di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Il gruppo svedese accelera la riorganizzazione globale: focus su negozi urbani, meno burocrazia e investimenti digitali dopo il calo degli utili
Meno uffici, meno livelli decisionali, meno costi. E, inevitabilmente, meno dipendenti. Ikea torna a ridurre il personale con un nuovo piano globale che prevede circa 850 licenziamenti all’interno di Inter Ikea, la società che controlla il franchising del marchio svedese nel mondo. Una decisione maturata in un contesto che il gruppo definisce «più instabile e imprevedibile», stretto fra rallentamento dei consumi, inflazione persistente e necessità di mantenere bassi i prezzi al pubblico.
300 licenziamenti solo in Svezia, Italia non coinvolta
I tagli, anticipati da Reuters, riguarderanno soprattutto funzioni amministrative e corporate. Circa 300 posti saranno eliminati in Svezia, il cuore storico dell’universo Ikea. La riduzione corrisponde a circa il 3% della forza lavoro di Inter Ikea. Come spiega al Corriere la divisione italiana, il nostro Paese non è coinvolto dato che sul territorio nazionale è Ikea Italia Retail la società operativa e la divisione commerciale che gestisce l’intera rete di vendita e distribuzione dei negozi.
Il messaggio del gruppo è semplice: diventare più veloci. «Dobbiamo semplificare il modo in cui lavoriamo», ha spiegato il direttore finanziario Henrik Elm. Tradotto: meno burocrazia, strutture più snelle e maggiore autonomia operativa vicino ai mercati locali.
Il settore arredamento
Dietro la ristrutturazione c’è però anche un cambio di fase del settore arredamento. Inter Ikeaparla apertamente di una struttura diventata «troppo complessa e frammentata» per un mercato che oggi richiede velocità e semplicità. La priorità, spiegano dal gruppo, è concentrare risorse e investimenti su tre obiettivi: aumentare le vendite, abbassare ulteriormente i prezzi e riportare clienti nei negozi.
Per Ikea il tema è quasi identitario. Il gruppo continua a puntare sull’idea di arredamento accessibile, ma tenere bassi i listini in un’economia segnata da costi energetici elevati, tensioni geopolitiche e nuovi dazi commerciali richiede una revisione profonda della macchina organizzativa.
Nell’esercizio fiscale 2024-2025 chiuso ad agosto, Inter Ikea ha registrato un utile netto in calo del 32% a 1,5 miliardi di euro, soprattutto per effetto delle riduzioni di prezzo introdotte per sostenere le vendite. Il fatturato è sceso dell’1% a 44,6 miliardi, mentre volumi e numero di clienti sono cresciuti di quasi il 3%.
Gli effetti della guerra in Iran
Secondo Henrik Elm, la guerra che coinvolge l’Iran avrebbe accelerato un deterioramento della fiducia dei consumatori già in corso da tempo. L’aumento dei prezzi del carburante e la compressione del reddito disponibile stanno infatti riducendo la propensione alla spesa per beni considerati non essenziali, come ristrutturazioni domestiche, arredamento o nuovi complementi per la casa.
Non è un caso che i tagli arrivino dopo un’altra operazione annunciata pochi mesi fa da Ingka Group, il principale franchisee Ikea, che aveva già avviato una riduzione di circa 800 posti nelle strutture centrali fra Svezia e Paesi Bassi. Sommati insieme, gli interventi raccontano una trasformazione ben più ampia di un semplice piano di efficienza.
Come cambia il colosso svedese
Il colosso svedese sta infatti cambiando pelle. Meno grandi punti vendita periferici, più negozi urbani di dimensioni ridotte; meno struttura centrale, più investimenti in logistica, automazione ed e-commerce. Un modello che prova a inseguire consumatori sempre più digitali e città dove gli spazi costano di più e il traffico scoraggia i grandi spostamenti.
Parallelamente, Ingka – proprietario della maggior parte dei negozi Ikea nel mondo – continua però a investire. Il gruppo ha annunciato oltre 5 miliardi di euro di investimenti fra il 2024 e il 2026 per nuove aperture e ristrutturazioni, sperimentando anche formule ibride con spazi affittati ad altri marchi per aumentare il traffico nei grandi store.
La ristrutturazione riapre anche il dibattito sul lavoro nel retail globale. In tutta Europa le grandi catene stanno comprimendo i costi amministrativi mentre accelerano sugli investimenti tecnologici. L’intelligenza artificiale, la gestione automatizzata dei magazzini e la centralizzazione dei processi stanno spingendo molte aziende a ridurre il peso delle strutture intermedie.
Le reazioni in Svezia
In Svezia la notizia ha avuto un impatto particolare. Ikea non è soltanto un marchio: è un pezzo dell’identità industriale nazionale. E vedere il gruppo tagliare proprio nelle funzioni centrali storicamente radicate nel Paese viene letto come il segnale di una nuova stagione per il capitalismo nordico, tradizionalmente più prudente sul fronte occupazionale.
Il gruppo, intanto, prova a rassicurare. Gli investimenti proseguiranno, soprattutto nella sostenibilità energetica e nella trasformazione digitale. Ma il messaggio che arriva dal quartier generale di Delft, nei Paesi Bassi, è chiaro: per continuare a essere uno dei marchi più popolari dell’arredamento mondiale, Ikea ritiene oggi necessario diventare più piccola dentro.
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18 maggio 2026
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