di
Greta Privitera
l regime parla di Paese compatto e minaccia nuovi raid nel Golfo
A Teheran la guerra sfila lenta, nel traffico del centro, agganciata ai mezzi militari che trascinano grappoli di palloncini bianchi e rosa, mentre sui marciapiedi i bambini mandano baci alle spose, con i veli di pizzo stretti sul volto. Poco più in là, accanto ai blindati addobbati per le nozze, compaiono missili dipinti negli stessi colori, rivolti verso Tel Aviv.
Gli ayatollah organizzano matrimoni collettivi per centinaia di giovani coppie che aderiscono a programmi statali e dichiarano la propria disponibilità al sacrificio nel conflitto contro Usa e Israele. Ci si sposa, si sorride alle telecamere, si promette amore e insieme fedeltà e martirio, in una sovrapposizione distopica tra vita privata e lealtà politica, dove anche il «sì» dei «sì» finisce per appartenere alla narrazione del potere.
Le cerimonie, trasmesse in diretta tv, servono a costruire l’idea di un Paese compatto e pronto a resistere. E la sera quella stessa immagine si prolunga nelle strade e torna nelle piazze che si riempiono di nuovo, tra bandiere, slogan e richiami all’unità nazionale. Sotto gli sguardi dei defunti del sistema, da Ali Khamenei a Qassem Soleimani, i militari allestiscono postazioni improvvisate e mostrano come si impugna un fucile, come si carica, come si spara, come si uccide. Mentre i pasdaran organizzano brevi corsi d’addestramento per i civili, in un continuo passaggio tra rappresentazione e preparazione. Eppure, appena si abbassa il volume delle tv di Stato, quell’immagine comincia a incrinarsi.
Samira, giovane di Teheran, racconta un Paese molto meno compatto di quanto appaia sugli schermi, e ricorda che la stessa propaganda accompagnava gli anni della guerra con l’Iraq. «Funziona — dice —, ma solo con i loro: la maggioranza del popolo continua a sognare la fine di questo regime». C’è una paura meno visibile, che non entra nei servizi tv, ma che è molto condivisa e riguarda la possibilità che il conflitto torni a farsi aperto.
Due giorni fa Donald Trump ha detto di aver fermato le bombe per un soffio, ma che è pronto a farle cadere in ogni momento. Il blocco imposto da Washington e il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz hanno congelato lo scontro, lasciando però intatta la tensione, mentre i costi economici — soprattutto per le famiglie iraniane — continuano a salire.
Negli Stati Uniti e in Israele riemerge l’idea che si possa tornare a colpire, nella convinzione che una pressione più forte costringa Teheran a negoziare. Ma è una scommessa che molti considerano illusoria. Danny Citrinowicz, tra i più attenti osservatori, ricorda che questa strada è già stata percorsa senza risultati: oggi si è entrati in una guerra di logoramento e ogni escalation rischia di irrigidire le posizioni.
Così i negoziati restano necessari e insieme lontani: le richieste continuano a non incontrarsi, tra le pressioni di Washington e le condizioni poste da Teheran, in una dinamica in cui entrambe le parti sono convinte di essere in vantaggio e di poter resistere più a lungo dell’altra. Washington pretende ancora la sospensione dell’arricchimento dell’uranio per vent’anni e il trasferimento delle scorte negli Stati Uniti, mentre Teheran chiede, ancora, la fine degli attacchi, garanzie di sicurezza e il riconoscimento del proprio ruolo nello Stretto. Niente è cambiato.
Anche Hormuz rimane cruciale: gli Usa pretendono una riapertura senza condizioni, gli ayatollah rivendicano il controllo. Se la tensione dovesse di nuovo crescere, la risposta iraniana potrebbe prendere la forma di una pioggia di missili — decine, forse centinaia ogni giorno — con il rischio che il conflitto si allarghi oltre i confini attuali, con il Golfo come primo fronte. Da Teheran, Mojtaba Khamenei dice che grazie a questa guerra «l’Iran emerge come una nuova potenza» e l’esercito ricorda: se ci attaccate la nostra risposta non sarà limitata.
19 maggio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA