I ricchi sono un bel problema. Tanto per cominciare, sono pieni di soldi ma non li vogliono condividere. Io devo bestemmiare ogni mese per pagare la rata del mutuo, le spese condominiali, il bollo dell’auto… Loro mandano i figli a lezioni di equitazione a vela come se fosse davvero necessario imparare a cavalcare in mezzo a un cazzo di lago. In secondo luogo, sono dappertutto. Oggigiorno è impossibile accendere la TV senza ritrovarti Elon Musk che blatera di conquistare Marte sull’Isola dei Famosi, o qualcosa del genere. Credo. Non guardo la TV, principalmente perché è piena di ricchi.
Anche Guy Ritchie è ricco: nato upper class, figliastro di nobili vari e poi ovviamente regista di film di successo, perché come ben sapete piove sempre sul bagnato. Ma comunque ci sta simpatico perché è un regaz, come direbbe Casanova, e perché è un ricco un po’ ribelle, no?, di quelli che fumano le sigarettine buffe e si fanno espellere da scuola (tanto poi un’altra scuola privata che se li prende la trovano sempre). Da buon ricco con tendenze ribelli, ha coltivato a lungo una smodata passione per il sottobosco criminale londinese, che ci ha raccontato molto bene in svariati film e serie TV. Pian piano però il suo focus sembra essersi allargato a un concetto un po’ più generale: la gente molto brava in quello che fa anche se quello che fa non è bello proprio a norma di legge. Gente che si muove nelle wink wink “zone grigie”, che usa metodi un po’ bruschi per ottenere risultati. Non più necessariamente gangster, ma businessmen/women a cui capita di dover fare anche i gangster per salvare i propri interessi. È una visione interessante, che si sposa con i tempi che corrono, in cui sempre più i vari Bezos, Musk e Zuckerberg ci ricordano i cattivi dei film di Bond più che Tony Stark. Una visione che trova nel qui presente In the Grey la sua massima espressione. Ne parleremo dopo la… sigla!
Sapete, non ho ancora visto Operation Fortune o Il ministero della guerra sporca, e il motivo è che, come dice Terrence Maverick nella sua lucidissima recensione di quest’ultimo, è da mo che nessuno si strappa le vesti per un film di Guy Ritchie. Già dal trailer, questo In the Grey non sembrava aggiungere nulla di nuovo o particolarmente originale alla sua filmografia, al di là di mettere insieme un cast interessante composto da notevoli manzi e gnocche. Poi però sono andato a vederlo e sapete una cosa? “Non è male, temevo peggio”, sempre per citare il Terrence. Mi spingerei quasi a definirlo “un film teorico”. Non che decostruisca la forma del film action o niente del genere, anzi: quando deve, la abbraccia con entusiasmo e foga. Se mai è teorico per come lascia cadere qualunque pretesa di interesse verso una “trama” che ha il solo scopo di fornire una scusa per dimostrare tutta la sua perizia nelle scene action. È dunque In the Grey un enorme esercizio di stile eseguito con la spocchia del primo della classe? Sì, sì, lo è, assolutamente. Però che vi devo dire, io mi gaso un sacco davanti agli heist fatti bene e questo è fatto abbastanza bene da far dimenticare il resto.
La trama di In the Grey occupa circa 45 dei suoi 98 minuti (il tipo di durata che renderebbe tollerabile anche un film sulle funzioni corporali di Adolf Hitler) ed è così composta: gente che si sbraita in fazza in finanziese, Eiza González in abiti costosi, Rosamunde Pike in riunione, gente che si sbraita in fazza in finanziese ma c’è anche Fisher Stevens. Nello specifico: Eiza González interpreta Rachel Wild, una tipa mega-skillata che fa il recupero crediti d’alto bordo per grossi finanzieri. Rachel, come ci ricorda la sua voce narrante a inizio film, si muove “in the grey” (“That’s the title of the movie!”), nelle zone grigie appunto, perché si serve sia di un team di nerd che cerca di convincere i debitori a restituire il denaro per vie legali, sia di un team di omaccioni cazzuti, guidato da Henry Cavill e Jake Gyllenhaal, che invece le vie legali se le mangia a colazione. Le due squadre lavorano all’unisono per mettere in croce i debitori e togliere loro ogni altra opzione che non sia pakare. Ma il team di omaccioni entra in azione anche qualora i debitori facciano i furbetti e tentino di avere la meglio con la forza.
“Abbatti il caro vita!”
Tutta questa roba a Guy Ritchie interessa relativamente, o se gli interessa non lo dà troppo a vedere perché, volete che ve lo dica?, è un po’ pallosa. Metteteci anche che io di alta finanza non ci capisco una Eva, ma la colpa non credo sia tanto di questo, quanto del fatto che Ritchie non riesce a infondere una grande tensione a queste interminabili scene di dialogo intorno a un tavolo. Qua e là si coglie il senso di quello che Ritchie voleva probabilmente dire con In the Grey: che il mondo dei mega-ricchi è come la fisica quantistica, ogni concetto di “bene” e “male” universalmente accettato perde senso. Prendiamo il villain di Carlos Bardem: normalmente il suo Salazar, ricchissimo proprietario di un’intera isola in cui tutti gli sono fedeli, sarebbe un signore della droga. Qui invece non è nemmeno necessariamente un gangster: è solo un uomo d’affari senza scrupoli. Ma sono brevi guizzi in un mare di scene tutte uguali.
Perché quello che invece interessa al nostro amico Guy è mettere in scena l’azione. E come te la mette in scena? Come in ogni heist movie che si rispetti, ti piazza prima una sequenza in cui espone tutte le regole del colpo (che, in questo caso, è l’esfiltrazione di Eiza González dall’isola di Salazar), e poi te lo mette in scena rispettandole per filo e per segno, con qualche contrattempo qua e là per dare al tutto un po’ di pepe. Normale amministrazione, se non fosse che, di solito, negli heist movie questa sequenza occupa una piccola porzione per poi lasciare il posto ai preparativi e al colpo. Guy Ritchie le dà invece lo stesso peso del colpo vero e proprio: la tiene lunga e se la gusta tutta, assaporando ogni minimo dettaglio con certosina pignoleria. C’è giusto il tempo per un’altra breve, anche se non brutta, sequenza d’azione, un ultimo stretch di gente che parla intorno a tavoli e poi BOOM!, via col terzo atto in cui BOOM!, c’è una bellissima splosione (una delle due presenti nel film) e ci si diverte un mondo a vedere ‘sti manzi che si guadagnano la pagnotta uccidendo, splodendo, ma anche scappando, schivando, tendendo tracobbetti e tutto l’armamentario.
Gay ricchi
Tutto questo ripaga i 45 minuti di noia? Non del tutto, però se non altro è anche, forse involontariamente?, una bella riflessione sullo spettacolo e sul ruolo del regista, che ci porta dietro le quinte per mostrarci la meticolosa preparazione con cui, evidentemente, lavora a ogni suo film, per poi farci deflagrare in da la fazza il frutto di quella preparazione. Menzione d’onore per il cast, di cui ho parlato anche troppo poco: Guy Ritchie dimostra come sempre di saper scegliere tutti molto bene, tutti funzionano e, in particolare, il rapporto tra Cavill e Gyllenhaal, casual coppia gay in un mondo di truzzoni nerboruti, prende delle strade per nulla scontate. Anzi, diventa esso stesso “teorico” (scusate) per come prende le suggestioni omoerotiche tipiche di certo buddy movie e le esplicita in un vero rapporto gay tra i due maschi alfa protagonisti. Certo, se lo avesse esplicitato un po’ di più magari sarebbe stato anche più incisivo e memorabile: nel film non si capisce fino in fondo se sia vero o solo una copertura. Vedere due eroi d’azione così scambiarsi non dico un bacio, ma almeno una carezza, sarebbe stato davvero d’impatto. Così com’è pare solo una course correction dell’ultimo minuto per essere un po’ più al passo coi tempi.
Nel mezzo di tutto ‘sto risplendere di bicipiti, una morale sembra esserci: se paghi la gente bene, non avrà problemi a sacrificarsi per te; se non paghi i tuoi debiti, e questo vale per entrambi gli schieramenti, finisci male. Ci sta, ma come ogni cosa che in questo film non abbia a che fare con gente che si spara addosso, è poco approfondita. Poi, certo, mi hanno fatto notare che In the Grey è anche un film piuttosto sessista: mette una donna in una posizione di potere, ma le sue efficientissime guardie del corpo sono tutti uomini, quasi a suggerire che ok la parità, però quando c’è da sporcarsi le mani gli uomini sono sempre i migliori. Ma questo potrebbe anche essere semplicemente un limite di scrittura di Ritchie. Comunque, dai, se avete 98 minuti e volete vedere un regista divertirsi a fare cose che gli riescono bene, ci sono modi peggiori per passare il tempo. Detto questo, io vorrei che si sdoganasse la possibilità di distribuire mediometraggi senza fuffa di riempimento: aiutiamo Guy Ritchie a girare solo le cose che gli interessano!
DVD quote:
“Il cinema è la vita senza le parti noiose. Tranne In the Grey, che ha anche le parti noiose.”
George Rohmer, i400Calci.com
Dove guardare In the Grey
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