C’è una barriera che ancora resiste davanti a Jannik Sinner. Non è tecnica. Non è mentale. Non è nemmeno tattica. È fisica. Ha la forma crudele delle partite che superano le 3 ore e 50 minuti, quelle in cui il tennis smette di essere soltanto talento e diventa sopravvivenza. Una terra di confine dove servono gambe da maratoneta, polmoni da fondista e lucidità quando il corpo inizia lentamente a spegnersi. È questa l’ultima frontiera di Sinner. Perché il resto, ormai, sembra già conquistato.