Jannik ha costruito il numero 1 portandosi oltre i limiti: quest’anno ha passato 40 giorni in partita, 70 in allenamento, 14 riposando senza prendere in mano la racchetta e 12 in viaggio tra un torneo e l’altro


Riccardo Crivelli

Giornalista

19 maggio – 12:16 – ROMA

Il giro del mondo del signore del mondo. Senza sacrifici, non puoi costruire sogni. Sinner lo ripete come un mantra fin da quando, appena diciottenne, si rivelò vincendo le Next Gen Finals di Milano. Quando parla del tennis, il suo pensiero è sempre chiaro e univoco: “È la vita che mi sono scelto, a 13 anni ho lasciato i miei genitori per provare a diventare un campione, e non è stato facile”. Perseguendo l’obiettivo di lavorare ogni giorno per diventare un giocatore e un uomo migliore, con la tensione morale che ti fa guardare sempre oltre i limiti, la prima dote del campione, Jannik si è costruito una vita da numero uno. 

quattro continenti—  

Non è soltanto il ranking (a proposito, ieri ha eguagliato Edberg con 72 settimane al vertice) a testimoniarlo: piuttosto, il dominio che ha imposto al circuito da marzo ad oggi e che lo ha portato a riscrivere la storia dei record, diventando il primo giocatore di sempre a vincere sei Masters 1000 consecutivi e il più giovane a collezionare tutti i tornei di quella categoria. Uno strapotere derivato fin qui dal perfetto equilibrio tra tutte le componenti che riempiono la quotidianità di un tennista professionista: l’allenamento, le partite, il riposo, i viaggi. Dal 1° gennaio al 17 maggio, quando ha raggiunto l’apoteosi romana cinquant’anni dopo Panatta, sono trascorsi 136 giorni: Jannik ne ha passati 40 in partita, 70 in allenamento, 14 riposando senza prendere in mano la racchetta e 12 in viaggio tra un torneo e l’altro; ha toccato sette paesi (Montecarlo, Corea, Australia, Qatar, Stati Uniti, Spagna e Italia) e attraversato quattro continenti. Il primo aereo lo ha preso da Nizza all’Epifania per volare dal Principato di Monaco a Seul, dove il 10 gennaio affronta in esibizione l’amico-rivale Alcaraz. Il periodo di riposo più lungo, una settimana all’inizio di febbraio, segue la delusione degli Australian Open, dove da doppio campione in carica viene eliminato in semifinale da Djokovic. Ma è dopo la seconda sconfitta dell’anno, nei quarti di Doha contro Mensik il 19 febbraio, che Sinner e il team prendono la decisione che cambia radicalmente il flusso stagionale: insieme a Cahill, rinuncia a tornare a casa a Montecarlo, dove fa troppo freddo per allenarsi, e vola subito in California, a Indian Wells, sede del primo Masters 1000 stagionale. Intanto, Jannik esorcizza la piccola crisi con la solita lucidità: “Non è successo nulla di grave, nessun disastro. Sono momenti che succedono nel tennis, ma sono molto sereno, prima o poi mi tiro fuori e riparto”. 

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il segreto—  

I risultati ottenuti da lì in poi dimostreranno plasticamente quanto avesse ragione: dal 7 marzo, prima partita a Indian Wells, alla finale degli Internazionali di domenica, Sinner ha giocato e vinto 29 partite in 72 giorni, in pratica una ogni cinquantanove ore. Le quasi due settimane nel deserto prima del torneo gli sono servite per immagazzinare prezioso carburante per i muscoli, incrementare la resistenza, sopportare meglio le condizioni di caldo estremo che tanto soffriva a inizio carriera e affinare le doti di recupero tra un match e quello successivo, un altro dei punti sensibili di una macchina altrimenti perfetta. Jannik ci ha aggiunto una conoscenza sempre più approfondita del proprio corpo e delle proprie sensazioni, tanto da decidere senza dubbi di sorta di giocare subito il torneo di Montecarlo dopo il trionfo di Miami malgrado gli appena cinque giorni di adattamento nel passaggio tra il cemento e la terra e poi di aggiungervi anche Madrid e Roma prima del Roland Garros, un programma di fatiche quasi erculee degne di un Nadal all’apice della sua dirompente esplosività: non a caso, la Volpe Rossa ha eguagliato la prodezza del 2010 del maiorchino, cioè vincere i tre Masters 1000 sulla terra nella stessa stagione. Ma Jannik è pure un fenomeno di programmazione, e sta già disegnando i confini dell’estate per conservare la strepitosa condizione atletica degli ultimi due mesi: in questa settimana che separa Roma da Parigi, si dedicherà per tre giorni al completo riposo come aveva già fatto tra Madrid e Roma e poi, per la prima volta in carriera, non giocherà alcun torneo tra il Roland Garros e Wimbledon. Tre settimane consacrate solo all’allenamento per affrontare con il pieno di forze anche il secondo semestre. Più forte e più grande.