di
Paolo Mereghetti
«Moulin» di László Nemes e con Garance di Jeanne Herry ricostruisce la cattura del principale esponente della Resistenza francese, Jean Moulin
Ci sono dei film che hanno nella prova dei loro interpreti la loro ragion d’essere, per come sanno mettersi al servizio del personaggio o invece per come il film sembra piegarsi alle esigenze di chi lo interpreta. È successo ieri con Moulin di László Nemes e con Garance di Jeanne Herry. Il primo ricostruisce la cattura del principale esponente della Resistenza francese, Jean Moulin (ma nel film si fa chiamare Jacques Martin), appena paracadutato dall’Inghilterra per coordinare e riunire le forze partigiane. Arrivato a Lione viene catturato, interrogato e, quando il capo della Gestapo Klaus Barbie (Lars Eidinger) lo identifica, anche torturato. A interpretare Moulin è Gilles Lellouche, spesso usato in parti di commedia: qui regge praticamente tutto il film sulle sue spalle (Eidenger gli funge da controcanto con il suo perverso sadismo), trasformando il suo volto in una maschera impenetrabile, usando gli occhi al posto dei gesti, i silenzi invece delle parole. Il regista ungherese Nemes, altrove raffinato inventore di immagini, qui lavora soprattutto sul suono, sui rumori fuori campo (di chi viene picchiato, torturato, anche divorato dai cani in una scena fatta solo di latrati e grida che mette i brividi) usando al meglio la forza espressiva di Lellouche per restituire il coraggio e la determinazione di quello che Malraux volle poi onorare al Pantheon e che trasmette al film quella tensione e quel senso di insicurezza che i resistenti vivevano ogni giorno.
Diverso il caso di Garance, dominato dalla figura di Adèle Exarchopoulos: è un’attrice di poco successo, la Garance del titolo, che annega nel vino le sue frustrazioni e le sue amarezze. Recita in piccolissime parti a teatro, fa spettacoli per i bambini, si misura col doppiaggio e nasconde la solitudine tra balli e festicciole fino a quando trova l’amore di Paulette (Sara Giraudeau). Ma continua a rifiutarsi di fare i conti col suo alcolismo, che pure le fa perdere i lavori. Fino a quando le sbattono in faccia la condizione drammatica del suo fegato. L’Exarchopoulos è perfetta nel restituire l’incoscienza del suo personaggio ma ogni scena sembra fatta per farle conquistare l’applauso: il dramma si ferma un attimo prima di essere tale, gli ostacoli sulla via della disintossicazione finiscono per svanire e alla fine sembra di aver assistito a una (bella) puntata di Film Dossier.
Chi invece non vuole finire mai è Hope, la cittadina dove si svolge il film di Na Hong-Jin: mentre tutti sono lontani a spegnere un incendio, la città viene devastata da una forza inarrestabile: impieghiamo mezz’ora per capire di cosa si tratta (un crudele mostro alieno dalle fattezze umane), un’altra mezz’ora per ucciderlo e poi un’altra ora e quaranta per scoprire che non era l’unico ma si trattava di una (inspiegata) invasione, con molto gore e molta più noia.
18 maggio 2026
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