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Alessandro Fulloni, inviato a Modena
L’infermiera polacca che ha salvato la turista tedesca amputata: «Mi piacerebbe rivederla»
Modena – «Perché ero lì in via Emilia? Dovevo fare degli acquisti con mia figlia Sara, 24 anni: volevamo comperare dei pantaloni per il suo primo giorno di lavoro. Avevamo passato da pochi istanti quella boutique… Poi abbiamo avvertito il boato alle spalle, e subito dopo un silenzio di tomba, irreale. Passato lo choc, forse un minuto, forse di più, forse di meno, ho visto quella donna a terra, mi sono avvicinata: situazione gravissima, le gambe tranciate. Ma c’era già un medico che chiedeva delle forbici. A quel punto ho cominciato il mio lavoro… Gli ho detto: “Guarda non ti preoccupare, le ho con me nella borsetta”. Le abbiamo tagliato i pantaloni, lui si è tolto la cintura per fermare l’emorragia a una gamba. A quel punto ho gridato: “Servono altre cinture!”. Non so come, qualcuno mi ha messo in mano un laccio emostatico».
Ecco: il laccio emostatico poi lo ha legato lei?
Senza quel «tourniquet», quella donna quanto sarebbe sopravvissuta?
«Non più di 3 o 4 minuti».
Viktoriya Prudka, 48 anni, cinque figli (tra cui una adottiva), ucraina e in Italia dal 1998, è un’infermiera alla Pneumologia del Policlinico di Modena. Al Corriere spiega come sia stata salvata la turista tedesca di 69 anni travolta dalla Citroën di Salim El Koudri. Una storia emersa grazie alla Gazzetta di Modena che ha fatto di tutto per rintracciare quest’«eroina per caso» rimasta sinora sconosciuta.
Viktoriya, quanto tempo è restata con quella donna?
«Dallo schianto a quando l’hanno caricata sull’ambulanza, direi 20 minuti».
Durante quel vostro incredibile intervento (il primo medico sopraggiunto si chiama Alessandro Misericordia, mentre il laccio emostatico lo ha dato un incursore del Col Moschin) lei è riuscita a chiederle il nome?
«Certo, è stata la prima cosa che ho fatto, dovevo parlarle di continuo, tenerla sveglia, evitare che perdesse i sensi. Altrimenti le possibilità di recuperarla sarebbero crollate. “Sono Anna”, mi ha detto (il nome con cui la chiamano i familiari anche se a Baggiovara dove è ricoverata, è registrata ufficialmente come Ulrike, ndr)».
Ma in che lingua avete parlato?
«In italiano, lei conosceva qualche parola. Poi in tedesco, che ho studiato. Infine a gesti, so bene che serve empatia in quello che faccio».
Anna le ha raccontato che cosa facesse in via Emilia?
«Sì, era in vacanza in Italia con un viaggio organizzato. Sabato sono arrivati a Modena da Bologna, in corriera. Mi ha spiegato che aveva visto il Duomo. “Ma è bellissimo, mi è piaciuto tantissimo, voglio tornarci”».
«Ho annuito, le ho detto che l’avrei accompagnata».
Aveva compreso di aver perso le gambe?
«Non credo, in quei momenti non te ne rendi conto: è una forma di autodifesa che viene da cuore e mente, altrimenti il dolore sarebbe insopportabile. Quando cercava di rialzarsi la chinavo con delle scuse: “Rilassati, stai tranquilla”. Meglio non vedesse».
«L’ho rassicurata: “Sei in buone mani, sono un’infermiera”. Al che ha sorriso, mi ha guardato con due occhi azzurri limpidi e, proprio in italiano, mi ha detto: “Anch’io! Anch’io sono infermiera”».
«Mi si è stretto il cuore, vite parallele e incrociate. L’ho rivista in me».
Lo sa che Alessandro, il medico intervenuto con lei, ha incontrato Anna lunedì a Baggiovara, tra l’altro lo stesso ospedale dove lavora lui?
«No. Che gli ha detto?».
Ha ringraziato tutti voi…
«Spero di poterla rivedere al più presto anche io. E poi le ho promesso anche di accompagnarla al Duomo…».
Un’ultima domanda,Viktoriya: ma poi sabato lei e Sara i pantaloni li avete comperati?
«Ovviamente sì. Prima che i negozi chiudessero».
19 maggio 2026
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