Nuovi scontri sui permessi. Il marito della biologa Montefalcone: «Escludo che mia figlia non fosse autorizzata»
(Alessio Ribaduo, inviato) «Sono davvero stufo di questo continuo stillicidio di insinuazioni sulla mia famiglia». Carlo Sommacal è stanco, parla con un filo di voce, ma la rabbia si sente tutta. I corpi della moglie Monica Montefalcone e della figlia Giorgia lunedì sono stati individuati nella grotta sommersa dell’atollo di Vaavu, alle Maldive. E mentre aspetta che vengano riportate a terra e poi in Italia, attacca: «Ieri, un rappresentante del governo maldiviano ha riferito (al Corriere, tramite Mohamed Hussain Shareef, ndr) che avevano autorizzato mia moglie a svolgere quelle immersioni. Ristabilito l’onore di Monica da una parte, ora si punta l’indice sul fatto che nostra figlia non sarebbe stata nella lista».
È questo il punto che lo ferisce e lo fa infuriare: «Monica non l’avrebbe mai portata sott’acqua fuori dalle regole. Mai. Giorgia era una laureanda in Ingegneria biomedica e chi dice che magari non facesse ricerca per i suoi studi? Come ha detto al Corriere il professor Massimo Musia-Sale, mia moglie adottava il metodo del learning by doing, imparare facendo». Sommacal aggiunge: «In queste spedizioni scientifiche ognuno aveva un compito: c’era chi faceva snorkeling, chi lavorava a cinque metri e chi a dieci».
Sommacal insiste sulla meticolosità della moglie: «Lo era in tutto, soprattutto con la burocrazia. Una macchina da guerra della precisione: non le sfuggiva niente. Amava l’ambiente al punto da diventare vegetariana. Anche le capsule del caffè dovevano essere riportate in negozio per il corretto smaltimento. Figuriamoci se avrebbe rischiato una multa per far immergere Giorgia. Dimenticano che era molto stimata anche alle Maldive?». Sua figlia, racconta, aiutava «con campionamenti, dati, foto, video, file Excel», era innamorata del lavoro della madre e sognava di diventare ricercatrice, e «le sarebbe piaciuto prendere anche una laurea in biologia marina».
Sommacal prende fiato quando legge una nota dell’Università di Genova, in cui si dice che «l’attività di immersione subacquea, nel corso della quale si è verificato l’incidente, non rientrava nelle attività previste dalla missione scientifica, ma è stata svolta a titolo personale» e che «per quanto riguarda le autorizzazioni alle immersioni, espressamente vietate dall’ateneo, le richieste presentate alle autorità maldiviane, sono state evidentemente formulate al di fuori del perimetro della missione autorizzata dall’Ateneo». Sommacal commenta: «Sono amareggiato perché mia moglie ha dato prestigio all’ateneo con le sue ricerche in tutto il mondo». Poi aggiunge: «Era pure una madre e non avrebbe mai messo a rischio sua figlia».
Quindi si toglie un sassolino dalle scarpe. «Se qualcuno pensa che io possa avanzare richieste di risarcimenti, sappia che non ho neanche dato mandato a un legale. Mia moglie e mia figlia non hanno prezzo. Se mai dovesse arrivare del denaro, finanzierò borse di studio per i suoi studenti. È così che Monica continuerebbe a vivere».
Nella lista dei ricercatori autorizzati manca Gianluca Benedetti, operation manager di Albatros Top Boat, ma per Orietta Stella, avvocata del tour operator, «il problema non si pone perché il permesso non era per svolgere immersioni ricreative ma per l’attività scientifica: dovevano averlo i ricercatori, non le guide della barca». E aggiunge: «Lui era istruttore. I gruppi erano divisi per abilità sub e andavano in acqua con una guida, alla profondità consentita dal loro brevetto per svolgere le attività di ricerca, campionamento e prelievi previsti dal programma scientifico».