Schlossberg cita le sue lauree in Legge e in Economia, così come il lavoro nella campagna elettorale e un’esperienza al dipartimento di Stato, come prova del fatto che dietro lo stile c’è sostanza. «So come funzionano la legislazione e il governo», dice con la sicurezza di un Kennedy. «Nel 2009 sarebbe bastato. Oggi devi saper fare quello e al tempo stesso mandare avanti praticamente una piccola casa di produzione».

Nicholas Fandos del New York Times ha pubblicato un articolo che racconta l’apparente caos all’interno della campagna di Schlossberg: le sue sparizioni per lunghi periodi, la passione per il paddleboard sul fiume Hudson e perfino il bisogno di schiacciare un pisolino. Quanto all’esperienza al dipartimento di Stato, un portavoce dello stesso ha riferito al giornale che il suo incarico come assistente dello staff, sotto il segretario John F. Kerry, amico di famiglia, è durato meno di quattro mesi. E, secondo il Times, il suo stile «surreale» nei colloqui su Zoom avrebbe messo così a disagio una potenziale collaboratrice della campagna elettorale da spingerla a rinunciare al lavoro.

«Io partecipo a ogni colloquio», dice a VF la responsabile della campagna di Schlossberg, Paige Phillips. «Questa cosa non è mai successa, e a quanto pare questa persona ora lavora con un avversario». Phillips ha aggiunto che ciò che fonti anonime descrivono come caos, «noi lo chiamiamo “fare campagna elettorale a New York”». Ha attribuito la passione per il paddleboard del candidato a un noto problema alla schiena di lunga data e ha detto che, «se una fonte anonima pensa di averlo visto sonnecchiare, dovrebbe ricordarsi che Schlossberg stava facendo campagna elettorale durante una tragedia profondamente personale», riferendosi alla morte, avvenuta a dicembre, di sua sorella Tatiana Schlossberg.

L’intervista video di Schlossberg conVanity Fair è stata realizzata prima dell’articolo del Times.

L’intervista di Mark Guiducci a Jack Schlossberg

È stato nello Studio Ovale?
«Ci sono stato. E le dirò che vibra. Quella cosa vibra. C’è tanta energia che esce da lì. È come se brillasse. E… lo so che può sembrare un po’ new age, ma è davvero così. Da quella stanza si sprigiona qualcosa di molto intenso, un’atmosfera quasi opprimente».

È particolarmente luminosa in questi giorni.
«Si, è vero. Sì, con tutto quell’oro».

Jack Schlossberg, benvenuto a Vanity Fair.
«Grazie per avermi invitato. Sono molto felice di essere qui».

Sono molto felice che sia venuto. Ci interessava parlare con lei oggi perché si candida al Congresso a Manhattan in un momento in cui molti dicono che i democratici non sanno che cosa stanno facendo, non sanno più che cosa rappresentano e che gli elettori, ovunque, hanno fame di un nuovo approccio alla politica. Lei proviene inoltre da una famiglia che è stata al centro della politica statunitense per sette decenni, o quasi, e a cui la nostra rivista ha dedicato molta attenzione.
«Ok, allora allora adesso mi preparo mettendomi il cappellino, visto che ha appena parlato di un Partito democratico che non sa più che cosa sta facendo. Questa è la mia risposta: «Believe in Something Again» (Credere ancora in qualcosa). BISA è lo slogan della nostra campagna. Credere ancora in qualcosa. Penso che un privilegio che ho io, e che condividiamo tutti, sia il legame con il nostro passato. Quest’anno il nostro Paese compie 250 anni e il distretto in cui mi candido, che va dalla 96esima strada alla 14esima, è costellato di monumenti alle generazioni che hanno costruito questo Paese credendo nell’America. E oggi, invece, la gente non crede più in nulla. Non si può credere a ciò che dice il presidente. Siamo in guerra. Non abbiamo idea di che cosa stia succedendo. Le persone hanno la sensazione che il loro voto non conti davvero. Ma io mi candido perché continuerò sempre a credere nella politica, e dobbiamo ricominciare a credere in qualcosa, tornare a credere in noi stessi, tornare a credere nel Partito democratico. Quindi, mi metto il cappellino».