Nel corso di un’intervista con il podcaster David Senra, il CEO di Take-Two Strauss Zelnick ha ripercorso uno dei momenti più delicati dello sviluppo del primo Borderlands. A circa due mesi dall’uscita prevista, quando il gioco era ormai praticamente completato, il team decise infatti di cambiare radicalmente la direzione artistica del progetto.
Secondo Zelnick, all’epoca la società disponeva di risorse limitate e aveva già investito molto denaro nel gioco. Tuttavia, i responsabili del progetto ritenevano che il risultato finale non fosse abbastanza convincente. “Il capo della divisione entrò nel mio ufficio e disse: ‘Non pensiamo che sia abbastanza valido, crediamo di aver sbagliato. Lo stile artistico non è adatto e il gioco non si distingue dagli altri: vogliamo rifarlo'”, ha raccontato.
La decisione comportò un rischio economico considerevole. Zelnick spiega di aver analizzato attentamente la situazione prima di approvare il cambiamento, pur definendolo “una scelta tutt’altro che ovvia” e sostenendo che “nessun altro nel settore lo avrebbe fatto”.
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Il restyling richiese circa un anno aggiuntivo di sviluppo e, secondo quanto riferito dal dirigente, costò altri 50 milioni di dollari. Una cifra particolarmente significativa se confrontata con le stime sul budget di Borderlands 2, che in passato Randy Pitchford aveva indicato attorno ai 35 milioni.
Nella sua versione iniziale, Borderlands aveva un’estetica molto più grigia e realistica, in linea con numerosi sparatutto dell’epoca. Alcuni tester lo avevano persino paragonato a titoli come Rage o Fallout 3.
Con il senno di poi, la scelta di puntare su uno stile grafico più peculiare e riconoscibile si è rivelata decisiva per l’identità della serie, che mantiene ancora oggi. Al di là delle opinioni sul franchise, Borderlands è riuscito infatti a costruire un’immagine immediatamente distinguibile rispetto agli altri sparatutto del periodo.
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