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Stefania Ulivi, inviata a Cannes
L’attore in concorso nei panni di Jimmy George, un artista gay in «The Man I Love» di Ira Saches. «L’Oscar? Ne sono ancora fiero. Per tutti gli immigrati»
«Essere stato il primo attore di origini egiziane a vincere un Oscar? È stato uno dei più grandi traguardi della mia vita. Per il mio Paese e la mia famiglia ha voluto dire tantissimo. Ma ha infuso la speranza in tutto il mondo. Credo che ovunque ci siano state persone che possono essersi immedesimate. Che conoscono il peso che si prova a essere un immigrato. Ne vado molto fiero, mi riempie di orgoglio. Va al di là del mio mestiere». Il 24 febbraio 2019 Rami Malek conquistò la statuetta per il suo ritratto di Freddy Mercury in Bohemian Rhapsody. Come allora, ospite degli incontri della Kering Foundation con il regista Ira Sachs, ringrazia sua madre, «la prima di tante donne che mi hanno fatto da mentore nella vita».
Domani Malek e Sachs sfileranno sulla Montée des marches, per presentare, in concorso, The man I love. Un film molto autobiografico, scritto dal regista di Memphis, classe 1965, con Mauricio Zacharias. È ambientato nella New York del 1984, in piena emergenza Aids. Malek interpreta Jimmy George, artista gay, protagonista della scena teatrale indipendente, malato in fase terminale, deciso, nonostante tutto, a terminare la sua ultima pièce. E a vivere la sua vita sentimentale fino all’ultimo respiro, diviso tra il partner, il socio Dennis (Tom Sturridge) e un vicino di casa, Vincent (Luther Ford). Nel cast anche Rebecca Hall.
«Un film sulla vita, non sulla morte», precisano entrambi. Un ruolo tutt’altro che facile, spiega Sachs, che ha voluto Malek certo che avrebbe avuto la sensibilità necessaria. Si è lanciato in paragoni di livello: Ben Gazzara, Peter Falk, John Cassavetes. «Rami è un attore coraggioso, che non si tira indietro all’idea di mettere tutto sé stesso in un personaggio omosessuale».
Un tipo agli antipodi rispetto a Freddy Mercury, aggiunge l’attore. «Mi sono letteralmente innamorato di Jimmy, delle sue contraddizioni. Spero che il pubblico lo apprezzi quanto me. A volte può essere egoista, anche molto narcisista. Ma a guidarlo è una grande spinta e passione, il bisogno disperato di creare. È questo che lo tiene in vita. È un uomo che vuole godere la vita fino all’ultimo, sentire tutto anche in quella fase tragica». È questo, si infervora l’attore, che glielo fa sentire vicino. «C’è qualcosa di silenziosamente ribelle nel fare arte in momenti di incertezza, e quel rifiuto di scomparire mi è sembrato toccante e sorprendente. Ho sentito una forza trainante che emanava da dentro di me».
Ammette che all’inizio era meno convinto di Ira Sachs di essere l’interprete giusto. «Gli sono grato per avermi scelto. Ha un tocco unico, un po’ europeo. La mia è una performance che non avrei mai pensato di saper realizzare».
Nel 1984 Rami aveva tre anni, la California dove erano immigrati i genitori egiziani, era lontanissima dalla New York underground in cui Ira Sachs ventenne muoveva i primi passi. Per creare Jimmy si è ispirato a artisti sperimentali: Ron Vawter, del Wooster Group, e Frank Maya, un comico gay. Tutti morti prima del tempo. Come Pier Paolo Pasolini e Rainer Fassbinder di cui il regista ha mostrato a Malek i film, prima di girare.
Anche in questo film canta. Niente a che vedere con i virtuosismi di Mercury. «Lì dovevo rendere la perfezione. Qui, al contrario, anche le sporcature. Dovevo cogliere l’attimo, l’autenticità. Ma non è stato facile. Sul set dopo il primo ciak era sudato. Non mi capita mai. Poi mi sono detto: calma, goditela».
19 maggio 2026
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