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Provocatore di professione, ricercato dalla Corte Penale Internazionale, avvocato dei coloni ultranazionalisti e della loro violenza e, dal dicembre 2022, Ministro della Sicurezza Nazionale di Israele, il ritratto del ministro Itamar Ben Gvir è quello di un Dorian Gray che non si è mai guardato negli occhi.


APPROFONDIMENTI

La parabola politica di Itamar Ben Gvir rappresenta una delle svolte più radicali, vergognose e controverse nella storia recente, e non solo, dello Stato ebraico. Leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit, letteralmente tradotto con Potere Ebraico, Ben-Gvir ha trasformato il terrorismo kahanista, un tempo bandito dalle stesse autorità israeliane, in una forza di governo imprescindibile per la sopravvivenza del sesto esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, sempre più instabile e in crisi ogni giorno che passa.

La sociologa israeliana Eva Illouz lo ha pubblicamente indicato come il volto del “fascismo ebraico“, mentre i suoi giusti detrattori lo considerano un piromane istituzionale. Al contrario, per la sua crescente base elettorale, Ben Gvir è “l’uomo forte” capace di garantire la sicurezza personale e riaffermare la supremazia ebraica sui “territori contesi” che, per legge internazionale, dovrebbero far parte del dominio palestinese, libanese e dei popoli arabi della regione.

Le origini, l’estremismo giovanile e il no dell’esercito

Nato il 6 maggio 1976 a Mevaseret Zion, un sobborgo di Gerusalemme, Ben Gvir cresce in una famiglia laica di origini mediorientali: il padre è figlio di immigrati ebrei iracheni, mentre la madre è un’ebrea curda con un passato da attivista adolescente nell’Irgun Tzvai Leumi, l’organizzazione paramilitare sionista clandestina del periodo del Mandato britannico di Palestina attiva dal 1931 al 1948. Il gruppo si scisse dall’Haganah, altra organizzazione paramilitare, più o meno, del medesimo periodo, e si strutturò attorno al pensiero di Vladimir Zabotinskij, il quale affermava che «ogni ebreo aveva il diritto di entrare in Palestina e aveva il dovere di utilizzare la forza armata per creare lo Stato di Israele». 

L’avvicinamento alla religione e la radicalizzazione politica di Itamar avvengono durante l’adolescenza, in concomitanza con le mobilitazioni della Prima Intifada dell’8 dicembre del 1987, una sollevazione palestinese di massa che, seppur partendo nel ristretto campo profughi di Jabaliya, si espanse e crebbe in tutta Gaza, in tutta la Cisgiordania e nella parte Est di Gerusalemme.

Da ragazzo si unisce prima al movimento giovanile di Moledet, il partito sorto nel 1988 e allora guidato dal nazionalista Rehavam Ze’evi che caldeggiava il trasferimento forzato della popolazione araba fuori dai confini israeliani, e successivamente a compagini ancora più estremiste come il Kach e il Kahane Chai, movimenti ispirati dall’ideologia ultranazionalista del rabbino Meir Kahane e in seguito banditi dal governo israeliano e inseriti nelle liste delle organizzazioni terroristiche.

Divenuto coordinatore giovanile del Kach, Ben Gvir sperimenta il primo fermo di polizia ad appena 14 anni. Al compimento dei 18 anni, l’età della leva obbligatoria per quasi tutti i cittadini israeliani, le Forze di Difesa Israeliane decidono di esentarlo in toto dal servizio militare proprio a causa di una presunta instabilità psicologica, dei suoi trascorsi e del suo background politico giudicato troppo radicale e pericoloso.

L’assalto alla Cadillac di Rabin e le 53 incriminazioni

La notorietà mediatica di Ben Gvir esplode nel 1995, poche settimane prima dell’assassinio del Primo Ministro Yitzhak Rabin, artefice degli storici accordi di pace di Oslo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, o OLP, di Yasser Arafat, storico leader del movimento e guida, politica e armata, dei palestinesi. Durante una manifestazione di protesta, il giovane militante viene ripreso dalle telecamere mentre mostra allegramente l’ornamento del cofano strappato dalla Cadillac d’ordinanza di Rabin, pronunciando una frase che col senno di poi suonerà profetica e, ancor di più, agghiacciante: «Siamo arrivati alla sua macchina, arriveremo anche a lui».

Rabin verrà freddato due settimane più tardi dall’estremista ebreo Yigal Amir.
Nel corso della sua carriera da agitatore politico, Ben Gvir ha accumulato decine di denunce e procedimenti giudiziari. In un’intervista del 2015 ha dichiarato di essere stato incriminato ben 53 volte, principalmente per reati legati all’ordine pubblico. Sebbene la maggior parte dei capi d’accusa sia decaduta in tribunale, nel 2007 ha subito una condanna definitiva per istigazione al razzismo. Laureatosi in giurisprudenza, ha esercitato a lungo la professione di avvocato, diventando il difensore di fiducia di coloni, estremisti di destra e radicali ebrei sotto processo in Israele.

Provocazioni a mano armata: da Sheikh Jarrah alla pistola nel parcheggio

L’ascesa politica di Ben Gvir è costellata di episodi di scontro fisico e utilizzo esibito delle armi da fuoco, dinamiche che hanno continuato a caratterizzarlo anche dopo l’elezione alla Knesset, il Parlamento israeliano: per anni, nel salotto della sua casa a Kiryat Arba, insediamento alle porte di Hebron, in Cisgiordania, ha tenuto appeso un ritratto del terrorista Baruch Goldstein, il medico kahanista che il 25 febbraio del 1994 massacrò 29 fedeli musulmani nella Tomba dei Patriarchi in quello che sarebbe passato alla storia come Massacro di Hebron. La Tomba dei Patriarchi è un luogo sacro per gli ebrei, i quali credono che al suo interno risiedano le tombe di Abramo, Isacco e Giacobbe, e lo è anche per le popolazioni arabe, le quali lo chiamano con il nome di Santuario di Abramo. Ha rimosso il quadro solo nel 2020 per facilitare l’ingresso del suo partito in una coalizione elettorale più ampia.

Tra il 6 e il 10 maggio 2021, durante le forti tensioni nel quartiere Sheikh Jarrah a maggioranza araba di Gerusalemme Est per gli sfratti dei residenti palestinesi, Ben Gvir ha allestito un finto ufficio parlamentare in strada in mezzo ai coloni. L’allora capo della polizia, Kobi Shabtai, lo accusò apertamente di aver appiccato il fuoco alle violenze stradali nell’episodio conosciuto come “disordini a Sheikh Jarrah“. L’episodio si è ripetuto nell’ottobre 2022, quando Ben Gvir ha mostrato una pistola esortando gli agenti a sparare contro i palestinesi che lanciavano sassi, urlando: «Siamo noi i padroni di casa qui».

Il 19 ottobre 2021 è arrivato alle mani all’interno di un ospedale con il deputato arabo-israeliano Ayman Odeh. Ben Gvir voleva contestare la presenza nella struttura di un esponente di Hamas in sciopero della fame della detenzione amministrativa.

Il 21 dicembre 2021 è finito sotto indagine dopo la diffusione di un video in cui impugnava la propria pistola d’ordinanza contro due guardie giurate arabe disarmate all’interno del parcheggio sotterraneo dell’Expo di Tel Aviv, “colpevoli” di avergli chiesto di spostare l’auto da una zona in cui la sosta era vietata.

Le provocazioni istituzionali al Monte del Tempio

Una volta nominato Ministro della Sicurezza Nazionale con delega sulla Polizia il 29 dicembre 2022, Ben Gvir ha utilizzato il proprio ruolo istituzionale per scardinare i delicati equilibri confessionali e geopolitici della Città Santa. Nel gennaio 2023 ha compiuto la sua prima visita ufficiale da ministro sulla Spianata delle Moschee, il Monte del Tempio per gli ebrei, scatenando dure condanne internazionali da parte di Stati Uniti, Unione Europea e dei principali Paesi arabi, che hanno letto il gesto come una violazione deliberata dello status quo dei luoghi santi.

Il copione si è ripetuto nell’agosto del 2024 in occasione della ricorrenza del Tisha B’Av, il giorno di lutto e digiuno nel calendario del giudaismo, quando ha guidato un folto gruppo di fedeli ebrei all’interno del complesso musulmano. In quell’occasione, diversi attivisti hanno iniziato a pregare e a prostrarsi a terra senza che la polizia presente, che rispondeva direttamente agli ordini del ministro, intervenisse per fermarli, sollevando lo sdegno della stessa comunità rabbinica ortodossa, storicamente contraria all’ingresso degli ebrei nell’area per motivi di purezza rituale. Pochi mesi prima, nel gennaio 2023, aveva inoltre firmato una direttiva che ordinava alla polizia di sequestrare e rimuovere qualsiasi bandiera palestinese esposta in pubblico, equiparandola a un simbolo terroristico.

Le posizioni sulla guerra di Gaza e i commenti razzisti

Le uscite pubbliche di Ben Gvir hanno frequentemente imbarazzato la diplomazia israeliana. Nell’agosto del 2023 ha rivendicato apertamente una gerarchia di diritti su base etnica in Cisgiordania: «Il mio diritto, e il diritto di mia moglie e dei miei figli, di andare in giro per le strade in Giudea e Samaria è più importante del diritto di movimento per gli arabi»

La frase è stata formalmente condannata dal Dipartimento di Stato americano come un’apologia dell’apartheid. Nell’ottobre dello stesso anno, interrogato sull’arresto di alcuni ebrei ultraortodossi che avevano sputato contro dei pellegrini cristiani a Gerusalemme, ha difeso il gesto definendolo non un reato ma «un’antica usanza ebraica» da gestire sul piano educativo e non penale.

Durante l’allarmante ondata di criminalità organizzata che ha insanguinato le comunità arabo-israeliane nel 2023, con 244 omicidi, più del doppio rispetto all’anno precedente, i rapporti delle Ong indipendenti hanno indicato proprio nel Ministro la causa del collasso della sicurezza, accusandolo di aver deliberatamente disinvestito il controllo nei quartieri arabi. Con l’esplosione della guerra contro Hamas dopo i fatti del 7 ottobre, Ben Gvir ha assunto le posizioni più oltranziste dell’esecutivo, invocando l’equiparazione a terroristi di chiunque manifesti simpatia per la causa palestinese e dichiarando apertamente che il conflitto rappresenta «un’opportunità per incoraggiare la migrazione dei residenti di Gaza» al fine di favorire il ritorno degli insediamenti ebraici nella Striscia.

La legge sulla pena di morte e la torta con il cappio

Il peso politico di Itamar Ben Gvir all’interno della coalizione di governo ha trovato la sua massima consacrazione legislativa il 30 marzo 2026, giorno in cui la Knesset ha approvato definitivamente la razzista, vergognosa, controversa e aspramente criticata legge sull’introduzione della pena di morte per i responsabili di atti di terrorismo, una storica bandiera ideologica del leader di Otzma Yehudit.

La celebrazione di questo successo politico si è tinta di toni grotteschi e semplicemente macabri proprio il 6 maggio del 2026, in occasione del cinquantesimo compleanno del ministro. La moglie Ayala Nimrodi, madre dei suoi cinque figli e residente con lui nell’avamposto illegale di Kiryat Arba, gli ha fatto recapitare durante la festa ufficiale una torta decorata con il disegno di un cappio da esecuzione e la scritta in ebraico: “Congratulazioni al ministro Ben Gvir, a volte i sogni diventano realtà”.

Il video del dolce, fiancheggiato da una seconda torta guarnita con un altro cappio e due pistole di cioccolato, è stato rilanciato con orgoglio sui canali social ufficiali del partito, sollevando una chiara e giusta nuova ondata di sdegno e polemiche internazionali per la presenza, tra gli invitati al ricevimento, di esponenti di primo piano della politica israeliana, attivisti dell’estrema destra e membri di spicco dello stato maggiore della polizia, tutti attivi sostenitori dell’apartheid palestinese.

Dal margine al potere: la genealogia del fascismo ebraico e la metamorfosi istituzionale del kahanismo

L’ascesa di Itamar Ben Gvir alla guida del Ministero della Sicurezza Nazionale non rappresenta una frattura improvvisa o un’anomalia estemporanea nella storia dello Stato d’Israele, bensì il punto d’approdo di una precisa e strutturata corrente ideologica.

Se per decenni il sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij e il successivo nazionalismo laico del Likud di Menachem Begin hanno mantenuto una postura di contenimento, ostracismo o pragmatica distanza nei confronti delle frange più radicali, suprematiste e teocratiche, il presente mostra un ribaltamento degli equilibri politici e culturali. L’estremismo di matrice fascista e razzista, un tempo confinato ai margini della legalità repubblicana, si è istituzionalizzato, colonizzando il discorso pubblico e penetrando nei gangli vitali dell’apparato di sicurezza statale.

 


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