Altri 45 giorni di tregua tra Libano e Israele: è il resoconto della due giorni del terzo giro dei negoziati che si stanno tenendo a Washington sotto l’ombrello statunitense.
IL CESSATE IL FUOCO cominciato il 17 aprile non è però mai stato e continua a non essere rispettato. Israele ha portato avanti i suoi attacchi in Libano (cento negli ultimi giorni) e ha stabilito un’area di una decina di chilometri a ridosso del confine sud e sud-est, la Linea Gialla, che occupa militarmente e in cui non è consentito accedere. Tel Aviv si è riservata la possibilità di attaccare in qualunque luogo e momento lo ritenga necessario. Hezbollah, che nei primi giorni dopo la sigla del cessate il fuoco aveva posato le armi, le ha riprese e oggi combatte sul terreno e lancia missili sul nord di Israele.
Al centro delle discussioni il disarmo di Hezbollah, più che mai isolato, soprattutto da quando ha perso l’alleanza storica e strategica di Bashar al-Assad, il presidente siriano deposto dal nuovo governo di Al-Shara’a, da cui si è recato in questi giorni il premier libanese Salam per confermare che il Libano ha «girato la pagina delle dispute con la Siria». «Il 14 e 15 maggio gli Stati uniti hanno facilitato due giorni di colloqui costruttivi tra lo Stato di Israele e la Repubblica del Libano. I due Paesi hanno concordato un quadro negoziale volto a progredire verso una pace duratura, il pieno riconoscimento reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale e la creazione di una reale sicurezza lungo il confine condiviso. Sono stati compiuti progressi significativi sull’agenda politica, che riprenderà il 2 e 3 giugno per proseguire i colloqui politici – si legge nella nota del Dipartimento di Stato Usa – Gli Stati uniti restano consapevoli delle sfide poste dai continui attacchi di Hezbollah contro Israele, condotti senza il consenso o l’approvazione del governo libanese, con l’obiettivo di far deragliare il processo di pace».
Bombardamenti israeliani sul sud del Libano foto Ap
LA DELEGAZIONE libanese ha salutato i «progressi diplomatici tangibili in favore del Libano». Hezbollah ha invece denunciato il «complotto contro la patria, la sua sovranità e la sua resistenza» e la slealtà del presidente della repubblica Joseph Aoun che avrebbe «rinnegato i suoi accordi con Hezbollah e preferito quelli con gli americani, gli europei ed alcuni paesi arabi che sono sull’altro campo», quello del nemico. Ha inoltre invitato il governo libanese a rinunciare all’«illusione della pace». Hezbollah esprime in questo governo due ministri e nel parlamento un solido blocco, forte dell’alleanza con Amal, altro partito sciita il cui capo, Nabih Berri, è il presidente del parlamento.
IN LIBANO INTANTO i morti di questa nuova fase della guerra cominciata il 2 marzo sono arrivati quasi a 3mila e i feriti sono 9.112, secondo i dati del ministero della salute libanese. Proprio ieri, all’indomani dei negoziati, Israele ha intensificato i bombardamenti sulle aree di Nabatieh, Tiro e Sidone, fuori dalla Linea Gialla: almeno 18 uccisi e 124 feriti. L’aviazione israeliana bombarda senza sosta il sud e la valle della Beqa’a a est, dentro e fuori la Linea Gialla. Oltre 100 a oggi i soccorritori uccisi e circa 300 i feriti. Israele ha impedito e impedisce non solo l’accesso alle case – la maggior parte distrutte in una logica del tutto simile a quella usata a Gaza – ma anche ai campi, molti dei quali sono stati bruciati, impedendo le attività agricole, principale fonte di sussistenza: il 48% delle terre agricole è andato distrutto. Vengono sistematicamente bombardate infrastrutture civili, soprattutto quelle idriche, in modo da forzare le evacuazioni degli abitanti dei villaggi che non hanno voluto andarsene. Hezbollah rivendica attacchi quotidiani alle truppe di terra israeliane all’interno della Linea Gialla.
È IN CORSO un urbicidio e un ecocidio. Il ministro della difesa israeliana Israel Katz si rallegrava pochi giorni fa in occasione della commemorazione della guerra dei sei giorni, che «Aita el-Shaab (villaggio del sud del Libano, ndr) non esiste più». Stessa sorte per decine di altri villaggi. Organizzazioni come Amnesty International, ma anche Unifil e il governo libanese, hanno invece denunciato l’ecocidio, utilizzato da Israele come arma di guerra. È una pratica sistematica quella dell’uso di bombe al fosforo bianco, di glifosato, degli incendi di foreste, dell’inquinamento della falda acquifera.
CONTINUA ANCHE l’emergenza sfollati, circa un milione di persone distribuite negli oltre 600 centri di accoglienza. Unicef ha appena pubblicato uno studio che individua in Libano 770mila bambini «in stato di forte stress dovuto all’esposizione ripetuta alla violenza, alle perdite e agli spostamenti».