di
Silvia Turin
La nostra natura sociale e relazionale si sviluppa già all’interno dell’utero, anche se non è chiaro attraverso quali meccanismi. L’essere umano nasce dipendente dagli altri, per cui il mimetismo è essenziale
Siamo animali sociali, lo diceva già Aristotele secoli fa e le ricerche continuano a ribadirlo. La relazione tra esseri umani è talmente iscritta nel nostro codice genetico che adesso si è scoperto che esiste e inizia a consolidarsi anche prima della nascita.
Una ricerca pubblicata a maggio sulla rivista scientifica Current Biology da parte dell’Università di Parma ha dimostrato che quando sbadiglia la mamma lo fa anche il feto all’interno della pancia: è una «risonanza comportamentale».
Lo studio
Lo studio, formulato nell’ambito di un progetto scientifico interdisciplinare del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, tra il Laboratorio di Neuroscienze cognitive sociali e il Corso di Laurea in Ostetricia, ha monitorato alcune donne incinta nel terzo trimestre di gravidanza.
Sono state sottoposte a un esame ecografico di routine durante il quale venivano loro mostrati alcuni filmati: persone che sbadigliavano, che aprivano e chiudevano la bocca, oppure immagini statiche degli stessi volti. Contemporaneamente venivano registrate ecograficamente le «risposte» dei feti.
«Volevamo indurre un comportamento “contagioso” e vedere in che misura avrebbe potuto essere colto, “comunicato” e riprodotto anche dal feto», spiega al Corriere Vittorio Gallese, Neuroscienziato, Professore Ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze cognitive all’Università di Parma, uno degli scopritori dei neuroni specchio.

I risultati
«Quello che abbiamo riscontrato è che i feti tendono a sbadigliare quando la madre sbadiglia, ma a non farlo quando la madre guarda immagini dell’apertura e chiusura della bocca o volti statici che non la fanno sbadigliare», precisa l’esperto.
È stato registrato che la frequenza dello sbadiglio del feto era maggiore dopo che la madre aveva sbadigliato, questo per escludere che la reazione del feto fosse casuale. Inoltre, è stato annotato che l’intervallo temporale tra la visione del volto che sbadiglia sullo schermo e lo sbadiglio della madre era straordinariamente simile alla latenza che si registrava tra lo sbadiglio della madre e lo sbadiglio del feto: 85-90 secondi. Infine, le registrazioni dei movimenti dello sbadiglio delle madri e dello sbadiglio dei feti sono state analizzate da un neural network che ha esaminato le caratteristiche dei movimenti trovandole molto simili.
Un contagio comportamentale
«Sembra che già nelle fasi precoci del nostro sviluppo ci sia una relazionalità implicita con la madre, una “sintonizzazione comportamentale”. Non c’entrano i neuroni specchio perché non c’è visione e non è imitazione perché non è volontaria – specifica Gallese -. È una risposta che chiamiamo “contagio comportamentale”, una reazione automatica che anticipa a prima della nascita la relazionalità. Un riflesso che evidentemente prepara a quello che succederà dopo la nascita: un’ulteriore testimonianza della nostra natura sociale».
Come avviene?
Questa la descrizione di quanto osservato, ma come può succedere? Attraverso quali meccanismi? «Sono ipotesi: una è che si tratti di una comunicazione a livello di movimenti. Quando sbadigliamo muoviamo la muscolatura dell’addome e il diaframma in un modo diverso da quando parliamo o apriamo e chiudiamo la bocca ed è possibile che questo schema propriocettivo venga in qualche modo riconosciuto dal feto che sia indotto a riprodurlo. Un’altra ipotesi, non alternativa ma complementare, è che ci sia una comunicazione di tipo ormonale. Si pensa che quando sbadigliamo aumenti la secrezione di ossitocina e quindi è possibile che ci sia un passaggio di ossitocina attraverso la barriera placentare e che questo possa influenzare il comportamento del feto».
Prospettive cliniche
Questo studio apre la porta ad altre ricerche? «Certo. Una delle cose che ci interessa capire è se il feto nel terzo trimestre sia anche in grado di integrare stimoli sensoriali diversi. . Vogliamo studiare le risposte vascolari cerebrali del feto all’applicazione di stimoli multisensoriali attraverso la pancia della mamma. Sarebbe importante stabilire se già il feto sia in grado di integrare stimoli di varie modalità sensoriali per correlare questa tipologia di risposte con il percorso di sviluppo del neonato nella fase post natale».
Le prospettive cliniche future potrebbero riguardare il monitoraggio di questi movimenti prenatali da utilizzare come indici precoci per la diagnosi di patologie del neurosviluppo.
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18 maggio 2026
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