di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Il blocco navale contro l’Iran riduce l’offerta globale di greggio e spinge Washington ad allentare temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, mentre cresce il malcontento degli americani per il caro carburanti

Le petroliere iraniane ferme nel Golfo Persico sono la conferma della contraddizione strategica nella quale si sta muovendo Washington. Da una parte l’amministrazione Trump ha intensificato la pressione su Teheran con un blocco navale sempre più aggressivo contro il greggio iraniano. Dall’altra, però, la Casa Bianca è stata costretta ad allentare temporaneamente alcune restrizioni sul petrolio russo per evitare un ulteriore aumento dei prezzi energetici globali.

Il risultato è un equilibrio fragile: Washington prova a mantenere la pressione geopolitica sui grandi esportatori ostili agli Stati Uniti senza però innescare uno choc petrolifero che finirebbe per colpire l’economia americana e il consenso interno.



















































Secondo il Financial Times, l’Iran ha iniziato a utilizzare vecchie petroliere come depositi galleggianti nel Golfo, accumulando milioni di barili di greggio impossibili da esportare con regolarità verso l’Asia. Le immagini satellitari mostrano un aumento significativo delle navi ancorate attorno all’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano. 

Attualmente, Secondo i dati di United Against Nuclear Iran, nel Golfo Persico si trovano circa 39 petroliere cariche di petrolio e prodotti petrolchimici iraniani, rispetto alle 29 presenti prima dell’entrata in vigore del blocco statunitense il 13 aprile, con un notevole afflusso di navi ora ormeggiate vicino al terminale di esportazione petrolifera dell’isola di Kharg. 

Il blocco americano mira infatti a fermare o respingere le imbarcazioni sospettate di trasportare petrolio iraniano. Una misura che sta rallentando drasticamente il flusso verso Cina e altri acquirenti asiatici. Ma la pressione su Teheran ha avuto anche un effetto collaterale immediato: ridurre ulteriormente l’offerta disponibile sul mercato globale.

Il prezzo della guerra

Ed è qui che emerge il paradosso.
Negli stessi giorni in cui aumentavano le petroliere ferme davanti alle coste iraniane, il Tesoro americano ha annunciato l’estensione della deroga temporanea che consente a parte del petrolio russo sottoposto a sanzioni di continuare a raggiungere i mercati internazionali. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha spiegato che la nuova licenza di 30 giorni servirà a «fornire ai Paesi più vulnerabili la possibilità di accedere temporaneamente al petrolio russo attualmente bloccato in mare» e a stabilizzare il mercato energetico. Dietro la decisione pesa anche la crescente pressione interna sulla Casa Bianca: l’aumento dei prezzi dei carburanti sta infatti alimentando il malcontento degli elettori americani per il costo economico della guerra contro l’Iran.

Dall’inizio del conflitto con l’Iran, il prezzo del Brent è salito di oltre il 50%, superando i 110 dollari al barile. Negli Stati Uniti la benzina è arrivata a 4,52 dollari al gallone, mentre il diesel ha sfiorato i massimi storici. Il rincaro del carburante è diventato rapidamente un tema politico. Per la Casa Bianca, evitare una nuova fiammata inflazionistica è ormai una necessità economica ma anche elettorale. Intanto, uno studio della Brown University stima in oltre 40 miliardi di dollari il costo aggiuntivo sostenuto dai consumatori americani dall’inizio della guerra con l’Iran.

Il limite delle sanzioni

Così Washington si trova costretta a una complessa operazione di bilanciamento: massimizzare la pressione geopolitica senza togliere troppo petrolio dal mercato.

Il problema è strutturale. L’economia globale continua infatti a dipendere da flussi energetici che non possono essere sostituiti rapidamente. Sempre secondo il quotidiano finanziario, prima della stretta americana l’Iran esportava tra i 40 e i 60 milioni di barili al mese, una quota relativamente piccola ma comunque significativa in un mercato già sotto tensione. Eliminare improvvisamente quei volumi significa inevitabilmente spingere i prezzi verso l’alto.

Nel frattempo Teheran sta cercando di guadagnare tempo. Secondo la società di analisi Kpler, il greggio iraniano immagazzinato su petroliere in Medio Oriente ha raggiunto i 42 milioni di barili, il 65% in più rispetto all’inizio del conflitto. Russia, Iran e altri produttori colpiti da sanzioni hanno fatto ricorso negli ultimi anni a reti commerciali parallele: petroliere della cosiddetta «shadow fleet», trasferimenti di carico in mare aperto, triangolazioni commerciali e assicurazioni opache.

Anche per questo le sanzioni energetiche mostrano sempre più chiaramente il loro limite: riescono a complicare la vita degli avversari strategici degli Stati Uniti, ma difficilmente possono cancellarne completamente il petrolio dal mercato senza produrre effetti collaterali pesanti sulle economie occidentali. Insomma, l’oro nero continua a imporre le proprie regole anche alle grandi potenze.

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19 maggio 2026 ( modifica il 19 maggio 2026 | 17:54)