di
Federico Fubini
Mario Draghi e Paul Krugman hanno animato un dibattito internazionale che va al cuore delle domande di fondo che spesso evitiamo: chi siamo come comunità nazionali in Europa e negli Stati Uniti?
Negli anni ’70 al Massachusetts Institute of Technology si trovano nelle stesse aule e ottengono un dottorato in economia sei uomini uomini che avrebbero segnato il nostro tempo. Uno di essi è Ben Bernanke, cui sarebbe toccato in sorte il dubbio privilegio di trovarsi presidente della Federal Reserve nel pieno della crisi finanziaria del 2008. Un secondo è l’uomo che vedete qui sotto, il quale si sarebbe trovato presidente della Banca centrale europea nel pieno della crisi dell’euro e premier italiano in piena pandemia.

Un terzo è quello che vedete invece qui, Paul Krugman: economista, premio Nobel, americano allergico a Donald Trump e da qualche tempo uno degli autori indipendenti di maggior successo al mondo su Substack. Con loro al MIT in quegli anni c’erano altri dottorandi che avrebbero pesato decenni dopo sulle scelte (almeno) di tutti i Paesi occidentali. Fra loro i futuri capi economisti del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard, Maury Obstfeld e Kenneth Rogoff. Non lo so, ma non sarei sorpreso se quei sei continuassero a sentirsi regolarmente. So invece, perché è sotto gli occhi di tutti, che nelle ultime settimane Mario Draghi e Paul Krugman hanno animato un dibattito internazionale che va al cuore delle domande di fondo che spesso evitiamo: chi siamo come comunità nazionali e di Paesi in Europa e negli Stati Uniti? Qual è il nostro progetto come società? Come vediamo i nostri obiettivi e il nostro futuro e quale la storia vogliamo sia raccontata su noi ai posteri che leggeranno i libri di storia, qualunque forma prenderanno quei libri?
La forbice transatlantica
L’innesco arriva da un articolo del Wall Street Journal intitolato “Cosa succede quando gli europei si accorgono di quanto sono poveri?”. È una domanda fondata sull’osservazione che la forbice nel prodotto interno lordo per abitante fra gli Stati Uniti e i principali Paesi europei si sta allargando: alle ultime osservazioni del Fondo monetario internazionale sono 94.400 dollari l’anno per abitante negli Stati Uniti, da confrontare con i 65.300 della Germania, i 61.000 della Gran Bretagna e i 52.000 della Francia (l’Italia, non riportata nell’articolo, è a 46.500: ormai meno della metà degli Stati Uniti). I temi del Wall Street Journal sono noti: l’incapacità di noi europei di innovare fa sì che il nostro reddito sia quasi stagnante da una ventina di anni, mentre gli Stati Uniti continuano a correre. La mancanza di “innovazione e spirito imprenditoriale” ha prodotto in Europa una “crescita della produttività” debole – scrive il Wall Street Journal -cioè scarsa capacità di creare sempre più valore in un tempo dato di lavoro. In questo l’Italia davvero è un laboratorio dei difetti dell’Europa in purezza. Krugman, con il suo fiuto giornalistico, nota nel suo Substack: il tono provocatorio dell’articolo è in linea con lo stile di Donald Trump e dei suoi. Come quando a Davos il segretario al Commercio americano Howard Lutnick parla dell’Europa in modo così sprezzante che Christine Lagarde della Bce si alza e se ne va.

Il rapporto a Bruxelles
Krugman però è abbastanza obiettivo da mostrare anche un grafico, impressionante, che Mario Draghi ha incluso nel suo rapporto sulla competitività in Europa dell’autunno 2024. Lo vedete qua sopra. Rivela come per mezzo secolo dopo la guerra l’Europa avesse recuperato produttività sugli Stati Uniti, ma da un quarto di secolo la tendenza si è invertita e il vecchio continente ha ripreso a perdere terreno. Si tratta di un tema sul quale Draghi è tornato giovedì ricevendo il premio Carlomagno ad Aquisgrana: al netto dell’inflazione o dei cali dei prezzi e parametrando tutto al costo della vita nelle due aree – ha detto l’ex premier – “lo scarto di produttività rispetto agli Stati Uniti si è allargato del 9% dal 2019” (e per l’Italia molto di più). Questo spiega perché un Paese come il nostro una generazione fa aveva un reddito medio simile a quello americano, mentre ora siamo a meno della metà e continuiamo a restare indietro. Per Draghi lo scarto non si deve solo al fatto che gli Stati Uniti hanno un settore tecnologico molto più sviluppato. Si spiega anche – dice l’ex premier – con la “digitalizzazione più profonda delle imprese e dei flussi di lavoro” negli Stati Uniti.
Sono i temi che hanno tutta l’aria di esasperare Draghi per le nostre lentezze: l’Europa finge di puntare sull’apertura e l’integrazione dei mercati, ma nella realtà i governanti si rifiutano di creare uno spazio europeo per investimenti, innovazione, tecnologie. E finiscono così per chiudersi tutti in piccole economie nzionali corporative, stagnanti, destinate a sperare solo che l’export le tiri fuori dalle secche. L’Italia, ancora una volta, è il laboratorio perfetto per studiare certe distorsioni del continente al loro grado più estremo.
L’altra faccia della medaglia
Qui arriva la nostra difesa ad opera di Krugman, in queste settimane in viaggio in Europa (anche in Toscana, a giudicare da questo video). Krugman ha molto rispetto per gli argomenti di Draghi e li trova corretti. Ma ne introduce altri per smontare pezzo a pezzo il racconto della destra americana su un’Europa che non si renderebbe conto di quanto sia povera. Anche qui, l’Italia è la quintessenza.

Cosa dice Krugman? Trova fuorviante l’idea che le persone del vecchio continente stiano perdendo potere d’acquisto rispetto agli americani. Come si vede nel suo grafico qui sopra, il premio Nobel mostra che in realtà la differenza di reddito fra Stati Uniti da un lato e (per esempio) Francia e Italia dall’altro è stabile dall’inizio del secolo. Non sta crescendo. Di certo non cresce se parametrata al costo della vita in ciascun Paese, ai prezzi del momento. In sostanza – dice Krugman – l’America innoverà sì di più, avrà i colossi tecnologici e tutto il resto, ma le persone negli Stati Uniti in media non vivono meglio che in Europa perché negli Stati Uniti tutto è molto più caro (e adeguato al potere d’acquisto dei soli ricchi).
È giusto il caso di notare che il volume totale dei redditi dell’1% degli americani che guadagna di più è nettamente sopra al volume di reddito della metà della popolazione che guadagna di meno. E che negli Stati Uniti i patrimoni dell’uno per mille più ricco sono oltre sei volte i patrimoni cumulati della metà della popolazione americana meno ricca: un livello di disuguaglianza grottesco e tuttora in aumento.
Questo argomento pro-europeo di Krugman paradossalmente viene respinto, in Europa, dagli europeisti più solidi. Wolfgang Munchau su Eurointelligence vede nell’economista newyorkese il riflesso della sinistra americana pronta ad “adottare” l’Europa non perché l’Europa la interessi in sé, ma solo come atto di sfida a Trump. L’economista spagnolo Luis Garicano, vicino al gruppo politico di Emmanuel Macron a Bruxelles, dice a Krugman che ha sbagliato i conti: il passo dell’innovazione è talmente furioso in America – osserva Garicano – che i tecnologi generano sempre più software e sempre più intelligenza artificiale a costi sempre più bassi. Il potere d’acquisto delle persone c’entra poco, secondo lo spagnolo: gli Stati Uniti producono sempre di più, lasciando l’Europa nella polvere.
L’aspettativa di vita
Ma l’altro argomento di Krugman è più solido e Draghi ne sottolinea la validità nel suo discorso di giovedì scorso in Germania: in Europa, aggiunge il premio Nobel, tutti gli indicatori di sviluppo umano sono molto migliori rispetto agli Stati Uniti. E per il bizzarro destino di laboratorio che spetta spesso al nostro Paese, gli indicatori dell’Italia sono ancora migliori di quelli europei. Perché in fondo a cosa serve la crescita economica, l’innovazione, la tecnologia, se non a far vivere meglio e più a lungo il maggior numero possibile di persone? Sull’aspettativa di vita media, l’Europa batte nettamente gli Stati Uniti (e l’Italia batte le medie europee).
Mortalità infantile
Lo stesso vale per la mortalità infantile (quella durante il primo anno di vita): gli Stati Uniti si comportano in maniera più simile a un Paese emergente, mentre l’Europa registra risultati molto migliori e l’Italia addirittura stacca le medie europee per il suo straordinario progresso. Non solo. Guardate anche al grafico sotto pubblicato da Krugman sul tasso di omicidi: ancora una volta l’America ha il profilo di una società a basso sviluppo umano e l’Italia – sempre in ritardo per produttività, crescita, innovazione, apertura del mercato, occupazione femminile e giovanile, tassi di povertà e debito pubblico – è ancora una volta nettamente fra le prime in Europa. Come si spiegano queste apparenti contraddizioni?

Armi e ospedali
Spoiler alert: non ho idea di come si spieghino. Ma forse ho indizi e in gran parte essi puntano al ruolo delle istituzioni (in senso lato) in una società sana. Negli Stati Uniti un quinto degli ospedali “for profit” sono acquisiti da fondi di private equity – concentrati sulla vendita con un forte profitto entro pochi anni – e gli studi mostrano che in questi ospedali dei private equity i tassi di mortalità sono del 10% più alti. La National Rifle Association – la lobby dei produttori di armi – finanzia a tappeto campagne elettorali per il Congresso e ha ottenuto l’apertura praticamente completa per chiunque all’acquisto di armi letali. Non sarà che dettagli simili spieghino parte della più bassa aspettativa di vita e il più alto tasso di omicidi in America?

L’esempio ucraino
Non è il caso di tirare conclusioni confuse, del tipo: “Meglio non innovare, non crescere, perché tanto viviamo di più e curiamo meglio i nostri bambini”. Non è il caso di farlo, perché la stagnazione sociale ed economica mette in dubbio persino il fatto che in Europa – di certo in Italia – avremo ancora molti bambini e giovani in futuro. Il grafico sopra mostra come le start up europee se ne vadano quasi sempre negli Stati Uniti non appena hanno un po’ di successo. Non serve altro a capire che in Europa – in Italia – rischiamo di creare un ambiente così immobile e respingente da mettere in fuga i giovani più ambiziosi.
C’è però in Europa un Paese che in questi anni ha innovato furiosamente, più degli Stati Uniti. È l’Ucraina: nei droni, negli intercettori e nella difesa con l’intelligenza artificiale. Non l’ha fatto perché era ricca o perché aveva le migliori università o i migliori investitori di venture capital come succede a Silicon Valley. No, lo ha fatto perché aveva una fortissima motivazione: sopravvivere. È questa motivazione a spingere l’Ucraina a darsi le istituzioni giuste per innovare (per esempio un bilancio decentrato della difesa, per cui ogni unità dell’esercito al fronte può comprarsi sul mercato i mezzi che ritiene più adatti). La lezione di Kiev è che in Europa innovare, essere all’avanguardia e sapere qual è il progetto nazionale del Paese è possibile. Anche senza gli eccessi oligarchici e cleptocratici americani. Bisogna solo volerlo. Ma lo vogliamo?
Questo articolo è stato pubblicato su Whatever it Takes, la newsletter di Federico Fubini. Per leggerla occorre iscriversi qui.
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18 maggio 2026 ( modifica il 18 maggio 2026 | 12:24)
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