di
Luca Angelini

Negare che l’immigrazione possa creare problemi sarebbe ingenuo. Numeri e analisi, però, sembrano suggerire che sarebbe molto meglio sfidarsi su come gestirla, anziché su come impedirla

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«La frana demografica che sta caratterizzando la nostra epoca sta guadagnando velocità e terreno – ha scritto qualche giorno fa, sul Financial Times, John Burn-Murdoch, in una ricca analisi dei trend mondiali -. In oltre due terzi dei 195 Paesi del mondo, il numero medio di figli per donna è sceso al di sotto del “tasso di sostituzione” di 2,1, necessario per mantenere stabile la popolazione senza immigrazione. In 66 Paesi, la media è ora più vicina a uno che a due. In alcuni, il numero più comune di figli per donna è zero. (…) Ormai quasi tutto il mondo ne è colpito. Fino a poco tempo fa, tassi di natalità estremamente bassi e in rapido calo erano una preoccupazione principalmente per i Paesi ricchi, ma ora molti Paesi in via di sviluppo hanno tassi di fecondità inferiori a quelli di Paesi molto più ricchi. Nel 2023 il tasso di natalità del Messico è sceso per la prima volta al di sotto di quello degli Stati Uniti, come poi è successo per quelli di Brasile, Tunisia, Iran e Sri Lanka. I Paesi a basso e medio reddito stanno invecchiando prima di arricchirsi».



















































L’inverno demografico

È vero che per decenni lo spettro è stato quello della «bomba demografica» e che l’aumento della popolazione, in molti Paesi in via di sviluppo, ha rappresentato un macigno verso il traguardo dell’uscita dalla povertà. Adesso, però, è l’inverno demografico a costituire un ostacolo alla crescita. Emblematico, ricorda Burn-Murdoch, è il caso del Giappone: «La stagnazione a partire dagli anni ’90 è quasi interamente spiegata dai bassi tassi di natalità che hanno ridotto la popolazione in età lavorativa».

Produttività in calo

Tutto sommato, meglio così, si potrebbe pensare, guardando magari alla lotta al cambiamento climatico. Burn-Murdoch cita, però, uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research, secondo il quale l’impatto del calo demografico sul climate change sarà modesto (contano ovviamente di più i livelli di consumo). Non sarà, invece, modesto l’impatto economico e sociale. Tanto per cominciare, «la pressione fiscale derivante dalla crescente spesa per pensioni e assistenza sociale riduce anche gli investimenti nelle infrastrutture, contribuendo a creare un senso di declino che alimenta le politiche antisistema». È inoltre abbastanza intuitivo che società più «vecchie» tendono a diventare meno produttive, creative e dinamiche (anche se l’aumento dell’aspettativa di vita non è di sicuro una cattiva notizia).

Se Elon Musk, con la sua abituale moderatezza, definisce il calo del tasso di fecondità «il più grande rischio per la civiltà», anche Jesús Fernández-Villaverde, professore di economia all’Università della Pennsylvania e uno dei principali ricercatori sulle conseguenze del cambiamento demografico, sostiene che quasi tutti i problemi più urgenti derivano da lì: «Il declino della fecondità è la grande questione del nostro tempo.Tutto il resto ne è una conseguenza».

Il ruolo del digitale

Partendo da un articolo pubblicato il mese scorso da Nathan Hudson e Hernan Moscoso-Boedo dell’Università di Cincinnati, Burn-Murdoch, con dovizia di grafici e dati, si sofferma, in particolare, sull’impatto che la diffusione degli smartphone avrebbe avuto sul calo demografico, riducendo i contatti «di persona», nel mondo reale (pur non trascurando altri impatti, ad esempio l’esplosione del costo degli alloggi nei Paesi ad alto reddito). Per Melissa Kearney, docente di Economia all’Università di Notre Dame, è «del tutto plausibile che il moderno ambiente dei media digitali abbia avuto effetti profondi sulla società, portando a un declino delle relazioni di coppia». E il demografo Lyman Stone aggiunge: «Se passi molto tempo a socializzare con i tuoi coetanei nel mondo reale, i tuoi standard [per un potenziale partner] sono ancorati al mondo reale. Se passi il tuo tempo su Instagram, i tuoi standard sono ancorati a un senso artificiale di ciò che è normale».

Immigrazione e demografia

In attesa che qualcosa cambi negli stili di vita (il primo consiglio in proposito di Rana Foroohar, sempre del Financial Times, è «dite ai vostri figli di mettere giù il telefonino e andare a fare una passeggiata, preferibilmente con un partner»), il rimedio più a portata di mano nel breve termine per riassestare gli squilibri demografici è l’immigrazione. Lo hanno scritto anche i demografi di Eurostat nel rapporto sulla popolazione Ue, pubblicato il mese scorso: «Un saldo migratorio positivo elevato e persistente è l’unico fattore che contribuisce alla crescita demografica per quei Paesi che si prevede avranno una crescita demografica nel periodo compreso tra il 2025 e il 2100. Nei Paesi dell’Ue caratterizzati da un saldo migratorio positivo, è possibile che il processo di invecchiamento della popolazione venga rallentato, poiché le popolazioni migranti spesso presentano un’elevata percentuale di persone in età lavorativa».

Elemento, quest’ultimo, tutt’altro che trascurabile, visto che, come ha scritto Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea, «da qui al 2070, l’offerta di lavoro diminuirà del 12 per cento e le ore lavorate medie del 9 per cento, nonostante il possibile effetto mitigatore di riforme del mercato del lavoro e delle pensioni».

Un allarme «incomprensibile»

Quel che è economicamente suggeribile, non sempre è però politicamente digeribile, come ha fatto notare Oliver Grimm nella newsletter Mattinale europeo: «Questi numeri raccontano una verità allarmante. Eppure, nei palazzi del potere europeo, pochi sembrano disposti ad agire di conseguenza. “Migrazione”, “lavoro”, “competenze”, “forza lavoro”: nessuna di queste parole compariva nell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato dalla presidente, Ursula von der Leyen. L’ultima volta che i governi nazionali hanno approvato una legge volta a facilitare l’immigrazione legale è stato il 12 aprile 2024. La revisione della direttiva sul Permesso Unico dovrebbe rendere più semplice per i cittadini di Paesi terzi ottenere, con un’unica procedura, il diritto di soggiornare e lavorare nell’Ue. Entro il 21 maggio — questo giovedì — gli Stati membri sono tenuti a recepirla. Lo faranno tutti e 25? (La direttiva non si applica a Irlanda e Danimarca). E il Parlamento europeo? Da quando, due anni fa, gli elettori hanno spostato l’asse politico verso destra, la migrazione legale è diventata un tema tossico. Nessun eurodeputato in pieno possesso delle proprie facoltà rischierebbe il proprio capitale politico per difenderla. E poiché von der Leyen dipende sempre più spesso da maggioranze parlamentari rese possibili dal sostegno dell’estrema destra, non promuove neppure politiche che facilitino l’immigrazione legale».

Eppure, ancora il 26 giugno dell’anno scorso, Magnus Brunner, commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione, aveva avvertito: «Se oggi fermassimo tutta l’immigrazione legale verso l’Europa, fra vent’anni le nostre economie sarebbero più povere del 9-15 per cento». In uno scenario di immigrazione zero, aggiunse, l’Europa finirebbe economicamente alle spalle non solo di Cina e Stati Uniti, ma persino di Brasile e India. «Non è questo ciò che vogliamo», concluse. Anche Brunner, però, sembra oggi concentrato soprattutto su come aumentare i rimpatri.

Le politiche Ue

La conclusione di Grimm non è rosea: «Da quando l’Ue ha iniziato a irrigidire le proprie politiche migratorie e d’asilo, i responsabili politici hanno sempre sostenuto che frontiere più rigide e deportazioni più rapide dei migranti irregolari dovessero andare di pari passo con procedure semplificate per lavorare legalmente in Europa. Ma questa seconda gamba della politica migratoria europea si è atrofizzata. Indebolita economicamente e insicura culturalmente, l’Europa avanza zoppicando verso un futuro prossimo con meno persone che lavorano, creano, contribuiscono e sostengono il suo modello di welfare. È una conseguenza diretta della Migrationswende — la svolta restrittiva sulle politiche migratorie sostenuta da von der Leyen, Brunner e dalla corrente principale della politica europea. Anche se non era la conseguenza desiderata».

Negare che l’immigrazione possa creare problemi, oltre a risolverne, sarebbe ingenuo. Numeri e analisi, però, sembrano suggerire che sarebbe molto meglio sfidarsi su come gestirla, anziché su come impedirla. La scorciatoia della retorica dell’«invasione» continua sì a pagare elettoralmente, ma non cancella la «verità allarmante» richiamata da Grimm.

Le sfide da vincere

Va anche aggiunto che non tutta l’immigrazione legale è uguale. Come aveva scritto ancora Draghi, «l’Ue non riesce né ad attrarre migranti altamente qualificati dall’estero né a trattenere i talenti locali. L’Europa è diventata uno dei principali esportatori di talenti e fatica ad attrarre e trattenere lavoratori altamente qualificati». L’invecchiamento non è certo la sola causa del deficit di innovazione europeo, ma di sicuro contribuisce. E la conseguenza è che anche i ritocchi verso l’alto nei numeri dei periodici decreti flussi, come sta avvenendo in Italia, non riescono a cambiare i contorni della fotografia scattata da Draghi. Né a evitare situazioni di sfruttamento del lavoro a bassa qualifica come quella denunciata oggi da Antonio Averaimo su Avvenire: «Arrivavano in Italia in maniera apparentemente legale, dopo aver fatto sborsare alle loro famiglie fino a 13 mila euro, per risollevarsi dalla povertà, ma già prima di toccare il suolo italiano la loro sorte di vittime del caporalato era segnata. Finivano poi a lavorare in aziende agricole e allevamenti anche fino a 12 ore al giorno, con paghe irrisorie di pochi euro l’ora, esposti costantemente a ogni forma di ricatto e ridotti a vivere nelle solite baracche di fortuna». A scoprire l’ennesima rete di sfruttamento di lavoratori stagionali extracomunitari, messa in piedi da un’organizzazione criminale operante in Basilicata, Campania, Emilia-Romagna e Lombardia (con ramificazioni fino in India), è stata la Direzione distrettuale antimafia di Potenza. L’associazione a delinquere sfruttava in modo criminale proprio le falle del Decreto flussi: «I migranti finiti nella rete del caporalato erano continuamente ricattati a causa della necessità di onorare il debito contratto con l’organizzazione, fin dalla partenza dai loro Paesi di provenienza, sotto minaccia di perdere il permesso di soggiorno ottenuto. (…) Arrivati in Italia, attratti dalla possibilità di ottenere un lavoro regolare attraverso il meccanismo del Decreto flussi varato periodicamente dal governo per l’ingresso dei lavoratori extracomunitari, finivano invece in condizioni di vera e propria schiavitù. Il sistema si era avvalso di datori lavoro complici che presentavano domande di assunzione per i lavoratori stagionali, in cambio di compensi stimati tra i 3 mila e i 4 mila euro per ogni singola pratica».

«Il lato repressivo delle norme funziona, ma bisogna proseguire il rafforzamento degli strumenti preventivi verso chi sfrutta il Decreto flussi per ricattare i lavoratori stranieri, superando il meccanismo del “click day” e implementando i controlli nella corrispondenza tra ingressi concessi, fabbisogno di manodopera e contratti effettivamente attivati», dice il reggente della Fai-Cisl nazionale, Antonio Castellucci. Per i segretari generali di Cgil Basilicata e Flai-Cgil Basilicata, Fernando Mega e Vincenzo Pellegrino, il Decreto flussi «non è mai stato uno strumento per garantire ingressi legali e sicuri, perché si basa sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza. Negli ultimi anni sono state introdotte alcune modifiche positive che però non sono sufficienti a superare i ritardi cronici».

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20 maggio 2026