Il fisioterapista Claudio Zimaglia, che ha lavorato anche con Djokovic e Sinner: “Il polso è una delle articolazioni più sollecitate nel tennis moderno, ma lo stile di gioco di Carlos non lo aiuta”
Giornalista
19 maggio 2026 (modifica alle 19:02) – MILANO
Il caso di Carlos Alcaraz ha riportato al centro dell’attenzione un tema sempre più discusso nel tennis moderno: la salute del polso. Nonostante la giovane età, lo spagnolo ha già dovuto fare i conti con un infortunio importante che dopo Madrid, Roma e Parigi, gli impedirà di giocare anche la stagione sull’erba. Proviamo a capirne di più con Claudio Zimaglia, osteopata e fisioterapista, che ha lavorato con Jannik Sinner e, più recentemente ha fatto parte del team di Novak Djokovic.
Partiamo dal caso Alcaraz: cosa può essere successo?
“Alcaraz, durante il match di secondo turno a Barcellona contro Virtanen ha riferito di aver sentito il polso ‘cedere’ durante un diritto. Anche se ha portato a termine la partita, gli esami successivi hanno evidenziato una condizione più seria del previsto, che lo ha costretto a fermarsi. Già nel 2024, peraltro, aveva mostrato segnali di fragilità con un edema al muscolo pronatore dell’avambraccio destro, struttura strettamente collegata al polso”.
Quali sono le cause di questo tipo di problema in un giocatore come Alcaraz?
“Nel suo caso incide molto lo stile di gioco. Parliamo di un diritto estremamente esplosivo, con grande velocità di braccio e un uso marcato del polso per generare angoli molto stretti. Questa ‘frustata’ ripetuta, combinata con l’utilizzo di corde piuttosto rigide, crea uno stress meccanico continuo che nel tempo può diventare difficile da sostenere per i tendini”.
Si è parlato di tenosinovite. Di cosa si tratta?
“È una condizione infiammatoria che coinvolge il tendine e la sua guaina sinoviale, cioè la membrana che lo riveste e ne permette lo scorrimento. In condizioni normali il tendine scorre senza attrito, come un cavo in una guaina lubrificata. Quando si sviluppa la tenosinovite, la guaina si infiamma e si gonfia, aumentando l’attrito e provocando dolore durante il movimento. Se la situazione persiste, la guaina può restringersi fino a ‘strozzare’ il tendine, come avviene in alcune forme di De Quervain”.
Quali sono le cause principali di questi infortuni nel tennis?
“Sono tre soprattutto. Il primo è il sovraccarico meccanico: ore di gioco e gesti ripetitivi senza adeguato recupero. Il secondo è l’attrito eccessivo, legato a rotazioni estreme come il top-spin moderno, che costringono i tendini a lavorare in condizioni limite. Il terzo riguarda i microtraumi da impatto e vibrazione: la risposta della racchetta può irritare la membrana sinoviale, che reagisce producendo liquido e causando gonfiore”.
In generale, quanto è esposto il polso nel tennis moderno?
“Molto. È una delle articolazioni più sollecitate in assoluto. Tra topspin esasperato, telai rigidi, palline pesanti, corde tese e impugnature estreme, il margine di stress è elevato. Le patologie più frequenti sono la tendinite dell’estensore ulnare del carpo, tipica del lato del mignolo, spesso legata al rovescio a due mani o a un uso eccessivo del polso nel diritto. Poi c’è la sindrome di De Quervain, alla base del pollice, tipica di chi usa impugnature molto chiuse come la Western. Più complessa è la lesione della fibrocartilagine triangolare del polso, una struttura fondamentale che stabilizza l’articolazione e assorbe parte dei carichi tra radio e ulna. Nei casi più seri si possono osservare anche fratture dell’osso uncinato o instabilità carpali”.
Si può intervenire per prevenire questi problemi?
“Sì, e oggi la prevenzione è molto più strutturata rispetto al passato. Non si parla più solo di stretching, ma di protocolli integrati che includono preparazione atletica, biomeccanica e gestione del carico. È fondamentale un riscaldamento specifico di mano, polso e avambraccio, con esercizi di mobilità e attivazione muscolare. Il lavoro è più efficace quando fisioterapista e preparatore atletico collaborano nella costruzione di programmi mirati. Si utilizzano anche strumenti come hand grip, flex bar o palline elastiche per rinforzare la muscolatura e migliorare stabilità e coordinazione. Alcuni atleti ricorrono a bendaggi funzionali, che però devono essere usati con attenzione per evitare una rigidità eccessiva”.
Anche la tecnica può essere corretta in chiave preventiva?
“Assolutamente sì. La videoanalisi oggi è uno strumento centrale: permette di individuare movimenti inefficienti o ripetitivi che, nel tempo, possono generare sovraccarichi. A questo si aggiunge la valutazione oggettiva di parametri come mobilità del polso, forza di presa e simmetria tra gli arti, fondamentali per monitorare lo stato funzionale dell’atleta”.
E poi c’è la questione palline…?
“Negli ultimi anni diversi giocatori, tra cui Novak Djokovic e Daniil Medvedev, hanno evidenziato la forte variabilità tra un evento e l’altro. Il punto non è solo la qualità, ma la mancanza di uniformità. Si passa da palline leggere e veloci a palline che, nel giro di pochi game, diventano più lente e pesanti. Questo costringe il polso ad adattarsi continuamente a resistenze diverse, senza tempo sufficiente per stabilizzarsi”.
Si parla spesso di ‘effetto sasso’. Cosa significa?
“È una definizione usata dai giocatori per descrivere alcune palline con nucleo molto rigido. All’impatto generano un picco di pressione elevato, soprattutto se colpite con racchette moderne molto rigide. Il risultato è una sensazione di impatto secco e pesante, come colpire un sasso. Questo aumenta lo stress sui legamenti e sui tendini del polso”.
E il deterioramento della pallina durante il match?
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“È un ulteriore fattore. Nei primi game la pallina è più veloce, poi perde pressione e diventa più ‘pelosa’, aumentando la resistenza all’aria. Per mantenerne la velocità, il giocatore deve spingere di più proprio quando l’avambraccio è già affaticato, aumentando ulteriormente il carico sul polso”.
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