). Secondo indiscrezioni, poi, Qia, il veicolo di Stato del Qatar, avrebbe assunto posizioni azionarie significative in diverse banche italiane, pur rimanendo sotto la soglia di partecipazione rilevante che obbliga a una dichiarazione.

Pif e Leonardo Aerostrutture

Più volte accostato a Pirelli e già azionista di Technogym, il colosso saudita Pif, secondo voci ricorrenti e mai smentite, starebbe trattando per entrare nel capitale di Leonardo Aerostrutture, la divisione del gruppo aerospaziale che produce componenti per aerei civili e militari. Tutte partecipazioni strategiche che, forse, contribuiscono a spiegare i frequenti viaggi della premier Giorgia Meloni in Medio Oriente. Oltre al petrolio e al gas, nel Golfo si trovano anche grandi capitali.

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17 maggio 2026