Chiamato anche Ccr, Closed Circuit Rebreather: un sistema «a circuito chiuso» che offre molti vantaggi rispetto alle classiche bombole da immersione ricreative. Anche la complessità però è elevata: serve un addestramento specifico e una grande disciplina nell’usare il rebreather

Nelle operazioni di recupero in corso alle Maldive, la parola «rebreather» torna continuamente nei comunicati di Dan Europe (Divers Alert Network Europe, l’organizzazione internazionale specializzata nella sicurezza e nell’assistenza medica per i subacquei). È il sistema usato dai tre specialisti finlandesi impegnati nelle immersioni nella grotta sommersa dove sono morti i sub italiani. Un dettaglio tecnico non secondario, visto che in missioni così delicate il tipo di autorespiratore cambia il modo in cui si affronta un’immersione.
Un altro modo per chiamare il rebreather è Ccr, Closed Circuit Rebreather: il nome rivela dunque che che si tratta di sistema «a circuito chiuso», diverso dalle classiche bombole da sub ricreativo che tutti hanno in mente, anche coloro che non si immergono. 

Come funziona il circuito chiuso

In un sistema tradizionale a circuito aperto, il sub inspira il gas dalla bombola ed espira direttamente in acqua: le bolle che salgono verso la superficie sono proprio il gas espulso.
Il rebreather lavora in modo opposto: recupera il gas espirato, elimina l’anidride carbonica attraverso un filtro chimico assorbente (lo scrubber) e reintegra automaticamente l’ossigeno consumato dal corpo. Il risultato è che il gas viene riciclato continuamente.



















































Che vantaggi dà

Questo approccio offre diversi vantaggi cruciali nelle immersioni tecniche profonde: consumo molto inferiore di gas, autonomia più lunga e soprattutto controllo estremamente preciso della miscela respiratoria. E poi non viene creata quasi nessuna bolla: quello che può apparire come un dettaglio estetico diventa importante quando si entra in una grotta sommersa, invece, cambia tutto.

Perché i rebreather sono usati nelle grotte

Le immersioni in ambienti «overhead» (grotte, miniere allagate o relitti con passaggi stretti) sono tra le attività più rischiose della subacquea tecnica. Non esiste una risalita diretta verso la superficie: per uscire bisogna ripercorrere il tragitto.
Nel caso delle Maldive, secondo Dan Europe, il sistema di grotte si trova tra 55 e 60 metri di profondità ed è composto da tre camere collegate da passaggi stretti. Un ambiente complesso anche per professionisti molto esperti. Qui il rebreather offre vantaggi decisivi. La riduzione delle bolle limita il rischio di sollevare sedimenti dal soffitto della grotta, evitando il cosiddetto silt out: una nube di particelle che può azzerare completamente la visibilità. Inoltre il minor consumo di gas consente immersioni molto più lunghe e una gestione più efficiente delle decompressioni.
Un altro fattore che entra in gioco è il controllo della miscela respiratoria. A profondità elevate l’azoto può provocare narcosi, mentre concentrazioni errate di ossigeno diventano tossiche (come avevamo spiegato in questo approfondimento). I Ccr mantengono il livello di ossigeno entro parametri molto precisi, riducendo parte dei rischi fisiologici. 
Il rovescio della medaglia è, ovviamente, la complessità del tutto, molto superiore a quello di un sistema tradizionale: elettronica, sensori, gestione dei gas e procedure d’emergenza richiedono un addestramento avanzato e un’estrema disciplina. Queste soluzioni, non è un caso, vengono usate soprattutto da sub tecnici, esploratori di grotte, forze speciali e operatori militari.

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Chi sono i tre specialisti finlandesi

Il team inviato da Dan Europe è composto da tre subacquei finlandesi specializzati in immersioni profonde e speleosubacquee.
Sami Paakkarinen è uno dei nomi più noti del gruppo: sub professionista attivo dagli anni Novanta, istruttore Ccr ed esploratore subacqueo, ha partecipato a operazioni di recupero complesse come la missione nella grotta di Plura, in Norvegia, nel 2014, documentato nel film «Diving into the Unknown».
Con lui ci sono Jenni Westerlund, specializzata in ambienti «overhead» come miniere allagate e sistemi di grotte, e Patrik Grönqvist, sub tecnico e fotografo subacqueo con esperienza operativa anche nei servizi regionali di soccorso.
Tutti e tre hanno già lavorato insieme in missioni ad alto rischio. Un elemento importante, perché nelle immersioni di recupero profonde il coordinamento della squadra conta quasi quanto l’attrezzatura.
Secondo Dan Europe, le operazioni alle Maldive prevedono l’uso di rebreather, Dpv (propulsori subacquei usati per spostarsi più rapidamente sott’acqua) e configurazioni ridondanti di sicurezza. Ogni componente viene «duplicato», perché in un ambiente simile non esiste margine per gli errori.

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19 maggio 2026 ( modifica il 19 maggio 2026 | 14:35)